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27 settembre 2012 4 27 /09 /settembre /2012 21:27

Pubblico un ricco e stimolante contributo del prof. Sergio Rossi apparso su La Regione del 17 settembre 2012, dedicato all'insegnamento dell'economia e non solo. Il prof. Rossi ha  pubblicato l'anno scorso un contributo che analizzava  il medesimo tema (lo riproporremo a breve).

Non possiamo sperare di modificare i parametri economici finché domineranno l'ideologia neoliberista che da parecchi anni s'è imposta come pensiero dominante e quasi unico nelle università e negli istituti di ricerca, così come nei partiti politici; bisogna assolutamente rompere questo monopolio, che è una  monocultura del pensiero,  poiché sta distruggendo l'economia, la politica e la Terra: e quindi tutti noi.

  Tiziano 

 

LEZIONI DALLA CRISI,  di Sergio Rossi

Dai mutui ‘subprime’ alla crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona l’approccio politico e accademico alla soluzione è sempre lo stesso. C’è bisogno di una nuova generazione di economisti non abbagliati dall’impostazione neoliberista, per evitare che si ripetano gli errori ideologici del passato

È ormai trascorso il quinto anniversario dallo scoppio ufficiale della crisi finanziaria legata ai mutui ‘subprime’ concessi senza ritegno negli Stati Uniti. Nonostante tutto il clamore e i dibattiti, sia nella società civile sia tra gli ‘addetti ai lavori’, l’insegnamento della scienza economica a livello accademico non è cambiato: la forma (matematica) e la sostanza (di carattere dogmatico) continuano a ipotizzare che il funzionamento del sistema economico nel suo insieme possa essere capito e addirittura regolato attraverso le forze della domanda e dell’offerta (di lavoro, di prodotti e di capitali) che esprimono gli agenti economici nei diversi mercati. Secondo questa visione (neoliberista), “la società non esiste, ma esistono soltanto gli individui”, come era solita rammentare Margaret Thatcher negli anni in cui era al governo nel Regno Unito.
Chi ha letto le Opere di Blaise Pascal, tuttavia, non ha alcuna difficoltà nel capire che la visione neoliberista è essenzialmente sbagliata: non basta certo un migliaio di immobili per definire una città, così come non è sufficiente riunire ventimila persone per formare un esercito. Fuori di metafora, il sistema economico è composto da una rete di relazioni sociali strutturanti, vale a dire che “il tutto è diverso dalla somma delle sue parti” (Paul Ormerod). Il funzionamento, ordinato o disordinato, dell’insieme del sistema economico non può pertanto essere capito, né a maggior ragione influenzato, considerando semplicemente le forze della domanda e dell’offerta che si confrontano nei diversi mercati. Sarebbe come pretendere di capire le proprietà fisiche e organolettiche dell’acqua studiando gli atomi di idrogeno e di ossigeno che compongono le sue molecole.

L’anno accademico che inizia oggi in Svizzera rappresenta una occasione magistrale per imprimere una svolta radicale, seppure lenta e graduale, nella formazione degli economisti universitari che nel corso della loro carriera professionale occuperanno delle posizioni di responsabilità all’interno del sistema economico elvetico o in un’altra nazione. In effetti, la crisi economica e finanziaria globale tuttora in corso nel mondo occidentale offre, a chi ha la capacità e la volontà di coglierla, una possibilità straordinaria per indirizzare una nuova generazione di economisti verso la soluzione di diversi importanti problemi che riguardano l’intero sistema economico contemporaneo (l’instabilità finanziaria, la disoccupazione delle persone che desidererebbero lavorare, il sovraindebitamento delle persone povere o del ceto medio, per fare soltanto tre esempi di stretta attualità). Come affermò Max Planck, ‘Premio Nobel per la fisica’ nel 1918, “una nuova verità scientifica non trionfa mai convincendo i suoi oppositori e conducendoli a vedere la luce, ma piuttosto perché finalmente questi suoi avversari muoiono e appare una nuova generazione cui questa verità è familiare”.

La verità per quanto riguarda la crisi economica e finanziaria attuale è sempre più evidente, benché sia complessa e con più sfaccettature che sono spesso strumentalizzate per interessi privati oppure per ragioni ideologiche. Le lezioni che questa crisi impone agli economisti accademici sono due principalmente.

Pluralismo anche nel mondo accademico

La prima lezione, la più elementare e al tempo stesso la più difficile da mettere in pratica (a causa dell’ostruzione fondamentalista che domina nelle Facoltà di economia in generale), e che necessita dunque del sostegno dei cittadini e dei loro rappresentanti politici eletti ai vari livelli di governo, concerne l’esigenza di pluralismo negli approcci scientifici ai problemi e alle soluzioni di ordine economico-finanziario. Per evitare le tecniche di riproduzione autoreferenziali degli economisti neoliberali, che controllano non soltanto le suddette Facoltà ma pure la quasi totalità delle borse di ricerca, delle nomine in cattedra e delle consulenze a numerose autorità locali, nazionali e multilaterali, i governi eletti democraticamente devono esigere con fermezza il rispetto delle condizioni minime per il necessario e urgente ritorno al pluralismo intellettuale nella scienza economica contemporanea. Al pari della necessaria biodiversità per la Natura e la specie umana, e seguendo la stessa concezione che la dottrina neoliberista propugna per qualsiasi ‘mercato’ nel sistema economico, la concorrenza tra le differenti scuole di pensiero economico è indispensabile per il progresso della conoscenza scientifica sia sul piano teorico sia nell’ambito della politica economica.

La seconda lezione impartita dall’attuale crisi globale riguarda i programmi di formazione e di ricerca in scienza economica. La bolla immobiliare e finanziaria scoppiata cinque anni fa negli Stati Uniti mostra, in modo chiaro e drammatico, che il regime neoliberista di crescita economica è iniquo e insostenibile a livello finanziario, economico, sociale e ambientale.

Sul piano finanziario, la liberalizzazione, la deregolamentazione e la globalizzazione delle attività finanziarie hanno indotto l’apparizione di svariati prodotti e istituzioni finanziarie che sono diventati sempre più opachi e, in diversi casi, ampiamente interconnessi tra loro entro e attraverso i confini nazionali. In questo modo, il legame fra la ‘tracciabilità’ di un prodotto finanziario e la responsabilità delle istituzioni finanziarie a esso collegate è stato reciso o, perlomeno, è diventato meno evidente sia per gli attori nei mercati ‘globalizzati’ sia per le autorità preposte alla sorveglianza e alla regolamentazione finanziaria (che hanno tutt’al più una giurisdizione nazionale e che, generalmente, reagiscono agli eventi negativi anziché impedirli agendo in maniera proattiva a scopo preventivo).

Sul piano economico, i suddetti notevoli sviluppi nei mercati finanziari hanno sostenuto il tasso di crescita economica in diversi Paesi occidentali, sebbene la distribuzione del reddito e della ricchezza sia diventata sempre più problematica per la sua iniquità e la conseguente fragilità della stabilità economica e finanziaria di queste nazioni. Mentre la popolazione situata al vertice della piramide distributiva (pari all’uno per cento delle persone) incassava delle remunerazioni e delle rendite finanziarie via via crescenti fino a diventare esorbitanti, facendo aumentare l’ammontare dei risparmi in questo sistema, alla base di tale piramide il 99 per cento della popolazione ha vissuto in condizioni precarie. Questa situazione ha fatto aumentare in modo insostenibile il numero delle persone (sovra-)indebitate, a causa della generosa e irresponsabile disponibilità di credito da parte delle banche e degli intermediari finanziari non-bancari. La bolla creditizia che si è venuta a creare in questo modo divenne di ordine sistemico e scoppiò nel 2008 a seguito del fallimento della banca d’investimento Lehman Brothers, obbligando il settore pubblico a intervenire (per sostenere le banche e le altre società finanziarie più che la popolazione nel suo insieme), generando una crisi delle finanze pubbliche che i detrattori dello Stato hanno sommariamente attribuito alla ‘cattiva’ gestione della pubblica amministrazione (il caso della Grecia è un epifenomeno in questo contesto). Questa crisi delle finanze pubbliche è attualmente sfruttata dagli economisti che propugnano ‘meno Stato e più mercato’ per smantellare lo Stato sociale nei Paesi europei.

Coesione sociale e potere di acquisto ridotti

Di conseguenza, sul piano sociale, la coesione socio-economica e la capacità di acquisto del ceto medio della popolazione sono state ridotte notevolmente, esacerbando l’individualismo competitivo come pure la lotta di classe tra ricchi e poveri, occupati e disoccupati, uomini e donne, autoctoni e stranieri, e così via. La situazione attuale nell’Unione europea illustra fin troppo chiaramente queste tensioni sociali e dovrebbe far venire i brividi alla schiena ai vari politici la cui azione di governo influenza in svariati modi le sorti di Eurolandia sia a breve sia a lungo termine.

Sul piano ambientale, questa crisi ha intaccato una moltitudine di risorse naturali (gas, petrolio, materie prime agricole e metalli usati nella produzione industriale) sia a causa della loro ‘finanziarizzazione’ sia a seguito dell’utilizzo insostenibile di queste risorse da parte di un crescente numero di economie ‘avanzate’ o ‘emergenti’ nel nostro pianeta.


La ricerca scientifica sia indipendente

Oggi si apre un nuovo anno accademico negli atenei svizzeri

I programmi di formazione e di ricerca in scienza economica dovranno pertanto imprimere una virata radicale al pensiero (neoliberista) dominante da ormai quarant’anni nelle diverse istituzioni accademiche. Per sradicare le cause finanziarie, economiche, sociali e ambientali della crisi attuale, le università nei Paesi occidentali dovranno posare quattro pietre angolari per la costruzione di un sistema economico che consenta uno sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista.
1) Occorre assicurare la sostenibilità finanziaria del sistema economico nel suo insieme, facendo in modo che le istituzioni finanziarie siano responsabili per qualsiasi prodotto da esse venduto o contabilizzato nei loro bilanci, vietando loro di mettere fuori bilancio delle posizioni problematiche (che in ogni caso rappresentano un rischio per queste istituzioni e per l’insieme della società). Questo permetterà di ridurre la fragilità finanziaria del sistema economico, come pure la dimensione e l’interconnessione del settore finanziario, inducendo questo settore a svolgere il ruolo strumentale che gli è proprio per l’ordinato funzionamento delle attività che producono beni e servizi non-finanziari.
2) Occorre assicurare la sostenibilità economica del regime di crescita, riducendo l’iniquità nella distribuzione del reddito e della ricchezza sia all’interno dei confini nazionali sia tra le nazioni che partecipano al commercio internazionale. Questo richiederà un cambiamento di ordine radicale nella politica fiscale, che va orientata verso una ridistribuzione del reddito e della ricchezza affinché l’economia nazionale sia meno esposta a crisi di natura ‘sistemica’, riducendo la povertà e facendo aumentare parallelamente la domanda globale attraverso gli strumenti di cui possono disporre le autorità fiscali.
3) Occorre assicurare la sostenibilità sociale, limitando l’individualismo competitivo per rafforzare la collaborazione e la coesione sociale, considerando l’insieme dei portatori di interesse, anche quando questi ultimi non sono sostenuti o difesi dai ‘poteri forti’ all’interno della società.
4) Occorre assicurare la sostenibilità ambientale, accelerando la transizione verso le fonti rinnovabili di energia e l’introduzione di materiali e tecniche per il risparmio energetico in ogni settore economico (l’agricoltura, l’industria e i servizi).
Singolarmente e nel loro insieme, queste quattro pietre angolari offriranno innumerevoli occasioni di lavoro, che potranno attrarre numerosi studenti verso le Facoltà di economia che avranno saputo riformare i loro programmi di studio, fornendo agli studenti il bagaglio di capacità e conoscenze che sono necessarie per capire e influenzare i ‘mega-trend’ che si possono già intravedere con riferimento alla ineluttabile necessità di rendere (nuovamente) compatibile il nostro sistema economico con le leggi della Natura.
Se l’anno accademico che inizia oggi permetterà di gettare le basi di questa costruzione, la scienza economica potrà fornire il proprio contributo per la soluzione di svariati problemi che non si possono ormai più ignorare e la cui origine risiede in ultima analisi nel pensiero economico dominante.

