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4 ottobre 2018 4 04 /10 /ottobre /2018 23:49
riprendo un interessante articolo di Carletti e Giometti tratto da eddyburg dedicato alla conservazione dei beni culturali, oggi dimenticata poiché si punta tutto sulla "valorizzazione" che altro non è se non distruzione programmata del valore culturale del bene, ridotto a merce di consumo: mentre manutenzione, restauro conservativo, conservazione non "rendono" né per la propaganda di politicanti senza cultura né per i tromboni della pseudocultura imperante.
 
Tiziano
 
Beni culturali, è l’intero sistema che crolla
 
di LORENZO CARLETTI E CRISTIANO GIOMETTI   
il manifesto, 1 settembre 2018

Era il 1957 quando Cesare Brandi, fondatore e per vent’anni direttore dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma, denunciava in Parlamento «l’assoluta inadeguatezza, ma nell’ordine di uno ad un milione, dei fondi a disposizione per il patrimonio artistico; l’insufficienza quantitativa del personale; la mancanza di una coscienza politica dell’importanza della preservazione del patrimonio artistico». Sessant’anni dopo, il grido di dolore di Brandi è tanto più attuale: dal 2000 al 2008 gli stanziamenti del ministero per i Beni e le Attività Culturali ammontavano ad una quota pari allo 0,3% circa del bilancio dello Stato, riducendosi negli anni successivi fino allo 0,19% (2014-2015). Soltanto nel biennio 2016-2017 si è registrato un incremento rispettivamente dello 0,26% e dello 0,25% del bilancio dello Stato, nonostante ciò le percentuali rimangono incredibilmente basse sia per la diffusione capillare di opere d’arte ed edifici storici nel territorio nazionale sia rispetto a quanto gli altri paesi europei investono in questo settore.

Richiamare queste cifre a seguito dell’ennesimo disastro potrebbe sembrare la più semplice delle risposte. Eppure quando il Mibact nel 2016, sotto la direzione del ministro Franceschini, ha proceduto all’assunzione di 500 funzionari (architetti, archivisti, archeologi, restauratori, storici dell’arte, promotori ed esperti di comunicazione, bibliotecari, antropologi e demoetnoantropologi) era ben consapevole che il numero di posti vacanti nelle soprintendenze era tre volte superiore. Inoltre, soprattutto nel caso degli storici dell’arte, ai neoassunti è stata data la possibilità di scegliere come destinazione uno dei venti grandi musei autonomi appena creati dalla riforma voluta dallo stesso Franceschini. E se ci si aggira per i corridoi di qualsiasi soprintendenza territoriale si notano uffici vuoti, stanze chiuse e pratiche accumulate sopra le scrivanie.

La scissione tra musei nazionali e patrimonio artistico del territorio e la gerarchizzazione tra musei di serie A (venti grandi istituzioni dagli Uffizi a Capodimonte, da Brera all’Accademia di Venezia) e di serie B (i tanti e preziosi musei nazionali delle città di provincia) è indubbiamente il nodo più delicato della riforma Franceschini e spiega molte delle ragioni dell’estrema difficoltà in cui versano i nostri beni culturali. Tale criticità va di pari passo con la tendenza ormai decennale di privilegiare la valorizzazione a scapito della tutela. Ciò che nel Codice dei beni culturali del 2004 veniva strettamente collegato (conoscenza-tutela-valorizzazione), vede oggi l’assoluto predominio della commercializzazione e del marketing culturale, che genera un’attenzione compulsiva su poche eccellenze lasciando nel buio tutto il resto.

È stato giustamente sottolineato che la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami era stata restaurata appena tre anni fa con un finanziamento pubblico (Lr 27/90) e assieme della Conferenza Episcopale Italiana di 747.621,40 euro, ma qualcosa non ha funzionato, anche nei controlli sui lavori eseguiti. Un po’ ovunque avremmo bisogno di restauratori esperti, cantieri seguiti da bravi funzionari di soprintendenza perché tanti sono i crolli o i disastri annunciati.

Non ha suscitato lo stesso clamore del caso romano, ma a Pisa nel 2015 è crollato parzialmente il tetto della duecentesca chiesa di San Francesco, che accoglieva, tra le altre, due tavole di Cimabue e Giotto oggi esposte al Louvre: incredibilmente a tre anni di distanza non sono ancora cominciati i lavori di restauro, la chiesa è puntellata, mentre anche il chiostro minaccia di andare in rovina.

