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26 marzo 2012 1 26 /03 /marzo /2012 23:07

Proseguiamo con la pubblicazione delle interviste a personalità del mondo culturale, dopo l'arch. Rodel e il prof. Emery:  ringraziamo moltissimo  l'arch. Bernhard Furrer per la sua disponibilità.

L'arch. Bernhard Furrer è stato presidente della Commissione federale dei monumenti storici ed è prof. all'Accademia di Architettura di Mendrisio. Ha scritto numerosi articoli - sulla NZZ e sul Corriere del Ticino - dedicati ai monumenti storici e beni culturali del Cantone Ticino e alla loro distruzione, in particolare a Lugano (due sono stati riprodotti sul Blog in data 14 maggio 2011 e 19 maggio 2011).

Sul tema dei beni culturali e del paesaggio tornerò a scrivere nelle prossime settimane a proposito di due conferenze che ho organizzato nell'ambito del ciclo sui Beni Comuni per l'associazione culturale Club Plinio Verda:  la prima conferenza - 27 aprile - avrà come relatori l'arch. Riccardo Bergossi della STAN e il capo del Servizio inventario dell'Ufficio dei beni culturali Giulio Foletti; la seconda conferenza - 22 maggio - avrà come relatore il prof. Salvatore Settis, l'ex-direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, di cui abbiamo pubblicato sul Blog stralci tratti dal suo ultimo libro "Paesaggio Costituzione Cemento". 

 

     

Intervista all'arch. prof. Bernhard Furrer

(di Tiziano Fontana)

 

1.    Dalla fine degli anni Sessanta del Novecento in Svizzera si è imposto un processo di urbanizzazione senza precedenti che ha modificato – spesso radicalmente – il volto di molte città e di vasti spazi verdi (che fino ad allora erano campagna coltivata). Secondo Lei questo processo è stato governato con intelligenza dalle nostre autorità oppure è stato dominato dalla speculazione privata? Potrebbe eventualmente indicarci esempi virtuosi ed esempi negativi?

Dobbiamo fare alcune differenziazioni: il tipo di reazione all’enorme sviluppo è dipeso in primo luogo dai singoli Comuni e parzialmente dai Cantoni che hanno reagito con nuove leggi. In quasi tutti i Cantoni svizzeri sono i Comuni a definire  i piani regolatori e si notano differenze enormi. In generale, le grandi città sono state più soggette a uno sviluppo veloce e poco controllato; l’opinione pubblica ha accettato le grandi costruzioni che spesso non hanno rispettato la scala urbanistica e la popolazione ha accolto o richiesto un rapido sviluppo.

L’entusiasmo cominciò a mutare in scetticismo verso la fine degli anni Settanta, quando in molte città nacquero iniziative per la salvaguardia di parchi verdi, per mantenere zone libere, per proteggere il tessuto urbano tradizionale. La politica – che si articola secondo le grandi tendenze dell’opinione pubblica – reagì proponendo alcune profonde modifiche degli strumenti di pianificazione. Così, per esempio, nella città di Berna nel 1985 un nuovo piano definì il mantenimento di spazi abitativi per proteggere gli appartamenti contro la loro ristrutturazione in uffici. E già qualche anno dopo un secondo piano ha limitato le operazioni speculative definendo chiaramente i volumi costruttivi.

Nei villaggi in zona rurale lo sviluppo è stato generalmente sotto controllo. Nelle agglomerazioni attorno ai centri invece le nuove costruzioni sono cresciute come un cancro. Ancora oggi si vede poco sforzo per frenare questo sviluppo.

Le ultime decisioni del parlamento federale lasciano sperare che uno strumento efficace possa essere installato per ridimensionare le zone edificabili troppo grandi. 