Sergio Rossi

Ordinario di macroeconomia all’Università di Friburgo

Coordinam

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19 settembre 2012 3 19 /09 /settembre /2012 20:34

Pubblico un articolo di Ernesto Galli della Loggia, apparso sul Corriere della Sera del 27 agosto 2012. Solleva temi che calzano a pennello con la realtà ticinese, pur con le debite proporzioni, e indica strade da percorrere.

Se adattiamo al Ticino i temi più interessanti possiamo così suddividerli: il federalismo che lascia un'autonomia eccessiva ai Comuni; uno Stato centrale debole e succube dei localismi e delle lobby; lo sviluppo sconsiderato tra gli anni Sessanta e Ottanta - che prosegue a un ritmo vertiginoso ancora oggi - e il turismo legato al patrimonio culturale e al paesaggio, contro la globalizzazione che standardizza e banalizza tutto.

Da noi certi politicanti dominanti invocano il Fox Town come richiamo turistico più importante del Cantone: se dovessimo seguire la loro logica dovremmo affermare che il Ticino è una vera miseria! In realtà sono loro e i loro sporchi affari ad essere miserevoli.

A Montagnola abbiamo la Casa Rossa con il suo giardino, luoghi in cui Hermann Hesse ha vissuto dal 1931 al 1962 e in cui ha composto alcune delle opere più importanti che gli hanno procurato i premi più prestigiosi, dal Keller al Nobel.

Quell'area dovrebbe essere acquistata e trasformata in museo dedicato a Hesse, con i contributi della Confederazione, in primo luogo. Hermann Hesse è un patrimonio dell'umanità da valorizzare, oltre cha da amare per il suo pensiero libero, controcorrente, a difesa di ogni forma vivente. Non so se i Consiglieri federali arrivati in Ticino per il Festival del cinema abbiano trovato il tempo di andare in pellegrinaggio a Montagnola; temo che siano rimasti a Locarno a godersi la mondanità, purtroppo.

Tiziano 

 

Il paesaggio preso a schiaffi

Trascorrere qualche giorno in Calabria — dico la Calabria solo come un caso esemplare (e pur sapendo di dispiacere agli amici che vi conto), dal momento che quanto è successo lì è più o meno successo in mille altre contrade della Penisola — significa essere posti di fronte ad uno spettacolo a suo modo apocalittico. Ed essere costretti ad interrogarsi su tutta la recente storia del Paese.

Lo spettacolo apocalittico è quello della condizione dei luoghi. Sono cose note ma non bisogna stancarsi di ripeterle. Centinaia di chilometri di costa calabrese appaiono distrutti da ogni genere di abusivismo: visione di una bruttezza assoluta quanto è assoluto il contrasto con l'originaria amenità del paesaggio. Dal canto loro i centri urbani, di un'essenzialità scabra in mirabile consonanza con l'ambiente, sebbene qua e là impreziositi da autentici gioielli storico-artistici, sono oggi stravolti da una crescita cancerosa: chiusi entro mura di lamiere d'auto, per metà non finiti, luridi di polvere, di rifiuti abbandonati, di un arredo urbano in disfacimento. L'inaccessibile (per fortuna!) Aspromonte incombente sulle marine figura quasi come il simbolo di una natura ormai sul punto di sparire; mentre le serre silane sono già in buona parte solo un ricordo di ciò che furono. Luoghi bellissimi sono rovinati per sempre. Non esistono più. Ma nel resto d'Italia non è troppo diverso: dalla Valle d'Aosta, alle riviere liguri, a quelle abruzzesi-molisane, al golfo di Cagliari, ai tanti centri medi e piccoli dell'Italia peninsulare interna (delle città è inutile dire), raramente riusciti a scampare a una modernizzazione devastatrice. Paradossalmente proprio la Repubblica, nella sua Costituzione proclamatasi tutrice del paesaggio, ha assistito al suo massimo strazio.

Ma oggi forse noi italiani cominciamo finalmente a renderci conto che distruggendo il nostro Paese tra gli anni 60 e 80 abbiamo perduto anche una gigantesca occasione economica. L'occasione di utilizzare il patrimonio artistico-culturale da un lato e il paesaggio dall'altro — questi due caratteri unici e universalmente ammirati dell'identità italiana — per cercare di costruire un modello di sviluppo, se non potenzialmente alternativo a quello industrialista adottato, almeno fortemente complementare. Un modello di sviluppo che avrebbe potuto essere fondato sul turismo, sulla vacanza di massa e insieme sull'intrattenimento di qualità, sulla fruizione del passato storico-artistico (siti archeologici, musei, centri storici), arricchita da una serie di manifestazioni dal vasto richiamo (mostre, festival, itinerari tematici, ecc.); un modello capace altresì di mettere a frutto una varietà di scenari senza confronti, un clima propizio e — perché no? — una tradizione gastronomica strepitosa. È davvero assurdo immaginare che avrebbe potuto essere un modello di successo, geograficamente diffuso, con un alto impiego di lavoro ma investimenti non eccessivi, e probabilmente in grado di reggere assai meglio di quello industrialista all'irrompere della globalizzazione, dal momento che nessuna Cina avrebbe mai potuto inventare un prodotto analogo a un prezzo minore?
Capire perché tutto ciò non è accaduto significa anche capire perché ancora oggi, da noi, ogni discorso sull'importanza della cultura, sulla necessità di custodire il passato e i suoi beni, di salvare ciò che rimane del paesaggio, rischia di essere fin dall'inizio perdente.

Il punto chiave è stato ed è l'indebolimento del potere centrale: del governo nazionale con i suoi strumenti d'intervento e di controllo. In realtà, infatti, in quasi tutti gli ambiti sopra evocati è perlopiù decisiva la competenza degli enti locali (Comune, Provincia, Regione), tanto più dopo l'infausta modifica «federalista» del titolo V della Costituzione. Lo scempio del paesaggio italiano e di tanti centri urbani, l'abbandono in cui versano numerose istituzioni culturali, l'impossibilità di un ampio e coordinato sviluppo turistico di pregio e di alti numeri, sono il frutto innanzi tutto della pessima qualità delle classi politiche locali, della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale (non per nulla in tutta questa rovina il primato è del Mezzogiorno). Questa è la verità: negli anni della Repubblica il territorio del Paese è sempre di più divenuto merce di scambio con cui sindaci, presidenti di Regione e assessori d'ogni colore si sono assicurati la propria carriera politica (per ottenere non solo voti, ma anche soldi: vedi il permesso alle società elettriche d'installare pale eoliche dovunque). D'altra parte, si sa, sono molte le cose più popolari della cultura: elargire denari a pioggia a bocciofile, circoli sportivi, corali, sagre, feste patronali e compagnia bella, rende in termini di consenso assai più che il restauro di una chiesa. I politici calabresi sanno benissimo che la condizione in cui si trovano i Bronzi di Riace — fino ad oggi nascosti da qualche parte a Reggio, in attesa da anni di un museo che li ospiti — se è un vero e proprio scandalo nazionale, tuttavia non diminuisce di un briciolo la loro popolarità a Crotone o a Vibo Valentia.

Solo un intervento risoluto del governo centrale e dello Stato nazionale può a questo punto avviare, se è ancora possibile, un'inversione di tendenza; che però deve essere necessariamente anche di tipo legislativo. Ma per superare i formidabili ostacoli che un'iniziativa siffatta si troverebbe di sicuro davanti, deve farsi sentire alta e forte la voce dell'opinione pubblica, per l'appunto nazionale, se ancora n'esiste una. Non è ammissibile continuare ad assistere alla rovina definitiva dell'Italia, al fallimento di un suo possibile sviluppo diverso, per paura di disturbare il sottogoverno del «federalismo» nostrano all'opera dovunque.

 

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12 settembre 2012 3 12 /09 /settembre /2012 23:48

Pubblico  le risposte ad alcune domande postemi  da Massimo Daviddi, curatore dell'interessante Cittadinanze attive, presente nel sito dell'Associazione cultura poplare di Balerna  (vedi www.acpnet.org/cittadinanze ).

Se non vogliamo essere ridotti a "risorse umane" e consumatori (come le democrazie oligarchiche e funzional-utilitaristiche tentano)  o soldati e servi  (come i totalitarismi politici o religiosi hanno tentato e tentano) non possiamo che tornare a essere cittadini, vale a dire persone che agiscono nella realtà in cui vivono uscendo dal proprio ristretto mondo e modo di pensare, dal proprio egoismo e avarizia spirituali e materiali, per aprirsi alla dimensione planetaria che oggi si impone naturalmente (pensiamo alla globalizzazione con le conseguenze sul mercato del lavoro, ai cambiamenti climatici ecc.) e per condividere quanto si ha avuto la fortuna di ricevere e si è potuto creare.  Seguiamo la via tracciata da innumerevoli grandi pensatori. 

Tiziano

  

Tutelare l’ambiente è avere cura di sé, trasmettendo alle nuove generazioni il senso di quanto fatto nel passato. Un valore prezioso.

Se parliamo del suo impegno e quello del comitato per il Parco di Villa Argentina, possiamo estenderlo a ogni realtà ambientale inserita in aree urbane o extraurbane.

Certo. I valori che ispirano la battaglia (termine tutt’altro che esagerato, come spiega il prof. Salvatore Settis nel suo magistrale Paesaggio Costituzione Cemento riferendosi a chi cerca di contrastare la distruzione di paesaggio e ambiente) per il Parco di Villa Argentina sono i medesimi che guidano l’azione di molte persone che promuovono iniziative tese a salvaguardare il patrimonio naturale e culturale. L’ultimo caso clamoroso in Ticino è dato dal tentativo di salvare il giardino-parco della Casa Rossa a Montagnola, in cui visse dal 1931 al 1962 Hermann Hesse (vedere il dossier apparso sull'ultimo numero della rivista della Società ticinese per l'arte e la natura, STAN).

Per quanto concerne il Mendrisiotto l’urbanizzazione ha raggiunto livelli patologici: il Consigliere di Stato Borradori durante il dibattito in Gran Consiglio dedicato alla nuova legge sullo sviluppo territoriale ha detto: «Se in passato sono state realizzate delle brutture, come per esempio la piana di San Martino o il Pian Scairolo, è perché in determinati momenti la sensibilità urbanistica degli amministratori è venuta meno; c’era piuttosto l’esigenza di aumentare i posti di lavoro e le entrate fiscali, senza per questo rendersi conto delle ripercussioni negative sulla viabilità, sulla vivibilità e sulla qualità di vita che i progetti in cantiere avrebbero comportato» (cfr. La Regione del 21.6.2011). Purtroppo questa tendenza continua tutt’ora a causa degli amministratori locali ma anche dello Stato che non applica  le leggi esistenti e che permetterebbero di intervenire maggiormente. Quindi è indispensabile salvaguardare un parco urbano pregiato e di grande valore culturale, dove le persone possano incontrarsi, rilassarsi, godere di quanto la natura e il giudizioso lavoro dell’uomo hanno fatto.