Se oggi è la valorizzazione ad attirare la maggior parte dei finanziamenti, tutela e conservazione sono attività sempre più rare. Tutto il contrario di ciò che stabilisce il Codice dei beni culturali e del paesaggio secondo cui la tutela «è diretta a riconoscere, proteggere e conservare» un bene affinché possa essere offerto alla conoscenza e al godimento collettivi. Per tutelare un bene bisogna prima riconoscerlo come tale, operazione quanto mai difficile in un paese in cui la storia dell’arte, grazie alla riforma Gelmini del 2008 ed alla legge 107 del 2015, è quasi sparita dai programmi delle scuole secondarie. D’altronde, se si conoscono appena una decina di acclamati capolavori, quelli e quelli soltanto si vogliono vedere e dunque tutelare. Il resto può anche crollare.
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20 settembre 2018 4 20 /09 /settembre /2018 23:20

 

 

La salvaguardia e la conservazione di un paesaggio naturale o di un insediamento urbano medievale o ottocentesco, di un edificio di edilizia rurale o di architettura monumentale, di un parco storico o di un reperto archeologico non sono ispirate da rivendicazioni "elitarie, idealiste o nostalgiche", ma rispondono a un'esigenza essenziale, descritta magistralmente dallo storico dell'arte Tomaso Montanari: «la vera funzione del patrimonio non è assicurare il diletto privato di pochi illuminati volenterosi, ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, mezzo per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali».

In questa frase risiede la motivazione dell'azione concreta della Società ticinese per l'arte e la natura, fondata il 28 giugno 1908 con il nome di «Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche » (STCBNA) da un gruppo di persone colte e preveggenti (che avevano già sentito questa necessità), tra cui Arnoldo Bettelini, Francesco Chiesa, Edoardo Berta, Luigi Vassalli, Americo Marazzi, Paolo Zanini, Silvio Calloni, Giuseppe Antognini, Giuseppe Chiattone, Mansueto Pometta, Antonio Barzaghi Cattaneo. Da allora la nostra associazione è intervenuta costantemente per la salvaguardia del patrimonio storico-culturale e naturalistico ticinese, riuscendo a proteggere molti monumenti e luoghi. Purtroppo, in altri casi, ha prevalso l'atteggiamento passivo o anche direttamente distruttivo di autorità comunali e cantonali nei confronti di questo nostro patrimonio, uno dei beni comuni di tutti i ticinesi.  

Quest'anno si celebra l'Anno europeo del patrimonio culturale, su decisione del Parlamento europeo in risposta positiva a una richiesta della Commissione europea, sollecitata in questo senso da EUROPA NOSTRA, l’organizzazione che raggruppa le associazioni nazionali europee dedite alla tutela del patrimonio storico-artistico, tra queste Schweizer Heimatschutz (Patrimonio Svizzero), della quale la Società ticinese per l'arte e la natura (STAN) è la sezione ticinese.

La STAN ha organizzato per questa ricorrenza quattordici visite guidate, ripartite su tutto il territorio cantonale e la conferenza[1] del Prof. Tomaso Montanari che si terrà il 24 settembre al Teatro sociale di Bellinzona – edificio salvaguardato anche grazie all'azione della nostra associazione –, per rispondere alla domanda al centro del programma nazionale "Salvaguardia del Patrimonio: perché? Per chi?". Abbiamo invitato il prof. Montanari poiché a competenza e cultura unisce passione civile. Inoltre, egli rifugge dalla retorica incoerente dei finti salvatori del patrimonio che, purtroppo, abbiamo dovuto ascoltare in alcune manifestazioni tenute durante questo anno celebrativo. Al di là dei proclami vi è una realtà caratterizzata da continui attacchi diretti e indiretti al patrimonio storico-artistico e naturalistico, tra i quali mi limito a citare: a livello nazionale il tentativo in corso di indebolire la legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio con una revisione che minaccia l'impianto giuridico originario fondato sulla ricerca dell'equilibrio tra gli interessi federali e quelli cantonali; a livello di Cantone e Comuni l'opposizione a introdurre gli obiettivi di salvaguardia previsti dall'Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere (ISOS) nei piani regolatori, unico strumento per fermare il degrado urbanistico in atto da decenni.

