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14 marzo 2012 3 14 /03 /marzo /2012 07:50

Pubblichiamo un'intervista all'architetto Mirko Zardini, fatta da Lucia Tozzi e apparsa su il Manifesto del 18 febbraio 2012, che ci aiuta a riflettere su un tema caro anche al filosofo Nicola Emery (che abbiamo intervistato l'anno scorso) e al quale ha dedicato opere importanti che vanno al cuore del problema, senza compromessi (dote rara tra gli intellettuali: purtroppo siamo abituati a troppi ciambellani di corte nel mondo "culturale" ticinese, svizzero e europeo).

Non condivido certi punti di vista ma poco importa: è un contributo interessante e merita di essere diffuso.

TF

 

Il Lato Oscuro dell’Architettura

 

Architetto e teorico dell’architettura e della città, Mirko Zardini dirige dal 2006 il Centre Canadien d’Architecture (Cca), un’istituzione sui generis nel panorama internazionale composta da archivi preziosissimi, una grande biblioteca, il centro studi e il museo, con un’agenda culturale molto forte che ne ha fatto uno dei punti di riferimento internazionali per la cultura urbana e di progetto. Insieme a Giovanna Borasi, Zardini ha curato negli ultimi anni una serie di mostre inusuali, supportate da una ricerca incredibilmente rigorosa e da una ossessiva volontà di portare alla luce le crepe paradigmatiche, i limiti e le contraddizioni dell’architettura.

Da Sorry, Out of Gas, la mostra sulla crisi energetica degli anni Settanta, a Sense of the City o Imperfect Health, ancora in corso, emerge una forma di pensiero critico insolitamente chiaro e lontano dalla semplificazione comunicativa diffusa negli ambienti dell’architettura. Quali sono gli obiettivi di questo scarto curatoriale?

Il tentativo del Cca è stato quello di costruire mostre che fossero in grado di aprire un discorso, piuttosto che di chiuderlo. Abbiamo selezionato problematiche legate alla realtà quotidiana, come l’energia o la medicina, allo scopo di restituire all’architettura e all’urbanistica una cornice meno angusta di quella strettamente disciplinare, che rischia di confinarle nell’irrilevanza. Volevamo indagare i lati oscuri dell’architettura, ma non nello stile del manifesto politico, come ad esempio alcune mostre del Nai di Ole Bauman. Noi abbiamo cercato di mettere in questione i presupposti su cui operano gli architetti, che spesso ripropongono in modo completamente acritico idee e meccanismi prodotti in altre discipline, senza alcun filtro. In Imperfect Health abbiamo mostrato molti progetti diversi, che per lo più riproducono l’agenda moralistica e neoliberale propria della trasformazione del ruolo della medicina nella nostra società dagli anni settanta a oggi, della fine del welfare.

Per esempio, quarant’anni fa l’obesità non era considerata una malattia: si sarebbe parlato di prevenzione, di condizioni socioeconomiche, di educazione, mentre oggi è un problema di responsabilità individuale nei confronti di una società che non è più in grado di sostenere le spese mediche generalizzate. Un edificio come il celebre Cooper Union di Morphosis a New York «risolve» il problema reintroducendo l’attività fisica attraverso dei percorsi antifluidi, inserendo scale al posto degli ascensori e così via. Dispositivi che vanno anche bene, però pensare che l’obesità si riduca a questo e che l’architettura possa avere in questo modo un ruolo determinante è assolutamente superficiale.

D’accordo, ma allora con quali strumenti gli architetti possono influire sulla realtà cui in minima parte sono deputati a dare forma?