Nel 2009 la petizione promossa dal Comitato ha raccolto 2'870 firme tra i cittadini di Mendrisio e degli allora comuni di Arzo, Capolago, Genestrerio, Rancate e Tremona, per la protezione del Parco nella sua parte alta. Quale, a suo avviso, la ragione di tale partecipazione?

La consapevolezza del folle processo di cementificazione, di abbruttimento del paesaggio e di distruzione del patrimonio naturale e culturale: oggi i cittadini hanno preso coscienza che bisogna agire, visto che la maggioranza della classe politica non lo fa, o per ignavia o per ignoranza o per interessi personali. Tale fenomeno esiste da noi come in Italia, come ha ben spiegato recentemente il prof. Settis a Lugano, durante la conferenza tenuta nell’ambito del ciclo sui Beni Comuni che curo per l’associazione culturale Club Plinio Verda. Il paesaggio è il risultato della nostra visione del mondo e dei rapporti di forza esistenti nella società: visto il potere della lobby dei cementificatori la mobilitazione dei cittadini è indispensabile.

In questo senso, la tutela del paesaggio è un bene trasversale a ogni collocazione partitica; riguarda tutti. Cosa ne pensa?

Esatto. L’ambiente e il paesaggio sono beni comuni: da essi dipende la nostra salute fisica e psichica, la nostra qualità di vita, così come quelle delle generazioni future. Ampliando il discorso possiamo dire che il pianeta Terra ci fornisce ciò di cui ci nutriamo e pertanto se avveleniamo aria, acqua e terra avveleniamo noi stessi: è un ragionamento elementare. Ogni persona sana di mente capisce che si devono preservare le basi della vita sulla Terra, per sé e per ogni altro essere vivente: siamo tutti interdipendenti. Pertanto la tutela è un imperativo etico, oltre che estetico.

Nell’articolo Parco di Villa Argentina, un bene comune per la nuova Mendrisio, mettete in evidenza proprio la funzione sociale, culturale di questo habitat. Un luogo che l’architetto del paesaggio Righetti, ha definito: «una perfetta organizzazione teatrale dello spazio».

In quell’articolo, contenuto nell’opuscolo Uno storico parco per la nuova Mendrisio, ho cercato di riassumere gli aspetti più importanti delle ricerche fatte su Villa Argentina e il suo Parco e sulla destinazione futura auspicata dal nostro Comitato. Vi è un chiaro valore artistico-culturale da tutelare: infatti nel 1985 il Cantone inserì tutta l’area di Villa Argentina (poco più di 46'000 mq) nella lista dei monumenti storici e artistici del Cantone e definì il Parco «raro esempio integro di spazio disegnato dell’Ottocento nel Mendrisiotto», come ha rilevato con competenza anche l’arch. Righetti. Nel 1989 una parte del Parco (18'000 mq) fu tolta dal vincolo di protezione per favorire una transazione immobiliare tra Comune di Mendrisio e il proprietario di tutta l’area. Il Comitato ha preso l’impegno di chiedere la ricostituzione del Parco e destinare tutta l’area a verde, a disposizione dei cittadini quale bene pubblico.

Entrando nel merito, in che forme?

Il comparto di Villa Argentina è situato in una posizione privilegiata, nel cuore di Mendrisio: vicino alla Case per anziani, alle scuole elementari, all’Accademia di Architettura, all’istituto per minorenni Torriani. La destinazione dell’area è naturalmente quella di parco urbano: spazio di relazione e di incontro, di progettualità sociale e intergenerazionale, di riposo e contemplazione.

La partita è ancora tutta da giocare poiché il messaggio municipale approvato dalla grandissima maggioranza del Consiglio comunale nel settembre del 2011 è ambiguo sulla destinazione ultima, lasciando spazio a una possibile edificazione, anche se a destinazione pubblica.

Coerentemente con la richiesta della petizione bisognerà opporsi ai cementificatori ad oltranza che non riescono ad accettare l’idea di un parco verde e che danno prova così di ignorare la millenaria tradizione dei giardini: uno dei patrimoni culturali più antichi dell’umanità e portatore di valori essenzialmente legati alla qualità di vita, tanto invocata in questi anni. Il Comitato sta lavorando in ossequio alla richiesta del 2009 e alla fiducia accordataci da 2'870 cittadini di Mendrisio.

Nel parlare, sento in lei passione.

La presidente onoraria del Fondo per l’ambiente italiano (FAI), signora Crespi, afferma che «Si difende ciò che si ama e si ama ciò che si conosce»: penso che molti cittadini che si dedicano alla tutela del patrimonio naturale e culturale siano spinti dall’amore (che implica approfondimento, pazienza e costanza) e dal piacere che tale patrimonio trasmette.  

Il Parco l’ho scoperto durante l’anno di frequenza della quinta elementare presso le scuole del Canavée, che sorgono vicino alla Villa. Ho scritto un primo articolo-lettera sul Parco e i suoi alberi nel 2004, prendendo lo spunto da una conferenza che Ippolito Pizzetti – professore a Ferrara di Arte dei giardini e Composizione paesaggistica – tenne all’Accademia di architettura: vi denunciavo il taglio sconsiderato di alcuni alberi di grande valore botanico, invitando l’autorità comunale a sostituirli con altre piante della medesima specie. Evidentemente non fecero nulla;  l'anno scorso l'ufficio tecnico comunale ha proceduto con l'inserimento di vegetazione che nulla ha a che vedere col Parco così ben descritto dall'arch. del paesaggio Righetti: siamo messi male!

Mi venne l'idea di lanciare una petizione dopo aver letto quella che diversi cittadini coraggiosi fecero per piazza del Ponte; iniziai a contattare persone nella primavera del 2008 ma fu solo a fine autunno che trovai le prime persone disposte a impegnarsi attivamente. Esperienza bella ma anche impegantiva e faticosa.  Comunque vada a finire ne valeva la pena.

 

Possiamo quindi parlare, di un’esperienza esemplare di cittadinanza attiva? (vedi, www.acpnet.org/cittadinanze ).

Si tratta di un’esperienza idealmente legata alle numerose iniziative che fortunatamente scuotono il Ticino in questi anni e a quelle che sono state fatte nei decenni passati. Essere cittadini significa partecipare attivamente all’evoluzione della comunità nella quale si vive, evitando se possibile di lasciarsi ridurre a "risorse umane", consumatori o sudditi.   

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5 settembre 2012 3 05 /09 /settembre /2012 22:50

Pubblico uno scritto che prende lo spunto da una bellissima lettera scritta da una signora che si definisce "nonna nostalgica" alla prof.sa Vegetti Finzi dedicata alla natura: vi consiglio di leggere Azione del 6 agosto scorso perché quelle poche righe sono un capolavoro, come lo è anche il commento della signora Vegetti Finzi.

Quest'ultima cita un libro che consiglio a tutti: Richard Louv, L'ultimo bambino nei boschi. Come riavvicinare i nostri figli alla natura , Rizzoli, 2006. Un libro anticonformista e profondo,  la cui lettura dovrebbe essere obbligatoria per tutti i genitori, i docenti, gli educatori e i politici. 

È apparso su La Regione di oggi.

 

Silvia Vegetti Finzi, la nonna nostalgica e la natura

La professoressa Vegetti Finzi ci ha donato una fondamentale riflessione sulla natura e sul ruolo essenziale che essa riveste nello sviluppo psichico e fisico dei bambini. 

Nell’edizione del 6 agosto del settimanale Azione essa risponde a una bella lettera di una "nonna nostalgica" che raffronta la sua esperienza di vita – e di assidua interazione con la natura – a quella dei suoi nipoti, che oggi crescono privi di tale esperienza diretta.

La signora Vegetti Finzi analizza questo preoccupante squilibrio tra sviluppo cognitivo ed esperienza reale dei bambini, sottolineando che «le cose di cui i bambini hanno più bisogno sono quelle che non si comperano: l’aria, la terra, l’acqua, l’erba, le piante e gli animali».

Il contatto diretto con la natura è vitale per molti aspetti: permette ai bambini di conoscere il mondo reale e se stessi poiché, giocando liberamente, essi mettono alla prova le potenzialità e i limiti del loro corpo; sollecita lo sviluppo diffuso e armonioso di tutti i sensi, portando rilassamento e pace; reca benefici allo stato di salute mentale, fisico e spirituale, contrastando l’obesità, i disturbi da deficit di attenzione, l’iperattività, l’ansia, la noia ecc.; permette di comprendere l’interdipendenza fra esseri umani e natura.

Concludendo l’articolo Silvia Vegetti Finzi afferma che «poiché i bambini sono le prime e principali vittime di un mondo «snaturato» la «rivoluzione verde» dovrebbe impegnare innanzitutto educatori, genitori e insegnanti. Ma anche i pediatri per gli effetti positivi sulla salute e gli artisti perché ci aiutino a riscoprire la bellezza e la sacralità della Madre Terra, che ci contiene e alimenta».

Queste forti e sagge parole non possono essere liquidate come farneticazioni di tipo ambientalista, come fanno solitamente i reazionari di fronte a simili argomentazioni. Al contrario, esse meritano non solo di essere approfondite  ma di fungere da guida nelle scelte politiche, culturali, educative e di pianificazione del territorio.

Un utile approfondimento è dato dal libro citato dalla stessa prof.ssa Vegetti Finzi, L’ultimo bambino nei boschi. Come riavvicinare i nostri figli alla natura, scritto dall’educatore statunitense Richard Louv. È un libro assai ricco di spunti e di idee anticonformiste che merita di essere letto.

Nell’acuta prefazione la signora Vegetti Finzi afferma che «(…) emergono nuove proposte, come quella di ritagliare nel nostro piccolo, civilissimo mondo, interstizi di spazio e di tempo, come i parchi urbani, per ritrovare un contatto diretto con la natura. Chiunque conosca i bambini sa bene che i loro occhi vedono in grande e che anche un giardino pubblico può essere vissuto come un bosco e uno stagno apparire vasto quanto un oceano. Purché la ricostruzione artificiale della natura tenga conto dell’atmosfera che si crea e non soltanto della quantità di spazio a disposizione. È più importante il luogo in cui il bambino s’immerge che il suo utilizzo sportivo.» (p. 11).

Questi elementi sono tra i motivi che hanno spinto il Comitato Parco di Villa Argentina a promuovere a Mendrisio, nel 2009, la petizione per la ricostituzione del Parco da destinare ad area verde a disposizione della cittadinanza. Questo obiettivo è lungi dall’essere raggiunto ma, in ossequio alla fiducia accordata da 2'870 cittadine e cittadini, ci impegneremo per impedire la cementificazione di quell’area pregiata e unica.  

 

Tiziano Fontana, coordinatore Comitato Parco di Villa Argentina 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 settembre 2012 7 02 /09 /settembre /2012 19:48

Pubblichiamo l'articolo di Mario Ferrari apparso su La Regione del 31 agosto 2012 poiché si inserisce perfettamente nella difesa della terra che proponiamo da tempo (vedi nel blog: 22.10.2011 Il valore della nostra terra e 17.1.2012 Sviluppo territoriale, terre fertili e Campagna Adorna): speriamo che il suo appello sia ascoltato dai politici, ma non lo crediamo affatto.

L'attuale classe dirigente, quando non è implicata direttamente nelle speculazioni e nella devastazione del territorio, è di una miopia assoluta: non vede l'accaparramento delle terre che sta avvenendo nel mondo e nel Ticino.

Sarebbe ora di creare un movimento politico fondato su principi ben diversi da quelli che ispirano tutti o quasi i partiti esistenti.