Ci auguriamo che questo Anno del Patrimonio lasci in eredità una reale azione di protezione del patrimonio storico-artistico fondata su un'approfondita conoscenza, sui principi internazionali elaborati e adottati da svariati decenni in questo campo e sugli obiettivi di salvaguardia dell'ISOS.     

 

Tiziano Fontana, segretario della Società ticinese per l’Arte e la Natura (STAN)

 

 

 

[1] Prof. Tomaso Montanari, «Il valore civile del patrimonio culturale», Teatro Sociale di Bellinzona Lunedì 24 settembre 2018, ore 20:00; posti limitati: iscrizione presso: e-mail: carla.borradori@stan-ticino.ch  oppure t.: 091.751.16.25.

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15 settembre 2018 6 15 /09 /settembre /2018 00:15

 

Il prossimo 23 settembre votiamo a favore di due importanti iniziative popolari riguardanti l’agricoltura: "Iniziativa per alimenti equi" (promossa dai Verdi) e "Per la sovranità alimentare" (promossa dal sindacato dei contadini romando Uniterre)!

Entrambe vogliono un’agricoltura svizzera ed estera più sana per i consumatori e per l’ambiente. In comune hanno la volontà di sostenere lo sviluppo sostenibile e l’agricoltura regionale, condizioni di lavoro eque e dazi d’importazione; i Verdi chiedono, inoltre, un’alta qualità per i prodotti importati, un commercio equo, una migliore dichiarazione dei prodotti e l’adozione di misure contro lo spreco alimentare; Uniterre rivendica più aziende piccole, più agricoltori, più superficie agricola, il divieto di OGM (per il momento esso esiste ma viene prorogato ad ogni scadenza) e prezzi giusti regolamentati dallo Stato.

Il settore agricolo e l’agricoltura più in generale sono beni vitali per una società poiché forniscono la base alimentare e curano il territorio. Dovrebbero quindi essere oggetto di una politica accorta, volta a garantire la sovranità alimentare a ogni Paese e dovrebbero essere sottratti alle logiche mercantilistiche speculative e agli appetiti della finanza.

Vediamo a livello internazionale esattamente il contrario, con le ripercussioni che ci coinvolgono, direttamente o indirettamente: Stati e fondi di investimento (anche le nostre stesse casse pensioni, banche e assicurazioni) vanno a caccia di terre agricole (land grabbing) a livello internazionale (dall’Africa all’America latina, dall’Asia al cuore stesso dell’Europa), provocando, per esempio in Asia, America latina e Africa, l’espulsione di centinaia di migliaia di contadini che vivevano sulle terre demaniali ora privatizzate e che vanno così ad ingrossare le periferie delle grandi metropoli diventando emigranti forzati che cercano il futuro altrove, Europa compresa); nelle Borse si contrattano le produzioni agricole come merce qualsiasi, con speculazioni che conducono anche all’aumento dei prezzi; i grandi distributori spuntano prezzi stracciati ai produttori agricoli costretti a cedere perché abbandonati dallo Stato.

L’ideologia liberista oggi imperante e la conseguente politica applicata dal Consiglio federale che promuove la liberalizzazione dei mercati considera l’agricoltura come un qualsiasi altro settore economico e spesso essa viene sacrificata sull’altare degli “altri interessi superiori” (finanza, industria ecc.) nelle trattative di libero scambio. La politica settoriale federale favorisce le grandi aziende agricole che aumentano sempre più la loro estensione, a detrimento delle aziende di medie e piccole dimensioni che sono invece preponderanti nelle valli e nei Cantoni di montagna.  Negli ultimi 30 anni sono scomparse 35mila fattorie e 100'000 mila posti di lavoro.

Dinamiche mondiali, nazionali e regionali suggeriscono una svolta nell’approccio all’agricoltura, alle terre agricole, alla salute umana e al cibo. Queste due iniziative vanno in questa direzione.

La Svizzera del resto non è sola in questa via, poiché anche a livello europeo si muovono agricoltori e associazioni con la campagna «Good Food, Good Farming» per attirare l’attenzione sulla prossima riforma della politica agricola comune europea, che entrerà in vigore nel 2020. Si vuole ottenere una nuova PAC europea che sostenga i piccoli agricoltori e il mondo rurale, che non incida sul cambiamento climatico o sulla sofferenza degli animali e soprattutto che fornisca cibo sano per tutti. Ciò naturalmente include la protezione di suolo, acqua, ecosistemi e biodiversità.