In primo luogo attraverso lo spirito critico. Prendiamo il discorso sull’ambiente: oggi il mantra della sostenibilità è diventato un meccanismo tecnocratico, un greenwashing dell’architettura che, riducendo il problema alla performance energetica di una costruzione, ha eliminato le componenti complesse, tutto ciò che viene prima e dopo l’edificio. Negli anni Settanta, durante la prima vera crisi energetica, moltissimi architetti avevano collegato il problema dell’energia al riciclo, all’uso delle risorse, alle reti sociali, a una critica dello stile di vita e dei modi di produzione. Per la prima volta era crollata la fiducia incondizionata nella tecnologia, nelle sorti progressive. Ma all’epoca prevalse una miope politica di sviluppo dei pannelli solari, che poi venivano usati per riscaldare le piscine dei sobborghi. Oggi abbiamo lo stesso problema: una riscoperta naive della tecnologia, come negli anni Cinquanta. Possiamo risparmiare tutta l’energia del mondo, ma per farne cosa? Se e per reimmetterla in un sistema di consumo identico a quello in cui abbiamo vissuto non ne vale la pena, è l’equivalente del caffè decaffeinato, della guerra umanitaria, della politica senza politica di cui parlava Zizek in Benvenuti nel deserto del reale.

Esistono indizi di un’inversione di rotta?

In generale la crisi che la nostra società sta attraversando oggi definisce l’esigenza di elaborare nuove piattaforme di pensiero, e il fenomeno riguarda anche l’architettura e l’urbanistica. Sono molto contento che la bolla iconica che ha afflitto l’architettura degli ultimi trent’anni si sia conclusa, lasciando spazio a nuove problematiche. Le aree più ricche restano conservatrici, ma le cose interessanti avvengono altrove, in una sorta di terzo paesaggio dell’architettura: non nelle aree forti di intervento, ma in quelle marginali, nel lavoro delle Ong, nei progetti di intervento sociale, in quelli che utilizzano un sistema di partecipazione. Oppure in casi più tradizionali come le abitazioni per homeless di Michael Maltzan a Los Angeles e l’Olympic Sculpture Park di Weiss Manfredi a Seattle, che dissolve l’edificio in una struttura paesaggio, o ancora nei progetti di riparazione ambientale che agiscono in direzione opposta all’eccesso di estetizzazione del paesaggio operato dai progettisti negli ultimi anni.

Nel non vitalissimo scenario europeo uno dei discorsi più produttivi, in grado di unire la riappropriazione della sovranità popolare, la partecipazione, a una serie di ripensamenti sulle politiche spaziali ed energetiche, è quello dei beni comuni.

È vero, anche se non mi piace l’idea di comunità che affiora nel discorso. In architettura era stata elaborata soprattutto da Solà-Morales un’idea molto efficace di spazio collettivo che individuava caratteristiche alternative al binomio pubblico-privato, senza cadere in nostalgie comunitarie. Ma qualunque sia il punto di vista adottato, bisogna tenere a mente i limiti del progetto: pensare che l’architettura possa risolvere tutti i problemi dell’ambiente e del territorio era un’idea modernista. Ne paghiamo ancora i danni, come nel caso dell’eternit. L’architettura era intesa come cura, mentre secondo me dovrebbe prendersi cura delle cose. È necessario approfondire le dinamiche della crisi in atto, ma mettendo sempre in evidenza le conseguenze che le nostre azioni producono.

L’apparente rozzezza delle prescrizioni d’igiene moderniste, però, rivela forse anche una maggiore libertà rispetto alla manipolazione occulta del contemporaneo: era un’assunzione di responsabilità che conduceva a errori drammatici se si vuole, ma era meno intellettualmente subordinata agli interessi altrui. Se lo compariamo a Le Corbusier, Koolhaas è molto più consapevole dei limiti, ma non ha rinunciato alla postura di guru e attraverso una grande mole di argomentazioni ambigue continua a porsi come il risolutore ideale dei problemi del mondo attraverso i suoi masterplan.