Tiziano

 

Il suolo, un bene comune

 “Il suolo è un bene comune che stiamo distruggendo, rinunciando per sempre a produrre bellezza, cultura e cibo, cioè la nostra ricchezza che continuiamo a sperperare senza ritegno!”, così affermava nei giorni scorsi Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

L’allarme è vivo e presente da anni in Svizzera e naturalmente anche in Ticino dove l’aggressività della cementificazione è particolarmente evidente. Appare ormai inutile ripetere i dati relativi alla perdita di terreno agricolo a favore dell’edificazione; fanno impressione, ma non sono sufficienti a smuovere le autorità federali e ancor meno quelle cantonali, ben più reticenti.
Tocca allora ai cittadini lanciare continui segni di allarme, raccogliere firme, cercare di farsi sentire. L’ultimo atto è quello promosso dalla Società agricola del Mendrisiotto, dall’Unione contadini ticinesi e dai Cittadini per il territorio che hanno presentato al Consiglio di Stato una petizione con 6’850 firme per salvare l’importante zona di Valera posta sul territorio di Mendrisio e di Ligornetto.
Il Cantone sonnecchia in una pigrizia letale pur avendo strumenti pronti da mettere in campo in modo da dare segnali importanti. Da mesi è infatti sul tavolo del Consiglio di Stato una proposta di legge relativa alla “Compensazione di vantaggi e svantaggi derivanti dalla pianificazione del territorio ( plusvalore)”. Alcuni cantoni hanno da tempo leggi analoghe ed anche la Confederazione ha recentemente legiferato in merito. Sembra evidente che chi beneficia di una rivalutazione del valore dei terreni a seguito di atti pianificatori debba versare dei contributi, proprio perché il suolo è un bene comune. Basti pensare all’effetto della nuova galleria del Vedeggio, non sul traffico, ma sul valore dei terreni di Cornaredo (chi ne ha beneficiato? quanto hanno pagato?).

Questa legge riveste dunque un carattere d’urgenza di fronte all’esplosione dell’edificazione, ma soprattutto di fronte ad un fatto rilevante, ma poco citato e poco discusso.

La nuova politica agricola federale, per il periodo 2014-2017, intende sopprimere i pagamenti diretti per chi coltiva terreni in zona edificabile. Con questa proposta la Confederazione vuole sollecitare i Cantoni e i Comuni a ridare all’agricoltura queste zone. In Ticino sono moltissimi gli agricoltori in questa condizione e la questione appare oltremodo rilevante.
La legge sulla compensazione dei vantaggi potrebbe alimentare un fondo che serva a recuperare quelle aree coltivate che spesso non sono ancora urbanizzate e quindi, pur edificabili, non hanno un valore eccessivo.
Come mai il Cantone non apre un tavolo di discussione con i Comuni, ma anche con la Confederazione su un tema di così grande rilevanza? Come mai non dà un segnale forte in campo pianificatorio quando ne avrebbe l’occasione?
Proprio in questi giorni in Italia, il ministro delle Politiche agricole e forestali Mario Catania ha convocato una conferenza dal titolo “Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementifcazione”, nel corso della quale verrà presentata una proposta di legge assai incisiva sul tema.
Quando sentiremo gli onorevoli Borradori e Sadis parlare con tale chiarezza? Continueranno a proporre studi sulla crisi del turismo, quando tutti sappiamo che distruggendo il suolo, distruggiamo il bello, la cultura e il cibo.

Mario Ferrari, Comitato Slow Food Ticino 

  

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22 agosto 2012 3 22 /08 /agosto /2012 23:20

Pubblico uno scritto del filosofo Rosario Assunto. Un pensatore e un uomo straordinario.

Ho scoperto le sue idee leggendone gli scritti pubblicati nella mitica "Terza pagina" de il Giornale, il quotidiano fondato e diretto per un ventennio da Indro Montanelli. Una Terza pagina che raccolse i contributi dei migliori spiriti liberi europei e mondiali di quei decenni.

Assunto ha avuto un ruolo centrale nella difesa dei giardini storici grazie alla sua elaborazione filosofica dell'idea di giardino e di paesaggio in un periodo storico caratterizzato dalla distruzione quasi sistematica di parchi e di giardini storici in tutt'Italia: è stato il primo teorizzatore italiano dell'estetica del paesaggio.

Un'Italia in cui sia la nobiltà sia la borghesia illuminata ottocentesca e novecentesca (che erano state all'origine della creazione di giardini e parchi straordinari)  erano quasi scomparse, in cui non esistevano ancora i movimenti ambientalisti a difesa del verde e ai movimenti di sinistra come a quelli di destra non importava nulla né del territorio né del verde poiché accecati dai miti dell'industrializzazione, del progresso, del PIL. 

Nato a Caltanisetta il 28 marzo 1915, laureato in giurisprudenza, Rosario Assunto insegnò per venticinque anni anni Estetica presso l'università di Urbino e per quattro anni Storia della filosofia italiana presso la Facoltà di Magistero di Roma. Nel 1991 gli fu attribuito il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il giardino, promosso dalla Fondazione Benetton; la motivazione recita: «riconoscimento di un merito teorico di immensa portata, il quale non si è mai disgiunto da un lavoro sul campo appassionato, rigoroso e privo di compromessi». 

 

Ho trovato in un sito in internet un estratto ripreso dall'articolo “Cultura degli Alberi e cultura dello spazio”, tratto dal libro “Alberate a Roma”, Istituto Quasar, Roma, 1990. Nel sito questo scritto è stato definito, a ragione, il Manifesto della cultura dell'albero.  Una cultura che manca nella nostra società, tra i politici e gli intellettuali, ma per fortuna sempre più presente tra  i cittadini comuni.

Tiziano

 

  Cultura degli alberi e cultura dello spazio

di Rosario Assunto

 

"(…) A questo punto, sarebbe facile voltare il discorso in politica. Ma non ho alcuna intenzione di farlo. Prima di tutto, perché nessuna parte è senza peccato; poi, e principalmente, perché la politica urbanizzatrice e motorizzatrice, muovesse da destra o da sinistra o dal centro, era l’epifenomeno di una cultura : giacché la cultura condiziona la politica , e non viceversa come per troppo tempo s’è creduto. Se la politica , ogni politica, a cominciare dalla metà di questo secolo, impose, o quanto meno consentì, che si abbattessero alberi e si devastassero giardini….quegli abbattimenti, e quelle devastazioni, anzi i programmi che, in un modo o nell’altro, li resero necessari, avevano pure quella che con termine leibniziano mi piace chiamare la loro ragione sufficiente. E questa ragione sufficiente si identifica nella cultura dello spazio di cui a questo punto dobbiamo investigare i connotati, accertandone l’opposizione alla cultura che diciamo degli alberi. Cominceremo allora col sottolineare come la cultura dello spazio sia una cultura orizzontale ed estensiva, mentre la cultura degli alberi è verticale ed intensiva. E non si tratta di due riferimenti, diciamo così, topologici : Nel senso in cui le nominiamo adesso , verticalità e orizzontalità, in quanto attributi di due culture fra loro in guerra, definiscono due idee dell’uomo e, di conseguenza, due opposte modalità del nostro stare al mondo, del nostro comportamento nei confronti del mondo.
Diremo, allora, l’uomo verticale e l’uomo orizzontale. Uomo dello spazio, quest’ultimo, mentre il primo possiamo chiamarlo uomo dell’albero. Ma perché uomo dell’albero?
Figuralmente, l’albero è, appunto, verticale. Si alza dalla terra verso il cielo. E’ un individuo, sia pure appartenente, come tutti gli individui, ad una specie, ad una famiglia. Come l’albero ha le sue radici nella profondità della terra, così come l’uomo verticale emerge dalle profondità del passato, suo e di tutti (chi non ricorda Thomas Mann, profondo è il pozzo del passato ?). E come l’albero dei succhi della terra, così l’uomo verticale si nutrisce della memoria: memoria di sé come individuo e memoria degli altri, degli individui pari a lui. Memoria di ognuno che a tutti si comunica come parola. Ma anche memoria di tutti: la memoria storica che di sé sostanzia le tradizioni, e plasma l’immagine dei luoghi come luoghi individuati : che non sono semplici punti nello spazio. Luoghi pur essi verticali: come l’uomo che nella loro immagine si riconosce. E l’albero si alza verso il cielo, nel cielo protende i suoi rami, qualificando il luogo in cui sorge, non diversamente da come lo qualifica una torre, un campanile. Individualizza lo spazio, nel senso che non possono darsi al mondo due luoghi che siano fra loro identici. Esattamente come nel famosissimo argomento antiempirista di Leibniz : il quale più volte scrisse non potere esservi al mondo due foglie identiche, nemmeno tra quelle cresciute nello stesso ramo di una medesima pianta. E nemmeno due gocce di liquido, due schegge di pietra che siano identiche fra loro.

Gli alberi, allora , proprio in quanto sono individui, non possono essere prodotti in serie. L’albero è la negazione dello standard. Lo standard è quantità pura, molteplicità degli identici. Gli alberi, siano essi filari ai bordi di una strada, oppure in coltivazione, persino nel fitto di una selva, sono molteplicità in se stessa diversa, quantità qualificata – e sarebbe meglio dire: qualità moltiplicata. E questa qualità moltiplicata sono gli individui non omologati nello standard o agglomerati nella massa : che sono, lo standard e la massa, i due aspetti, antagonistici ma correlativi, due facce della medesima medaglia, della condizione a cui l’uomo è stato retrocesso da quella che possiamo chiamare la cultura dello spazio, in contrapposizione alla cultura dell’albero.

L’albero, dicevamo, è verticale : affonda le radici nella terra ed apre al cielo i suoi rami. E come l’albero, così l’uomo fedele alla cultura dell’albero: si alimenta del passato della memoria e si protende verso un domani che conservi come futura memoria, questo presente di oggi è il passato che in esso in sé ingloba, Per questo l’uomo verticale non costruisce a scadenza, ma nella propria dimora, in un modo o nell’altro, imprime quel segno di voluta immortalità che è la forma contemplabile finalizzata a se stessa…. e l’albero come tale può essere il simbolo di quella completa identità fra rappresentazione e funzione che la cultura detta dell’albero insegna all’uomo a perseguire nelle proprie opere; mentre la cultura che diciamo dello spazio è una cultura dell’assoluta funzionalità : insegna a distruggere tutto quello che sopravvive alla funzione. Per questo abbiamo detto che la cultura dello spazio è orizzontale. Orizzontale ed estensiva.