Spetta a noi scegliere un futuro migliore, tenendo conto anche dei cambiamenti climatici in atto che porteranno a sconvolgimenti nel commercio internazionale dei generi alimentari.

 

Tiziano Fontana, consigliere comunale i Verdi

 

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10 settembre 2018 1 10 /09 /settembre /2018 21:14

 

Comunicato stampa de I VERDI di Mendrisio

su  VALERA

Le indiscrezioni apparse sulla stampa in merito al possibile contenuto della pianificazione futura di Valera discussa durante l’incontro tra il Direttore del Dipartimento del territorio e il Municipio di Mendrisio lasciano i VERDI esterrefatti!

La proposta di estendere 1) la zona attrezzature ed edifici di interesse pubblico con un polo regionale sportivo a Valera e, parallelamente, 2) l’area industriale in zona San Martino al posto della piscina va contro i disposti costituzionali che invitano a un uso parsimonioso del territorio, alle scelte della popolazione svizzera che ha approvato la modifica della Legge federale sulla pianificazione del territorio nel 2013, approvata anche in tutti gli ex Comuni oggi facenti parte di Mendrisio!, e costituisce un insulto agli oltre 6000 cittadini che hanno sostenuto la petizione “Restituiamo Valera all’agricoltura”, promossa dalla Società agricola del Mendrisiotto, su suggerimento di un membro dei VERDI, e fortemente sostenuta dai VERDI.

Se lo scenario presentato nell’articolo di oggi sul Corriere del Ticino dovesse corrispondere alla proposta definitiva che il Dipartimento del territorio formulerà con il Piano di utilizzazione cantonale i VERDI non potranno che contrastare una simile soluzione: il Mendrisiotto sprofonda nel cemento, nell’inquinamento dell’aria, nel traffico e nella distruzione del suolo, un bene primario che è stato mercificato in modo criminale in questi ultimi cinquant’anni !

I VERDI si sono opposti alla proposta pianificatoria avanzata dal Municipio di Mendrisio all'unanimità (PPD, PLR, Lega dei ticinesi e Insieme a sinistra) nel 2013 perché favoriva in modo smaccato gli interessi dei due principali proprietari privati dell’area di Valera (questi ultimi legati ai due principali partiti politici che guidano Mendrisio da decenni), proponendo tra le varie misure la possibilità di costruire «in via eccezionale (…) un edificio a torre con un'altezza minima di 50 m e massima di 70 m dal carattere marcante e significativo» (!): i VERDI non possono ora accettare estensioni di insediamenti industriali in zona San Martino o di zona AP/EP a Valera

la partita che si sta giocando a Valera è uno scontro tra due visioni del rapporto uomo-ambiente: l'una predatrice e distruttrice; l'altra di cura del territorio, dettata da consapevolezza ecologica per la quale noi VERDI continueremo a impegnarci e batterci ad oltranza!

 

 

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16 agosto 2018 4 16 /08 /agosto /2018 00:05

Sul turismo di massa che distrugge luoghi e patrimonio culturale abbiamo già pubblicato. Ripropongo un bel contributo di Meneghetti tratto da eddyburg.

domenica 7 gennaio 2018

Carla Ravaioli aveva ragione di Lodo Meneghetti   

Sulle pagine milanesi dei quotidiani è riapparsa la questione del turismo, da una nebbia padana che non ha potuto nascondere le stolidezze che dicono o fanno gli amministratori pubblici (la bandiera nera spetta per una parte alle arie dei lavori per la nuova linea della metro, per un’altra al patto illegittimo per il riutilizzo degli scali ferroviari. Al turismo bandiera gialla).

Già alla fine di settembre 2017 il sindaco vantava grandi conquiste con sorprendente imprecisione: sette milioni di visitatori nell’anno, la notizia di un giorno; superamento degli otto milioni quella di un altro appena successivo. E «gli pare» che Milano batterà Roma; vittoria che «per l’economia e la reputazione di Milano è fondamentale». Tutti capiscono che il nostro spara palle di grosso calibro per abbattere la vecchia capitale reale, così che appaia più alta la capitale economica (non morale, con tutta quella ’ndrangheta che l’accompagna). Un assessore romano risponde che Roma sconfigge Milano 14 milioni a 7. Statistiche provenienti da La Stampa - Secolo XIX indicano che la capitale disperata resta pur sempre la regina di bellezza per italiani e soprattutto stranieri, 20 milioni gli arrivi e 40 le presenze nell’ultimo anno: incredibile dictu audituque? Ad ogni modo, fossero anche molti di meno, mostrerebbero la predominanza delle visite dette «mordi e fuggi» per additare un turismo rientrante nel grigio sistema del consumo di tipo culinario, anziché nella grande conca della cultura generale e dell’arte.