Koolhaas ha segnato un periodo, ma il dibattito non può essere egemonizzato dalle stesse persone che hanno dominato la comunicazione negli ultimi vent’anni. Non si può andare avanti nei modi ancora di recente utilizzati da Winy Maas degli Mvrdv: a ogni problema corrisponde una soluzione che, naturalmente, si incarna in un progetto di architettura. Molto spesso la soluzione è non fare niente. Il progetto più bello degli ultimi anni forse è stato quello di Lacaton e Vassalle per il concorso di «abbellimento» di place Léon Aucoc a Bordeaux. Dopo avere frequentato il posto e parlato con i passanti e gli abitanti, proposero di lasciare tutto così com’era, al di là di qualche intervento di manutenzione, perché la piazza non aveva bisogno di miglioramenti.


Uno dei fattori che più incoraggiano il conformismo, almeno qui in Italia, sono le scuole. Nella sua esperienza di insegnamento ha conosciuto università migliori da questo punto di vista?

Negli Stati Uniti emergono sempre più diffusamente all’interno delle scuole temi come l’ecological urbanism o le favelas, ma non so quanto possano giovare: quanto questa è realmente l’occasione di ripensare i problemi e quanto è riproposizione degli stessi metodi in un contesto differente? Nel frattempo sta avvenendo una rivoluzione nei meccanismi di produzione dell’architettura: urge una riflessione sulle nuove regole sulla responsabilità civile e la proprietà intellettuale del progetto. Oppure sul digitale e i modi in cui viene incorporato nell’architettura, sui rendering che vengono per lo più prodotti in Cina o in India. Insomma è un periodo interessante, ma non saprei dire dove andiamo. Noi cerchiamo solo di costruire prospettive diverse.


Il fatto che il Cca sia un centro di ricerca oltre che un museo ha favorito questo tipo di approfondimento?
Non tanto, perché la ricerca è ancora parecchio convenzionale, basata sui phd programs, sugli scholars, mentre il nuovo approccio è dovuto soprattutto a un’idea diversa del ruolo curatoriale e della responsabilità intellettuale di un’istituzione. La posizione periferica di Montreal permette di sperimentare delle cose senza la pressione che avremmo a New York. Sarebbe bello che anche le istituzioni di qui approfittassero della condizione marginale italiana per sviluppare una strategia analoga: se si pensa alla filosofia, c’è una delle scene più interessanti a livello mondiale – anche se sembra che gli architetti non se ne siano accorti.


La mia impressione è che, esaurito l’entusiasmo per l’architettura iconica, sui nostri media l’architettura e il discorso sulla città sono spariti o banalizzati. In questo momento ad esempio in Italia è stata montata una improbabile campagna mediatica contro l’Ex Enel, uno tra i mille brutti progetti milanesi, e su blog e giornali non si parla d’altro che di bellezza e scempio.

Quando sento parlare di bellezza mi preoccupo sempre. È fondamentale impostare il discorso del territorio e dell’urbano su altri presupposti: il consumo di suolo, la mobilità, le infrastrutture, i servizi sociali, l’accesso ai servizi, il diritto all’abitare. Nessuno è ovviamente a favore dei brutti progetti, ma il discorso estetico sull’architettura è deviante e dannoso. Tanto per fare un esempio, il progetto abortito dell’orto planetario per l’Expo (premesso che le Expo sono inutili, a mio parere), non era significativo in quanto bello o brutto, ma perché simbolicamente era importantissimo come progetto a volume zero – o quasi.

L’ultima esperienza che ebbi a Milano furono i Giardini di Porta Nuova: il progetto originale incorporava il giardino in un discorso sullo spazio pubblico, tentando di inserire gli edifici in un sistema di relazioni urbane con l’intera area, che comprendeva la stazione, le strade, le piazze, tenendo in gran conto l’interesse dei cittadini. Invece si è parcellizzato il problema, i privati hanno fatto quel che hanno voluto, poi quanto è rimasto è diventato un giardino. Si è sempre parlato di contrattazione, ma la contrattazione di fatto non c’è stata. In Italia non ci sono neppure i luoghi deputati alla discussione: data per persa l’accademia, il Maxxi o la Triennale dovrebbero diventare i luoghi del dibattito, ma non mi pare che le scelte recenti nelle nomine vadano in questa direzione.

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