Diciamo cultura orizzontale, e con questo intendiamo una cultura senza memoria e senza finalismi che vadano oltre l’immediatezza del vantaggio presente. Una cultura, diciamo, che non ha radici e non si leva in alto: conosce solo l’attualità che in se stessa comincia e in se stessa finisce. E l’uomo della cultura orizzontale è uomo smemorato: non già perché abbia perduto la memoria, ma perché se l’è scrollata di dosso come un ingombro che gli impedisse la speditezza dell’andare: sempre più avanti, sempre più oltre, in un’incessante accumulazione di oggi autofondati e autogiustificativi; che si allineano l’uno dopo l’altro senza compenetrarsi l’un l’altro e senza immedesimarsi l’uno nell’altro, perché il loro tempo è rettilineo, non si curva mai su se stesso né fa mai ritorno a se stesso. Invece a se stesso fa ritorno e in se stesso si curva il tempo dell’albero: tempo circolare come circolare è il susseguirsi delle stagioni, che passano l’una nell’altra e sempre a se stesse fanno ritorno, ciascuna portando in sé la memoria di quella che l’ha preceduta, che a sua volta era stata la memoria della stagione da cui al momento giusto era nata. La stagione del riposo, e poi quella delle gemme, dei fiori, del fogliame e dei frutti. Ad ogni stagione il suo frutto, la sua erba, il suo ortaggio. Cadono in autunno le foglie, ma poi torneranno.
Non così la cultura dello spazio: la cultura dello spazio non sopporta diversità di stagioni: E per avere gli stessi frutti, le stesse erbe, i medesimi ortaggi in tutti i dodici mesi dell’anno, identici sempre nell’aspetto, benché senza profumo e senza sapore, la cultura dello spazio imprigiona gli alberi che non può recidere perché i frutti ne sono comunque necessari: vi stende sopra una cappa, la chiamano protezione, e li condanna ad una temperatura forzata, ad un persistente sempre uguale umidore. Nasconde il sembiante dell’albero, anzi il sembiante degli alberi. Li trasforma in palloni di plastica, identici fra loro: geometricamente disposti in una estensione che non è più paesaggio ( il paesaggio era individualità) ma è disindividuata spazialità; in ogni punto identica a se stessa è l’uniformità, ricoperta pur essa di plastica, di quelli che una volta erano gli orti e i prati: ora sono stati standardizzati, diventati meccanomorfi come meccanomorfi e standardizzati, sono gli ex-alberi; ordinati in serie ai fini della maggior quantificazione possibile di quelli che una volta erano i frutti, ognuno diverso dall’altro, ma ora sono prodotti, a guardarli, non sai più se artificiali o naturali. Più artificiali, forse, che naturali. Così come più artificiale che naturale è l’aspetto (ma anche l’odore e il sapore) degli ortaggi e delle erbe serialmente prodotte, con procedere standardizzato e standardizzante, sotto i tendaggi delle colture protette: che cancellando dalla terra le stagioni hanno spogliato il mondo della molteplice diversità dei suoi luoghi, del variare delle stagioni, che sempre era lo stesso in quanto identico a se stesso, ma pur sempre era nuovo, in quanto in sé diverso.
Il tempo si è orizzontalizzato, è diventato pura quantità successiva, spoglia di ogni durata individualizzatrice. Ed in questo tempo orizzontalizzato dallo standard e dalla serialità, gli alberi-palloni di plastica, ecco, gli alberi hanno dimessa la loro individualità di immagine, allo stesso modo in cui la propria individualità di immagine hanno perduta i campi ed i prati e le coltivazioni di ortaggi, ormai assimilate alle macchine produttive. E’ la cultura dello spazio che ha soggiogato gli alberi da frutto, tramutandoli in una sorta di macchine produttive. E quando non c’era bisogno di soggiogarli perché nulla producevano di utile, allora non restava che buttarli giù e sradicarli: poiché potevano addirittura essere pericolosi, ostacolandone il movimento, agli uomini smanianti di assoggettare a sé quanto più spazio possibile nel più breve tempo possibile….. trionfo della cultura dello spazio sulla cultura dell’albero. Abbattuti gli alberi, e sbancati i giardini, nei quali gli alberi, assieme agli altri doni del suolo, ed alle acque erano bellamente disposti ( ho ripetuto ancora la definizione di Kant). In vario modo da tutti e dovunque apologizzato e incrementato, così esigeva l’urbanesimo. E l’urbanesimo è il regno della finitezza che si accumula, che cresce su se stessa, che priva gli uomini di ogni apertura sull’infinito: su quell’infinito di cui l’albero è simbolo, e che la cultura dello spazio rinnega in nome, appunto, dell’estensione orizzontale come illimitata espansione della finitezza. Ma non è inconsapevole nostalgia di infinito, quel soffocamento da cui si sentono presi gli uomini sopraffatti dall’urbanesimo che toglie loro il respiro?
Respiro, qui può essere una metafora fisiologia, vuol designare l’esigenza di ricongiungersi all’infinito, della cui privazione patisce la nostra finitezza che l’urbanesimo, figlio della cultura dello spazio, ha imprigionata in se stessa. Il soffocamento del corpo come segno di un soffocamento dell’anima. E se vogliamo tornare a respirare, restituendo all’anima le ali che portino nell’infinito, dobbiamo rimetterci a coltivare alberi e ad impiantare giardini".

 

 

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30 luglio 2012 1 30 /07 /luglio /2012 00:00

Riproponiamo l'articolo di Salvatore Settis pubblicato su La Repubblica del 5 aprile 2012 dedicato alla storia dell'arte.

Come sempre avviene, adattando i profondi articoli che il  prof. Settis dedica all'Italia alla realtà ticinese, constatiamo le similitudini tra Italia e Ticino.

Quale ruolo ha oggi la storia dell'arte da noi?

Ai politici-affaristi questa disciplina non piace poiché darebbe solide basi ai cittadini per contestare i loro sporchi affari; 

ai politici-tecnocrati questa disciplina non interessa, ovviamente, perché non è "utile".

Ma per formare persone, cittadini, è indispensabile dare solide basi culturali, altrimenti si costruisce una società di "risorse umane" da spremere il più possibile e da gettare quando non più consone alle evoluzioni "naturali" del mercato e della tecnologia, o di sudditi o di soldati!  

 

 RIPRENDIAMOCI LA STORIA DELL'ARTE

 

La demeritocrazia che da decenni governa il destino, e il declino, di un'Italia assai distratta ha regole di ferro. Fra queste: avanti i mediocri, quelli bravi si arrangeranno all'estero; meglio rifriggere banalità condivise, pensare è noioso; largo ai vecchi, i giovani possono aspettare.
Perciò leggendo il manifesto TQ "sul patrimonio storico-artistico della nazione italiana" (da oggi disponibile integralmente sul loro sito, n.d.r.) c'è di che stupirsi. Giovani di trenta-quarant'anni che hanno scelto per parlare d'Italia la prospettiva della loro generazione; anzi, i «non pochi storici dell' arte che hanno deciso di aderire a TQ» che convincono gli altri a firmare un manifesto come questo; addirittura, un testo che non ricicla sciocchezze sui "beni culturali" come "petrolio d'Italia", da "sfruttare" fino ad esaurirlo come fosse un combustibile, ma proclama che «il fine del nostro patrimonio non è di produrre reddito», ma di esercitare un'alta funzione civile, di «rappresentare e strutturare, non meno della lingua», la comunità nazionale.
Si sente vibrare molta indignazione e non poca speranza, nelle parole dei TQ. Indignazione (altra singolarità) rivolta in primo luogo verso la corporazione stessa degli storici dell' arte, corresponsabili dell' «inesorabile degrado del ruolo della storia dell'arte nel discorso pubblio italiano», di aver trasformato la loro disciplina in «un fiorente settore dell'industria dell'intrattenimento» prestandosi alla «mutazione mediatica del dibattito culturale in marketing occulto» di mostre ed eventi, anzi dei loro sponsor.
Speranza, invece, nella nascosta forza di una disciplina ancora capace di trovare in se stessa le ragioni di un forte ruolo civile, la dignità di una disciplina umanistica, lo status di «sapere critico, strumento di riscatto morale, di liberazione culturale e di crescita umana».
Quello degli storici dell' arte, suggerisce il "manifesto TQ", non è il silenzio degli innocenti. Infatti essi non tacciono, anzi sono impegnati in un vano chiacchiericcio intorno a mostre spesso inutili o dannose, ad attribuzioni implausibili, a "scoperte" mediatiche che rallegrano sindaci e assessori, ma reggono lo spazio di un mattino. Stanno alla larga invece (con pochissime eccezioni) da temi scottanti come il degrado della tutela, la prevaricazione dell'effimero (le mostre) sul permanente (musei e monumenti), la morte annunciata del Ministero dei Beni culturali per mancanza di fondi e di turn over, ma anche per l'espediente, già troppe volte ripetuto, di una sede vacante non di nome, ma di fatto.
Il decalogo che conclude il "manifesto TQ" parte da affermazioni di principio, ma contiene anche importanti proposte. Sua stella polare è l'art. 9 della Costituzione, che congiunge la promozione della cultura e della ricerca con la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Ma dobbiamo constatare, scrive amaramente il manifesto, che oggi «la Repubblica né promuove né tutela». Per invertire la rotta, occorre che gli storici dell'arte si impegnino a rilanciare il ruolo della disciplina nella società. Occorre che «la funzione civile e costituzionale del patrimonio» diventi, come in passato, cardine della cultura e della vita della polis: poiché il patrimonio italiano, «coesteso e fuso all'ambiente» e al paesaggio, ne costituisce la più alta cifra simbolica, deposito di memorie e laboratorio del futuro. Occorre rafforzare e non smantellare il sistema pubblico della tutela, mantenendolo in capo allo Stato per assicurare, secondo Costituzione, identità di criteri in tutto il territorio nazionale. Occorre agire sulla scuola, «ampliando l'asfittico spazio concesso a quella storia dell' arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione», come scrisse Roberto Longhi. Occorre «mettere radicalmente in discussione i corsi di Beni Culturali», che hanno provocato un pericoloso divorzio della storia dell'arte da altre discipline umanistiche.
Occorre, insomma, porre rimedio all'«analfabetismo figurativo che ha afflitto le generazioni precedenti e ha sempre reso cieca la classe dirigente della Repubblica». E' importante che siano i giovani di TQ a rimettere con determinazione sul tavolo temi come questi.
Per chi ha orecchi da intendere, essi dovrebbero servire da contraltare al banale economicismo che considera sinonimi "valorizzazione" e "sfruttamento", e nel patrimonio vede non una risorsa etica e civile, ma un salvadanaio da svuotare. Discorso contrario non solo alla Costituzione e a una secolare tradizione civile e giuridica, ma anche a una concezione meno stantia dei meccanismi socioeconomici.
Dalle elaborate misurazioni di due economisti americani, David Throsby e Arjo Klamer, risulta che il patrimonio culturale ha due componenti: una è il valore monetario, ma assai più importante è la componente immateriale o valoriale, per definizione fuori mercato. Dalla conservazione del patrimonio e dalla sua conoscenza derivano benefici stabili per la società nel suo complesso, che accrescendo la coscienza civica e il senso di coesione dei cittadini finiscono col tradursi anche in sviluppo economico.
In senso analogo ha argomentato Amartya Sen, pensando alla sua India dove il recupero di storia e arte è andato di pari passo con l'eccezionale rilancio economico. Ma queste idee di innovativi economisti del sec. XXI mostrano, come meglio non si potrebbe, quanto fosse lungimirante la nostra Costituzione del 1948: l'art. 9, infatti, sancisce «la primarietà del valore estetico-culturale», che non può essere «subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e pertanto dev'essere «capace di influire profondamente sull'ordine economico-sociale», come ha ripetutamente affermato la Corte Costituzionale.
Toccherà ai trenta-quarantenni, ma anche a quelli ancor più giovani, mostrare che i Costituenti avevano ragione
SALVATORE SETTIS
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22 luglio 2012 7 22 /07 /luglio /2012 22:50

Ecco la quarta e ultima parte dell'articolo dedicato a Hermann Hesse. Potrete leggere l'intero articolo sul prossimo numero della rivista della STAN, Il Nostro Paese.

 

Sul Corriere del Ticino del 21 luglio è apparso un articolo dell'ex-direttore della biblioteca cantonale di Lugano Giuseppe Curonici: vale la pena leggerlo, finalmente un intellettuale prende posizione. Ma gli altri? e i politici? i Consiglieri federali che fra poco arriveranno a Locarno per il festival del flim avranno il tempo di recarsi a vedere la Montagnola attuale? di percorrere la passeggiata fino al bosco poco oltre la Casa Rossa? si ricorderanno di qualche scritto di Hesse? O sono troppo occupati da dossier più "seri", come i nostri ...