Ugualmente Venezia. Da molto tempo le quantità (anche decisamente inferiori a quelle segnalate da istituzioni, da enti pubblici e privati, da amanti appassionati - etiam nos) paiono insopportabili dalla città storica - come fosse una persona tanto fisicamente fragile - con l’osteoporosi diffusa per cause persistenti dalla fine del XVIII secolo; ma dalla seconda metà del XX concentrata nella corporeità del torso, al limite della frattura, eppure selezionato dalle agenzie turistiche per darlo in pasto a irresponsabili grappoli umani: sarebbero questi a morsicare le ruskiniane pietre prima di fuggire? L’isola veneziana deve fronteggiare la parte gravosa dell’assalto al territorio comunale, tuttavia forse inferiore all’attesa preoccupata se crediamo ai numeri dell’annuario municipale dell’anno 2016. Infatti: riguardo all’intero comune si sarebbero registrati 4 milioni e mezzo di arrivi e 10 milioni e 200.000 presenze turistiche (cifre arrotondate); nella città storica i primi e le seconde si riducono al 60÷70 per cento, ossia rispettivamente a circa 2.800.000 e a 6.800.000: però in uno spazio urbano di meno che 50.000 residenti, spazio e abitanti fissi ancor più ridotti, fin quasi a zero secondo l’ipotesi di concentrazione in quel torso.

Esposti disciplinatamente i dati numerici, quanto sicuri non sappiamo, li accantoniamo riconoscendogli un peso generico assoluto ma non la capacità di raccontarci la realtà degli accadimenti nelle città malversate dal turismo. Sì, è così, il turismo nella maniera d’oggi e del passato prossimo è malversazione, Carla Ravaioli ce lo ha spiegato una dozzina di anni fa con l’articolo in eddyburg Il turismo inquinante (11 aprile 2005), da noi rilanciato dopo pochi giorni con Coraggiosa Carla Ravaioli (22 aprile 2005), entrambi ricordati da Salzano insieme al fondamentale quasi saggio di Luigi Scano Turismo insostenibile, 8 dicembre 2006 [1]. Niente è cambiato da allora.

Il turismo di folla, lasciato allo sfruttamento liberistico dai governanti, dallo stato al piccolo comune, o, peggio, profittato direttamente da questi per risanare i bilanci e diminuire i debiti, inquina con la propria impronta contro-culturale ogni ambito della vita, le città e il territorio; una maniera che seziona il 10÷20 per cento dei beni culturali, artistici, paesaggistici in conformità alla convenienza dell’azienda o dell’ente, li delimita teoricamente e materialmente, li spreme, li schiaccia, li tagliuzza, ne riduce il valore mentre aumenta il consumo di gruppo (gruppone); ossia ne cava il massimo di produttività quindi di incasso. L’80÷90 per cento è destinato all’avvilimento, se non al degrado, all’abbandono, infine al disconoscimento. A meno che si tratti di coste marine, montagne, laghi, colline che quanto più si estendano, si invadano e si denaturalizzino tanto più generano il compiacimento di massa per vacanze e divertimenti stagionali, intanto che la conquista della seconda casa in proprietà permanente ha soddisfatto o soddisfa in avvicendamento oltre cinque milioni di famiglie: in tutto questo risiede per Carla Ravaioli il peggio dell’«inquinamento turistico».

Seguirà l’invettiva di Luigi Scano verso azzardate soluzioni per la sua Venezia, del resto epitome al cubo del falso daffare e dei veri affari di politici, amministratori, manager pubblici e privati in tutte le città storiche. Scontata l’attenzione agli interessi dei pochi residenti, ben più decisivo sarà il principio «di non ledere, se non marginalmente e inavvertitamente [quelli] arroccatissimi e fortificatissimi delle categorie, delle sotto-categorie, dei gruppi, dei soggetti, individuali e societari, che, per lucrare sulla funzione turistica della città storica di Venezia e della sua Laguna, da anni e da decenni stanno, come locuste predatorie e voraci, sfregiando, sconciando, divorando, consumando l’una e l’altra». Eppure restano ai veri amici, piccola minoranza di conoscitori e amatori, le parti, non poche, trascurate dalle locuste; fortunatamente, vien da dire, giacché resistono riservate ad essi, cui raccontano la loro storia umana e sociale e la connaturata bellezza, ormai estranee agli intontiti residuali abitanti.