 

2.    Il Cantone Ticino ha conosciuto il medesimo processo, con – in particolare dalla metà degli anni Ottanta – un'accelerazione dello sviluppo urbano, della cementificazione degli spazi verdi e della distruzione di monumenti culturali (ville, parchi, giardini e quartieri storici, edifici moderni di pregio). In alcuni suoi articoli pubblicati sul Corriere del Ticino e sulla NZZ Lei ha evidenziato queste perdite importanti del patrimonio culturale. Potrebbe riassumere le sue tesi principali?

Non è di mia competenza commentare lo sviluppo in Ticino. Mi sono soltanto permesso di osservare con una certa distanza i fatti, soprattutto quello che succede a Lugano. Ho dovuto constatare che l’interesse del pubblico in generale, seguito dalle opinioni politiche e quindi dalla legislazione sono tali che in questa città il patrimonio costruito e i giardini sottostanno a una pressione che rispetto al resto della Svizzera è eccezionale. Lo sviluppo economico e i guadagni finanziari prevalgono in un modo quasi assoluto sulle considerazioni riguardo alla qualità urbanistica e alla salvaguardia delle risorse storiche. Anche dopo la recente definizione dei beni protetti a livello comunale, che è stata migliorata in modo considerevole grazie alla pressione dell’opinione pubblica, rimane il fatto che il numero dei beni sotto protezione è estremamente limitato se paragonato a quello di una città svizzera francese o tedesca.

Chiunque cammini nei quartieri di Lugano si rende conto che vi si trovano certamente edifici moderni di alta qualità architettonica e che fortunatamente esiste ancora qualche piccolo insieme della bellissima città ottocentesca. In tanti quartieri invece gli edifici storici si fanno rari, hanno perso una relazione tra loro, come le uve secche del panettone. Il costruito degli ultimi decenni e di oggi, nella sua maggioranza, non risponde alle esigenze minime di uno sviluppo adeguato della città. I volumi sono troppo massici, troppo alti e soprattutto la qualità architettonica tanto in struttura quanto in facciata non è soddisfacente. Ovviamente, né gli investitori né le autorità se ne interessano veramente e il pubblico accetta la mancanza di qualità urbanistica e architettonica.

 

3.    Le sue esperienze di architetto, di presidente della Commissione federale dei monumenti storici e di professore all’Accademia di architettura le permettono di avere una visione generale a livello svizzero delle politiche seguite dai singoli Cantoni nella salvaguardia dei monumenti storici. Come valuta quella del Cantone Ticino? Vi sono altri Cantoni che potrebbero essere presi a modello nel caso in cui si volesse migliorare o modificare la politica ticinese di tutela dei beni culturali? 

La politica di un Cantone dipende della volontà generale della popolazione. Pare che il pubblico ticinese abbia relativamente poca consapevolezza dell’importanza della salvaguardia di edifici storici se questi ultimi non sono di carattere sacro. Infatti, in merito ai monumenti ecclesiastici sono impressionanti gli sforzi compiuti per garantire loro sia una buona manutenzione sia restauri curati.

Generalmente, i monumenti profani non conoscono questo alto grado di attenzione. Per dare un esempio concreto: non penso che in qualsiasi altro Cantone svizzero la possibilità di demolire le due ville di Melide – la villa Branca e la villa Galli – sarebbe entrata in linea di conto. Tutte e due sarebbero state messe sotto protezione da anni o decenni, le misure necessarie sarebbero state incluse nel piano regolatore e oggi sarebbero in un buono stato di conservazione, avrebbero un uso appropriato e sarebbero oggetti di orgoglio tanto per i proprietari quanto per il Comune.

Riguardo alla legislazione vigente in Ticino, ovviamente, la divisione della responsabilità del patrimonio architettonico tra Cantone e Comuni crea una situazione nella quale ogni ente cerca di non occuparsi di un edificio storico per non dover pagare eventuali indennità. Sarebbe importante legare le responsabilità sotto la guida del Cantone.