Tiziano

 

4. Le basi legali per riconoscere e tutelare un bene culturale avente valore universale

Il patrimonio culturale è un elemento fondamentale dell'identità.  

Passiamo brevemente in rassegna alcuni strumenti giuridici esistenti atti a tutelare il patrimonio culturale mondiale elaborati a livello internazionale e quelli in vigore a livello nazionale.  

Livello internazionale

Un luogo, per essere incluso nella lista del Patrimonio dell'umanità, deve avere un valore universale eccezionale e deve soddisfare almeno uno dei dieci criteri naturali e culturali stabiliti dall’Organizzazione delle nazioni unite per l’educazione la scienza e la cultura – UNESCO –, come stabilito nelle Orientations devant guider la mise en œuvre de la Convention du patrimoine mondial[1] (edizione novembre 2011).

Alcuni criteri di selezione contenuti nel capitolo II.D Critères pour l'évaluation de la valeur universelle exceptionnelle ci sembrano essere appropriati al caso di Hesse:

III.    apportare una testimonianza unica o almeno eccezionale su una tradizione culturale o una civiltà vivente o scomparsa;

VI.         essere direttamente o materialmente associato a avvenimenti o a tradizioni viventi, a idee, credenze o opere artistiche e letterarie aventi un significato universale eccezionale (il Comitato considera che questo criterio debba preferibilmente essere usato in associazione ad altri criteri);

 

In quel documento si ricorda anche che per essere considerato di valore universale eccezionale un bene deve ugualmente rispondere alle condizioni d'integrità e/o di autenticità e deve beneficiare di un sistema adatto di protezione e di gestione per assicurare la sua salvaguardia.

Evidentemente la proprietà in cui Hermann e Ninon Hesse vissero fino agli anni Sessanta oggi non si presenta nel medesimo aspetto: la Casa Rossa è cambiata non solo nel colore delle facciate e il giardino-parco non presenta più né la parte a vigneto né l'orto e anche il paesaggio del Luganese è stato in grande misura modificato. La morfologia del terreno è comunque la medesima, la Casa Rossa pur modificata emerge sempre sulla collina e anche il terreno poco sotto la Casa Rossa, situato in zona agricola, mantiene la sua disposizione terrazzata. Nelle vicinanze vi è il bosco, oggi come allora. 

Come abbiamo cercato di dimostrare nelle prime due parti, con Hermann Hesse siamo in presenza sia di un'opera universale ed eccezionale sia di un legame essenziale tra creazione letteraria e luogo d'ispirazione: questo luogo anche se in parte modificato è ancora presente e ben leggibile nelle sue principali componenti dategli dagli interventi effettuati negli anni Trenta del Novecento.

Evidentemente di fronte all'ipotesi dell'elaborazione del dossier per chiedere il riconoscimento da parte dell'UNESCO della Casa Rossa e del suo giardino-parco e della proprietà terrazzata poco distante è essenziale che il Comune di Collina d'Oro, il Cantone e la Confederazione vogliano con convinzione e determinazione salvaguardare l'area in questione.

 

A livello cantonale e federale vi sono alcune leggi che contemplano strumenti giuridici, pianificatori e finanziari che potrebbero essere d'aiuto.  

 

Livello federale

La Costituzione federale stabilisce nell'art. 69 (Cultura) che «il settore culturale compete ai Cantoni» ma anche che «la Confederazione può sostenere attività culturali d’interesse nazionale e promuovere l’espressione artistica e musicale, in particolare tramite la formazione». Inoltre l'art. 78 (Protezione della natura e del paesaggio) prescrive che «la protezione della natura e del paesaggio compete ai Cantoni»; ma anche che «nell’adempimento dei suoi compiti, la Confederazione prende in considerazione gli obiettivi della protezione della natura e del paesaggio. Ha cura dei paesaggi, dei siti caratteristici, dei luoghi storici nonché dei monumenti naturali e culturali; quando l’interesse pubblico lo richieda, li conserva integri»; infine che «può sostenere gli sforzi volti a proteggere la natura e il paesaggio nonché, per contratto o per espropriazione, acquistare o salvaguardare opere d’importanza nazionale».

La legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio sancisce che «la  presente legge è, nei limiti della competenza conferita alla Confederazione dall’articolo 78 della Costituzione federale, intesa a: a) rispettare e proteggere le caratteristiche del paesaggio, l’aspetto degli abitati, i luoghi storici, le rarità naturali e i monumenti culturali del Paese e a promuoverne la conservazione e la tutela; b) sostenere i Cantoni e assicurare la collaborazione con gli stessi nell’adempimento dei loro compiti di protezione della natura e del paesaggio e di conservazione dei monumenti storici».

Livello cantonale

Per la Legge sulla protezione dei beni culturali del cantone Ticino un «bene culturale» è un bene che riveste «interesse per la collettività, in quanto testimonianza dell'attività creativa dell'uomo in tutte le sue espressioni». Inoltre la Legge sullo sviluppo territoriale ha introdotto un capitolo nuovo dedicato al paesaggio considerato come  «bene comune» (art.1). Lart. 95 stabilisce che «i paesaggi con contenuti e valori importanti sono oggetto di tutela; essi sono classificati in oggetti d’importanza nazionale, cantonale o locale» e l'art. 102 che «il Cantone e i Comuni finanziano, nell’ambito delle rispettive competenze, misure di tutela e di valorizzazione del paesaggio, beneficiando dei sussidi in base alla legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio». Nel regolamento di applicazione della legge sullo sviluppo territoriale si specifica che «sono paesaggi con contenuti e valori importanti: (…) b) i paesaggi di rilevanza storica o simbolica».

 

Spesso si sostiene che manchino gli strumenti giuridici per tutelare e valorizzare il patrimonio culturale: in realtà ciò che manca sono la volontà politica, la coscienza civile e l'amore culturale.

 

L'opera di Hermann Hesse, il suo lascito artistico e spirituale così come i luoghi direttamente associati - Casa Rossa e area circostante – che  l'hanno ispirato meriterebbero di essere salvaguardati grazie alla creazione di un parco letterario e culturale, sull'esempio dei Parchi Letterari creati in Italia dedicati a numerosi autori[2].

Tiziano

 



[1] Vedi sito dell'Unesco: http://whc.unesco.org (abbiamo consultato la versione francese in mancanza di quella ufficiale in italiano).

 [2] per esempio a Giosuè Carducci (Castagneto Carducci, Toscana), Giovanni Verga e Salvatore Quasimodo (Catania e Modica, Sicilia), Grazia Deledda (Galtellì, Sardegna).

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16 luglio 2012 1 16 /07 /luglio /2012 22:50

Pubblico la terza parte della ricerca su Hermann Hesse. Buona lettura. 

Tiziano

 

3.  Il museo Hermann Hesse a Montagnola, la passeggiata tematica e i visitatori 

 

Il 2 luglio 1997 è stato inaugurato il museo dedicato a Hermann Hesse nella torre della Casa Camuzzi a Montagnola, grazie anche al sostegno del figlio Heiner Hesse. Il 1° gennaio 2000 è stata istituita la Fondazione Hermann Hesse Montagnola che gestisce il museo e che consente inoltre lo svolgimento di un vasto programma con letture, mostre e numerose manifestazioni su diversi temi inerenti a Hermann Hesse, presentati in Svizzera e all'estero in collaborazione con numerosi musei e istituzioni culturali.[1]

La mostra permanente, limitata in considerazione degli spazi ristretti, presenta oggetti personali (scrivania, arazzo, lettere ecc.) acquerelli, fotografie, libri; il locale all'ultimo piano è dedicato alle mostre temporanee, sempre assai interessanti.

Le molte attività culturali proposte – lettura di suoi testi, conferenze, incontri con scrittori, mostre, pubblicazioni tematiche, concerti ecc. – suscitano il vivo interesse degli ammiratori di Hesse. Esse meriterebbero maggiore attenzione da parte delle autorità federali, cantonali e comunali e sicuramente un maggiore sostegno finanziario: infatti il Museo ha una funzione culturale di primo piano ma ha anche una funzione turistica che andrebbe seriamente presa in considerazione.

Su quest'ultimo aspetto il professore dell'USI Claudio Visentin ha elaborato nel 2007, su mandato del Comune di Collina d'Oro, uno studio dedicato al Museo e al turismo ad esso legato. Le informazioni raccolte sono assai interessanti, tanto più se pensiamo alla critica situazione conosciuta dal nostro Cantone nel settore turistico.

Secondo i dati forniti dallo studio in questione e dal sito del museo i turisti o escursionisti che giungono a Montagnola in visita al museo sono tra i 15'000 e i 20'000 all'anno, di cui il 92% proviene da fuori Cantone Ticino; un altro dato importante è fornito dall'interesse suscitato dal tema della vita di Hesse in Ticino: lo è per il 36% dei visitatori; il prof. Visentin ha giustamente sottolineato questo aspetto legandolo a quello turistico e di promozione del territorio. Il 50% dei visitatori è venuta a conoscenza del Museo grazie al passaparola e come motivazione principale della visita il 54% dichiara che è costituita dal forte interesse personale per Hesse e il 10% dall'interesse per il luogo circostante: il 74% dei visitatori ha dichiarato che oltre al Museo si reca a visitare la Passeggiata tematica e la tomba di Hermann e Ninon Hesse a Gentilino.

Sul totale dei visitatori il 50% è rappresentato da turisti mentre il 20% da escursionisti vale a dire da persone che rientrano in giornata al proprio domicilio. Il prof. Visentin mette anche in rilievo che il 53% dei turisti ha indicato come principale motivazione del viaggio nel Luganese la visita al museo, che nella fattispecie «si pone come attrattore puro, senza la cui presenza non si registrerebbero numerosi visitatori» (la visita a un museo «è infatti solitamente parte di una più ampia esperienza turistica»[2]). Fra i turisti il 63% pernotta in Ticino: «stime e proiezioni sono sempre rischiose, ma anche limitandosi ai soli turisti, e tra questi solo a quanti hanno dichiarato che la visita al museo è la principale motivazione del viaggio a Lugano, nell’interpretazione davvero più restrittiva, si oltrepassano comunque i 7'000 pernottamenti stimati in strutture ricettive del territorio»[3]. L'indotto economico è quindi chiaro.

Il prof. Visentin, concludendo il suo articolo pubblicato dalla prestigiosa rivista del Touring Club italiano, afferma che: «Peculiare al "turismo letterario", rispetto ad altre forme di turismo culturale, sembra essere la capacità dello scrittore prediletto di rappresentare la chiave di lettura del territorio circostante. Solo in presenza di elementi che rimandano allo scrittore stesso, l'interesse si risveglia e si estende poi anche ad altre attrazioni. Il "turismo letterario" sembra poi assumere una sempre maggiore autonomia nell’orientare la visita. Cioè i luoghi legati a uno scrittore non sono, come forse in passato, una tappa di un più ampio e diversificato itinerario culturale, ma la ragione principale, a volte l'unica, del viaggio».

Anche l'autorità comunale si espresse in un comunicato stampa e in un opuscolo informativo riproponendo lo studio coordinato dal prof. Visentin: «La Passeggiata a partire dal Museo lungo i luoghi di Hermann Hesse attrae ¾ dei visitatori e li soddisfa praticamente tutti; però solo ¼ di loro manifesta il desiderio spontaneo di visitare le altre bellezze del nostro territorio. Probabilmente quest’effetto «trascinante» della Passeggiata verso l’esterno del Museo sarà d’altronde meglio sfruttato ora che l'audioguida di cui essa è stata dotata contiene anche tutta una serie d'informazioni sui beni artistici, paesaggistici e della ristorazione che il turista e il viandante possono trovare in Collina. Ma questo non è che uno dei suggerimenti che offrono i risultati dell'indagine appena terminata e il Municipio ha senz'altro l'intenzione di identificare tutti gli altri elementi che permettano di meglio valorizzare le risorse collinari a profitto dei visitatori e della popolazione»[4].

Da queste considerazioni dovrebbero discendere coerenti decisioni locali, regionali e cantonali atte a sviluppare il turismo di qualità, salvaguardando, per esempio, il paesaggio, definito «bene comune» dalla nuova Legge sullo sviluppo territoriale (Lst).

 

 

Alcune domande dovrebbero sorgere spontanee a tutti gli ammiratori di Hesse che si recano a Montagnola, non solo a visitare il museo e a seguire le molte attività culturali ad esso associate ma anche a percorrere la Passeggiata tematica: dopo il totale snaturamento del parco-giardino dell'area della Casa Rossa (nel caso di costruzione di edifici, come permesso dal piano regolatore in vigore) cosa penseranno i turisti ed escursionisti che percorreranno la passeggiata giungendo in via Hermann Hesse?

In particolare coloro che giungeranno tra il punto tematico n. 10 (prima della proprietà in cui sorge ancora la Casa Rossa), sul cui cartello vi è questa riflessione di Hesse: «Perciò negli ultimi anni era di quando in quando affiorata, senza esser mai presa sul serio, l’idea di poter forse cambiare casa un’altra volta,comprandone una o prendendola in affitto o addirittura costruendola, per avere nella vecchiaia un ricovero più agiato e più sano. Erano desideri e fantasie, null’altro. Ed ecco che la bella fiaba si fece realtà: durante una serata all’“Arch”a Zurigo, nella primavera del 1930, mentre si chiacchierava, caduto il discorso sulle case e sul costruire, si accennò anche al mio desiderio di una casa. Ed ecco che d’un tratto l’amico B. mi guardò ridendo ed esclamò: “Lei, la casa l’avrà!” Era, così mi sembrò, anche quello uno scherzo di una serata conviviale. Ma lo scherzo è divenuto realtà, e la casa di cui un tempo sognavamo per gioco ora è qui, straordinariamente grande e bella, a mia disposizione per tutto il resto della mia vita. Mi accingo un’altra volta all’impresa di metterla su, di nuovo “per tutta la vita”, e stavolta lo sarà probabilmente davvero», e il punto tematico n. 11 (alla fine della proprietà dove visse Hesse), in cui è riportato quest'altro pensiero del nostro scrittore: «Contro ogni mia aspettativa ero ridiventato sedentario e possedevo, non da padrone ma da mezzadro a vita, un pezzetto di terra. Ci avevamo appena costruito sopra la nostra casa e ci eravamo entrati da poco e già per me ricominciava un interludio di vita campestre, familiare in virtù dei molti ricordi. Non avevo in animo di ributtarmici con passione e frenesia, me la sarei presa più pigramente, più che il lavoro avrei cercato il riposo, più che dissodare boschi e seminare e piantare avrei sognato accanto al fumo azzurrognolo dei focherelli autunnali. Tuttavia avevo già messo a dimora una bella siepe di biancospino e arbusti e alberi e molti fiori e trascorrevo quei giorni della tarda estate e del primo autunno, giornate incomparabili, quasi tutti in mezzo al verde, nel giardino, con lavoretti da poco, potando la giovane siepe, preparando la terra per le semine di primavera, pulendo i vialetti e la fontana e sempre, mentre ero al lavoro, accendevo un piccolo falò, un fuoco di erbacce, di rametti secchi e di pruni e di ricci di castagne ancora verdi o già secchi e scuri» cosa proveranno alla vista di quanto edificato?

Cosa potranno trovare ancora lungo il tratto più significativo della passeggiata che dovrebbe ricordare Hesse e il legame fisico e spirituale tra la sua opera e il luogo d'ispirazione?

 

Del resto la cementificazione nel giardino della Casa Rossa sarebbe la triste ma logica conclusione del processo descritto da Hermann Hesse alla fine degli anni Cinquanta del Novecento: «Quando, dopo una guerra mondiale e i colpi del destino giunsi qui a Montagnola, quarant'anni fa, naufrago, ma intenzionato a combattere per ricominciare, Montagnola era un piccolo villaggio insonnolito in mezzo a vigneti e boschi di castagni. E così rimase per molti anni. Finché anche la nostra collina entrò in quello stadio o malattia, che Knut Hamsun ha descritto in maniera estremamente persuasiva in Figli del loro tempo e in La città di Segelfoss. Laddove ancora ieri un piccolo sentiero tortuoso e capriccioso si perdeva sulla china in mezzo a filari di viti e a cespugli di caprifoglio, oggi, sul terreno smosso, si vedono autocarri in sosta che scaricano mattoni e sacchi di cemento e poco più in avanti, anziché fiori di campo, viti e fichi, si ergono reti metalliche con piccole casette di periferia dai vivaci colori sullo sfondo e dalla città e dalla valle avanzano verso di noi, senza sosta, lottizzazioni, nuove costruzioni, strade, muri, betoniere, ebbrezza di progresso e febbre di speculazione fondiaria. Morte del bosco, dei campi, dei vigneti. Scoppiettavano le macchine edili, rimbombavano i colpi del martello pneumatico sul serbatoio dell'olio. Non c'era niente da ridire; anch'io, decenni fa, avevo delimitato qui un pezzo di terra piantandovi una siepe tutt'intorno e facendovi erigere una casa con giardino e segnando delle strade. Certamente a quell'epoca non ero tanto uno dei "figli del loro tempo", quanto piuttosto un pazzo isolato, che si stabiliva lontano dal villaggio, piantava alberi lottando contro le erbacce e guardava la città con le sue periferie con una certa superbia. Con la superbia avevo chiuso da tempo, il piccolo villaggio era diventato la città di Segelfoss, venivano costruite case su case e strade su strade, venivano aperti o ampliati negozi, si inaugurarono un nuovo ufficio postale, un caffè, un'edicola dei giornali, centinaia di nuovi allacciamenti telefonici, scomparvero i sentieri delle nostre passeggiate di un tempo, i luoghi nascosti delle miei commemorazioni e di riposo dell'epoca di Klingsor. La grande ondata ci aveva raggiunto, non eravamo più un villaggio e il nostro ambiente non era più il paesaggio. E per quanto appartata e nascosta avessimo costruito la casa quasi quarant'anni fa, quell'ondata arrivava a lambirci i piedi; un campo dietro l'altro veniva venduto, parcellizzato, edificato, recintato. Tuttora la nostra posizione sul pendio e una brutta stradina stretta ci proteggevano, ma i terrazzamenti al di sotto del nostro terreno, con i loro pochi filari di viti e alberi, allettavano già degli interessati, in parte desiderosi di costruire, in parte speculatori; ogni tanto si vedevano aggirarsi degli sconosciuti dall'aria indagatrice, che osservavano il panorama e misuravano distanze con lunghi passi. Domani o dopodomani ci avrebbero preso quest'avanzo di natura e di pace. E non erano in gioco solamente un paio di vecchi come me e il loro diletto, era in gioco ciò che qui i nostri benefattori avevano costruito, progettato e impiantato lasciandolo a noi vassalli, e ciò che noi, presumibilmente, non avremmo potuto restituire intatto.

Il mondo ormai ci concede poco, sembra spesso non essere fatto altro che di frastuono e di paura, ma l'erba e gli alberi crescono ancora. E quando un giorno la terra sarà completamente ricoperta di blocchi di cemento, continueranno a esistere i giuochi delle nuvole, e qua e là ci saranno uomini che con l'aiuto dell'arte terranno aperta la porta che si affaccia sul divino»[5].

 

Fine della terza parte.

 


[1] Vedi sito della Fondazione Hermann Hesse Montagnola: http://www.hessemontagnola.ch.

[2] Claudio Visentin, Musei d’autore: il caso Hesse, in La rivista del turismo, n. 3, 2008, p. 41. 

[3] Ibid., p. 41.

[4] Comunicato stampa dell’11 marzo 2008 del Municipio di Collina d’Oro, TURISMO CULTURALE IN COLLINA D’ORO

[5] Hermann Hesse, Ebbrezza di progresso e febbre di speculazione fondiaria (da "Bericht an freunde", 1959), in La maturità rende giovani, Ugo Guanda editore, Parma, 2011, pagine 80-82.

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2 luglio 2012 1 02 /07 /luglio /2012 22:20

Pubblico la II° parte della ricerca su Hermann Hesse.

Consiglio di entrare nel sito del museo Hesse di Montagnola: potrete trovare fotografie e acquerelli che aiutano moltissimo a capire il legame tra le opere di Hesse e il paesaggio, il giardino e l'orto della Casa Rossa.

Tiziano

 

FotoE.Himmelsbach

 

2. Opere letterarie e luoghi di ispirazione

Per Hermann Hesse la natura, la campagna e i giardini sono sempre stati luoghi d'invito a una molteplicità di funzioni: alla meditazione, alla contemplazione, alla rigenerazione spirituale, all'attività fisica, al piacere e al riposo.

  

Nel testo In giardino[1] pubblicato nel marzo 1908 egli scrive: «Per noi che possediamo un giardino è giunto il momento di pensare ai molti lavori di primavera. […] Non sono forse una disgrazia cinque lunghi e bui mesi senza giardino, senza profumi, senza fiori, senza foglie verdi? Adesso, però tutto ricomincia, e se oggi il giardino giace ancora spoglio, per colui che vi lavora tutto è già presente in germe e nell'immaginazione. […] Man mano che il lavoro procede si placano gli entusiasmi: questo piccolo e tranquillo giardino ci cattura e ci induce a reminiscenze e pensieri di altro tipo. Nel giardinaggio c'è qualcosa di simile alla presunzione e al piacere della creazione: si può plasmare un pezzetto di terra come si vuole, per l'estate ci si può procurare i frutti, i colori e i profumi che si preferiscono. Si può trasformare una piccola aiuola, un paio di metri quadrati di nuda terra, in un mare di colori, in una delizia per gli occhi, in un angolo di paradiso. Ma tutto questo ha dei limiti precisi. Alla fine, nonostante desideri e fantasie, occorre volere solo quello che la natura vuole lasciando che sia lei a disporre e provvedere. La natura è irriducibile. Talvolta si fa lusingare, pare si lasci raggirare, ma poi fa valere con tanto più rigore i propri diritti. […] Inoltre, in giardino il breve ciclo della vita è ancora più limitato, evidente e palpabile che altrove. La nuova stagione è appena iniziata e già siamo circondati da foglie cadute, cadaveri, getti e polloni recisi, piante soffocate o altrimenti morte che di settimana in settimana aumentano e vanno a finire sul mucchio della composta insieme ai rifiuti di cucina, alle bucce di mela […] Non passerà molto che dai tristi rifiuti e dalla morte nasceranno nuovi getti e polloni, e ciò che è marcito e si è disfatto riprenderà vita in forme nuove, belle e colorate. Così l'intero e semplice ciclo vitale, che tanto preoccupa gli uomini e che tutte le religioni interpretano con venerazione, si compie inequivocabilmente, veloce e in silenzio, in ogni piccolo giardino. Nell'allegra attesa primaverile semino nel mio piccolo giardino fagioli e insalata, resede e nasturzi, che poi concimo con i resti dei loro predecessori; intanto penso a questi ultimi e alle generazioni che verranno. Come tutti, considero questo ben ordinato ciclo vitale un fatto ovvio e, in fondo, intrinsecamente bello. Solo di tanto in tanto, mentre semino e raccolgo, mi passa per la mente quanto sia strano che fra tutte le creature esistenti sulla terra solo noi uomini abbiamo da ridire sul corso degli eventi e, non contenti dell'immortalità di tutte le cose, ne vogliamo per noi una personale, propria, particolare».