La seconda difficoltà è che le risorse del servizio competente sono troppo scarse, le procedure troppo complicate. Anche il concetto della commissione specializzata, i cui membri intervengono direttamente nei restauri concreti – un sistema unico in Svizzera –, non può migliorare questa situazione. Dopo tutti gli eventi difficoltosi degli ultimi anni sarebbe magari il momento di ripensare l’intero sistema.

 

4.    Se dovesse difendere davanti ai responsabili politici di un Comune un edificio o un quartiere di ville storiche cosa direbbe loro? Cosa hanno di particolare o di unico questi beni culturali e perché sono importanti per una comunità? 

 

Il patrimonio nel suo insieme ci fornisce una base sulla quale possiamo capire da dove veniamo e dove possiamo andare. Tra il patrimonio in generale, gli edifici storici nella loro autenticità e integrità sono una specie di documenti tridimensionali. E chiaramente non penseremmo mai di buttar via un vecchio documento d’archivio. Nel suo insieme il patrimonio edificato testimonia della nostra storia; la sua presenza nella nostra vita di ogni giorno ci accompagna, ci dà la sicurezza della costanza. Rappresenta un bene della comunità intera: anche se un monumento è proprietà di singoli, appartiene a noi tutti come ricchezza culturale. Quindi la sua salvaguardia è in primo luogo  di ordine culturale; l’esempio di altri Cantoni fa capire che non è una questione finanziaria.

 

5.    L’ex-direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, prof. Salvatore Settis, in un'intervista televisiva ha detto che difendere il paesaggio e il patrimonio culturale equivale a difendere la democrazia poiché ritiene strettamente legati lo sviluppo della personalità umana, i diritti di libertà, il senso generale del bene comune, la democrazia: condivide questa idea?

Certamente, il patrimonio costruito inteso come bene comune, condiviso da tutti, e la sua protezione sono un elemento importante nel collegare l’individuo alla società intera. Se il cittadino non provasse interesse per l’insieme dell’ambiente – del quale i monumenti storici sono un elemento particolarmente pregevole – il suo rapporto con la comunità sarebbe messo in pericolo.

 

6.    L’urbanizzazione di vasti territori e l’estensione delle grandi città sembrano inarrestabili. Lewis Mumford scrisse in un saggio che "se le esigenze, le interazioni e le reazioni degli uomini non costituiscono i parametri di giudizio primari, la città – in qualsiasi senso umanamente valido – non si può dire che esista, perché come disse tanto tempo fa Sofocle: «la città è la gente»". Oggi la città sembra essere stata trasformata quasi esclusivamente in un semplice luogo di lavoro e consumo, invece che luogo di relazione e di scambi tra esseri umani. Quale è la sua opinione in merito?

 

Oggi – e per i prossimi decenni niente lascia pensare che il processo non continuerà – viviamo un’accelerazione considerevole nello scambio di informazioni e nei contatti umani tramite i mezzi elettronici. Ma ognuno può rendersi conto che le nuove possibilità di comunicazione ultraveloci non sono in grado di rimpiazzare il contatto diretto, da uomo a uomo. Per tanto tempo i pianificatori hanno dimenticato che i luoghi pubblici dove la gente si dà appuntamento, dove ci si incontra per caso, dove sono possibili feste e manifestazioni sono indispensabili per formare e per rinforzare una comunità, specialmente in una democrazia. Oggi, fortunatamente, la consapevolezza per l’importanza dei luoghi pubblici comuni è più viva. Questi luoghi devono permettere ai cittadini di incontrarsi nel centro di un insieme costruito (città, quartiere, villaggio), senza avere la necessità di consumare merci, senza essere soggetti alle pressioni della pubblicità. Gli shopping-mall non sono posti di questa qualità, ma lo sono le piazze nel senso classico. Hanno un influsso enorme sulla vita comune. “Il luogo assume il carattere del gruppo e viceversa” diceva il filosofo francese Maurice Halbwachs.

 

 Mendrisio, 21 marzo 2012

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