In questo articolo pubblicato nel Neues Wiener Tagblatt troviamo alcuni temi che saranno approfonditi da Hesse per tutta la vita.

 

FotoG.Mayr

 Tra il 1919 e il 1962 la natura e il paesaggio della regione di Lugano e del Comune di Montagnola così come il giardino di Casa Camuzzi e poi il giardino e l'orto della Casa Rossa sono stati per Hesse fonti di ispirazione per le opere più importanti, che gli hanno  poi valso l'ottenimento dei più prestigiosi premi letterari europei e mondiali.

È opportuno ricordare che con il trascorrere degli anni il nostro autore modificherà il suo rapporto con il giardino, come spiega Volker Michels nell'illuminante Postfazione[2] al libro In giardino: «[…] Nel 1931 due circostanze permisero a Hesse di tentare nuovamente una vita simile a quella che aveva condotto prima a Gaienhofen e poi a Berna, una vita che offrisse  spazio anche per un giardino. La prima fu l’aiuto di un abbiente amico zurighese che permise allo scrittore ormai già cinquantaquattrenne di costruirsi una casa di proprietà. La seconda fu l’incontro con Ninon Dolbin, la quale comprese subito che per un uomo come lui la felicità consisteva nella possibilità di vivere per il proprio lavoro […]. Questa volta, però, il giardino rivestì per Hesse una funzione leggermente diversa da quella di un tempo, quando ancora rappresentava l’aspetto fondamentale di una vita incentrata sull’autarchia e sul superamento delle dipendenze dalla civilizzazione».

È il medesimo Hesse a spiegare il cambiamento nell'articolo Ritorno alla spontaneità, del 1954: «[…] In effetti, tutto il mio giardinaggio col passare del tempo è diventato un gioco da eremita senza alcun significato pratico, o meglio, un tale significato ce l'ha ma per me soltanto, come igiene ed economia personali. Quando i dolori agli occhi e alla testa diventano troppo fastidiosi, mi occorre cambiare attività, ho bisogno di fare un diverso uso del fisico. L'apparente lavoro di giardiniere e di carbonaio, che ho escogitato a questo scopo nel corso degli anni, deve servire non solo a questo diverso uso del corpo e al suo rilassamento, ma anche alla meditazione, alla tessitura dei fili della fantasia e alla concentrazione degli stati d'animo. Di tanto in tanto cerco dunque di rendere più difficile al mio prato il suo trasformarsi in bosco. Altre volte mi fermo davanti al terrapieno che, più di vent'anni or sono, avevamo alzato lungo il confine a sud della proprietà, con la terra e gli innumerevoli sassi raccolti scavando il fosso che doveva servire da barriera al bosco attiguo: un tempo lo avevamo piantato a lamponi.»[3]

Nel 1931 quando Hermann e Ninon Hesse si stabiliscono nella Casa Rossa il terreno della proprietà è stato modificato dall'intervento di una ditta specializzata, come ricorda Volker Michels: «il terreno di undicimila metri quadrati, acquisito nel luglio del 1930 sul pendio rivolto a sud sopra il villaggio di Montagnola, aveva una posizione meravigliosa con una magnifica vista sul lago e sui monti della sponda italiana, ma le balze ripide e pietrose coltivate un tempo a vigna non erano certo adatte per impiantare un giardino. Tuttavia fu fatto tutto quello che l'abilità di un bravo giardiniere poteva ottenere. Seguendo il motto di Hesse, di "applicare quel poco di libertà necessaria per far diventare la volontà della natura la mia volontà", il terreno fu reso coltivabile da un'impresa di giardinaggio con humus, muretti di sostegno, scale e vialetti, evitando una drastica ricomposizione fondiaria, ovvero conservando in gran parte la struttura del terreno. Si provvide a rinserrare una fonte, a piantare alberi, e sotto i castagni ai margini del bosco fu costruito un campo di bocce. Centro del giardino rimase il vigneto che Hesse avrebbe voluto dare in appalto. Siccome però nessuno si mostrò interessato, fu necessario chiamare un bracciante per non dover vendemmiare i settecento chili di uva che d'ora innanzi bisognava far fruttare ogni anno. Sulle terrazze più in basso furono disposte le aiuole per fiori, fragole, verdura, insalate ed erbe aromatiche, mentre su quelle superiori e più strette rimasero le viti.»[4]    

       

In particolare il giardino e l'orto della Casa Rossa sono stati luogo d'ideazione di opere essenziali e il lavoro di cura che Hesse dedicò loro è stato dettagliatamente descritto, per esempio in Ore nell’orto, un poema scritto nell'estate del 1935 per il sessantesimo compleanno della sorella Adele[5].

Ore nell'orto[6]:

I.  Al mattino, verso le sette

lascio la sala, esco

subito fuori, sulla chiara terrazza;

il calore del sole è già intenso,

all'ombra intermittente del fico,

la ruvida balaustra di granito

è già tiepida al tocco.

Stanno qui e mi aspettano i miei strumenti,

ogni arnese mi è familiare e amico […]

II.   Passando tra le viti, su per il pendio erboso,

il cappello di paglia ben calcato sulla fronte,

salgo i gradini di pietra ben connessi,

[…] mi accoglie l’orto,

mi accoglie il ripido vigneto,

 

anche i pensieri son già lontani,

via dalla casa, dalla colazione, dai libri,

dalla posta, dai giornali.

[…] noi amiamo il nostro regno vegetale,

e molto, perché qui si concentra

un valore e una ricchezza non da poco,

un valore che l'estraneo

(ma non a tutti si concede di vederlo)

stenta a capire, ma che noi apprezziamo

come un tesoro di cui esser grati.

III.       […] Ti apprezzo,

mia verde tana,

mio cumulo d’erbacce dentro l’ombra,

rifugio amico

di lunghe ore: quando intorno infuria la calura,

e gli uccelli son zitti nel bosco,

o quando mi caccia dallo studio

un malumore o una pena,

o l’insofferenza del lavoro,

l’odiosa lettera di un uomo malvagio,

o uno scoramento …

tu, invece, con serenità immutabile

mi hai accolto,

mi hai ospitato per ore

di perfetto e divino silenzio,

rotto appena da un picchio nel bosco.

Ti son grato

di molti sogni e pensieri,

di una vaga felicità di sprofondare.

IV.        […] Bene, vi vedo sorridere, amici,

e sorridete pure,

del mio rannicchiarmi a terra,

del mio attizzare focherelli e brace,

del mio infantile piacere di sogni solitari,

del mio covare pensieri

fioriti di parabole – io me ne vanto.

[…] Perciò contentiamoci,

– ma contrastando il corso del mondo –

anche nel tempo dei più fervidi desideri

inseguendo quella pace dell’anima,

che gli antichi esaltavano e ambivano,

e facciamo il bene.

[…] scuoto il morbido composto

pian piano, fin che sotto il crivello

si forma un piccolo cono

della più fina terra incenerita.

Senza volerlo, seguo,

scuotendo, un ritmo fisso

e sempre uguale.

Con il ritmo, ritorna

nella memoria mai stanca

una musica, che mi accompagna,

ancora senza nome,

ancora senza autore,

ma d'improvviso lo so: è Mozart,

è un quartetto con oboe …

Con esso rinasce nell’animo

un gioco di fantasia, fluisce in me

come già fece anni fa,

è il Gioco delle perle di vetro,

una graziosa invenzione,

la sua struttura è la musica,

la sua essenza, la meditazione.

[…]

V. Mi scuote e ridesta, dopo un'ora,

dopo che una breve,

una soave eternità mi ha cullato,

una voce fresca, dalla casa […].

Quest'opera valse a Hermann Hesse il Premio Gottfried Keller nel 1936.

Anche per l'ultima poesia, scritta l’8 agosto 1962, vigilia del suo decesso, il suggerimento gli fu dato da un ramo della robinia del giardino[7]:

Scricchiolio di un ramo spezzato:

Ramo spezzato e scheggiato,

che ormai pende anno dopo anno

e asciutto scricchiola al vento il suo canto,

senza più fogliame né scorza,  

spelato, scialbo, di lunga vita

di lunga morte stanco.
Secco risuona e tenace il suo canto,

caparbio risuona e in segreto angoscioso

ancora per tutta un'estate,

per tutto un inverno ancora.

 

Secondo la testimonianza del figlio Bruno Il gioco delle perle di vetro  fu concepito «durante i momenti di giardinaggio, a contatto con la terra»[8];  Thomas Mann in una lettera inviata al suo amico Hermann Hesse si riferì a quest'opera con queste parole: «il sorprendente dono che Lei ha fatto al mondo dello spirito […] con quel romanzo-monumento deliziosamente ricco e maturo»[9]. Fu proprio Mann a proporre Hesse per il premio Nobel per la letteratura, che gli fu conferito nel novembre del 1946.

Tra i molti richiami presenti in questo romanzo una poesia ci ricorda Ore nell'orto; s'intitola Il gioco delle perle di vetro:  

La musica del mondo e dei sapienti

Siam pronti ad ascoltare riverenti

E ad evocare a festa i venerati

Spiriti di periodi più beati.

Siamo tutti compresi dei misteri

Della scrittura magica che in veri

Simboli chiari e formule ha serrato

Il fervor della vita sconfinato.

Tintinnano come astri di cristallo,

dobbiamo ad essi se la vita ha senso,

nessuno uscire può dal loro vallo

se non cadendo verso il sacro centro».

Prinz nella sua biografia dedicata al nostro autore ha scritto che «i migliori pensieri gli venivano durante il lavoro nel giardino» [p. 192]. Ha anche ricordato che nei momenti di maggiore intensità emotiva Hermann Hesse trovava pace ed equilibrio nel giardino, come alla morte della sorella Adele[10] o quando, nel 1955, Ninon Hesse ritirò il premio per la pace assegnato al marito dai librai tedeschi.

Questi sono solo alcuni fra i moltissimi spunti che le letture delle opere di Hesse e quelle delle testimonianze di figli, moglie, parenti e amici ci hanno fornito.

Ogni lettore di Hermann Hesse può trovare molteplici altri legami tra la terra ticinese, che egli prese come dimora per oltre quarant'anni, e le sue opere universalmente amate.

Tiziano

(fine seconda parte) 



[1] In giardino, Ugo Guanda Editore, 1994, pagine 7-12; Hermann Hesse viveva dall’estate del 1907 nella casa che si era fatto costruire in campagna presso il villaggio di Gaienhofen, sul lago di Costanza.

[2] In giardino, Postfazione di Volker Michels, p. 142.  

[3] In giardino, p. 108-109.

[4] Volker Michels, Postfazione, op. cit., pag. 143-144.

[5] Ibid., pag. 144.

[6] Edizione BUR, Superclassici, 1995 (pagine: 35; 39; 43; 55; 59; 65).

[7] Alois Prinz,  Vita di Hermann Hesse, Donzelli, Roma, 2003,  p. 229.

[8] Sito del Museo e Fondazione Hermann Hesse Montagnola, pagina "Casa Rossa e la passione per il giardinaggio".

[9] Hermann Hesse – Thomas Mann, Carteggio, SE, Milano, 2001, p. 182.

[10] Alois Prinz, op. cit., p. 213.

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