Dicevamo della grande conca della cultura generale e dell’arte. Il turismo ufficiale contabilizzato che ne è fuori non vi rientrerà mai senza un rivolgimento sociale. Le masse guidate da un’azienda o da un ente pubblico verso quel 10÷20 per cento dei beni adatti o adattati a cavarne un plus-profitto applicando gli stessi metodi storici del capitalismo nell’utilizzo del lavoro, restano prigioniere della loro ignoranza così come gli operai restavano prigionieri della loro povertà. Se Venezia ne è testimone, Milano ne è primatista. Ne consegue d’altra parte un ostacolo ai desideri e alla libertà delle persone colte o propense a valersi del cervello e del cuore per continuare l’autoformazione e, attraverso la percezione dell’elevatezza dell’arte, goderne l’effetto di puro piacere e di elevamento del sé.

Prima di tutto: niente scalfisce il dominio del turismo commerciale. L’abbiamo mostrato nell’articolo La contesa degli identici a Milano, madre della compravendita [2]. E siccome nel gigantesco ruotante sistema delle entrate e uscite relative agli spazi commerciali i capitali della ‘ndrangheta si puliscono e si legittimano coprendo almeno il 25 per cento dell’intero affare (secondo la Procura milanese), ne desumiamo ancora una volta con Carla Ravaioli che li turismo milanese è intriso di mafiosità.

L’ente che indirizza le masse e ne ricava profitto forse più di ogni altro è la curia. Le indirizza verso la visita del Duomo e le governa nell’acquisto del biglietto, nell’ingresso, nell’uso dei sevizi igienici (costruiti addosso all’angolo meridionale della facciata). Uno spettacolo spiacevole che supera quant’altri ne esistano riguardo all’accesso «turistico» di altre cattedrali, anche una San Marco, o una San Pietro… Come bestiame incanalato mediante transenne metalliche in un percorso ritorto più volte, le si conduce anziché al macello alla biglietteria o ai servizi, poi a uno dei portali, adesso l’ultimo a destra dei cinque della facciata.

Sembra logico che per aumentare l’introito sia utilizzata e messa in risalto, dirimpetto al fianco destro della chiesa (guardando la fronte), la vecchia entrata al museo per accedere al nuovo Duomo Shop, punto di vendita ufficiale della Veneranda Fabbrica. L’allestimento commerciale si incentra sulla grande sala viscontea colonnata, alcuni anni fa esposizione di importanti testimonianze della signoria. Il museo, per dar spazio allo shopping, è stato spinto all’indietro nel corpo del Palazzo Reale, è accessibile dalla piazzetta del palazzo e a sua volta diventa un altro passaggio al magazzino di vendita [3].

Non siamo troppo scandalizzati per la gestione turistica della curia profittante dell’enorme richiamo in Italia e all’estero del Duomo e della piazza. È innegabile l’indirizzo commerciale prevalente rispetto alle domande della cultura. Che la manutenzione della cattedrale richieda un mucchio di quattrini è vero ma, di questo passo e generalizzando una condizione che non è soltanto milanese benché quest’ultima sia in testa alla classifica, dove verrebbe cacciata se non nella discarica delle buone idee e azioni la possibile mobilitazione politica e delle quasi-classi minoritarie consapevoli dell’ingiusta distribuzione delle risorse pubbliche?

Una divisione che rispecchia l’essere attuale del capitalismo italiano. Magari a scapito di più convenienti rese sociali futuribili, per un lato punta forte sulla speculazione (finanziaria, edilizia, commerciale), per un altro conduce una «nuova» lotta di classe per contrastare lo sviluppo delle classi operaia e media [4]: infatti, prende le iniziative più adatte a impedire la costituzione di risorse, nei bilanci economici dello stato e di ogni altra istituzione, che possano favorirlo. Così il potere capitalistico coarta tutte le funzioni che devono appartenere ai diritti sociali e popolari: la scuola, l’università, la ricerca sia scientifica che umanistica; deve diminuire costantemente, in proporzione e in assoluto, il sostegno pubblico delle arti, della musica, della cultura in generale, il sostegno di ogni popolazione e persino delle singole persone che aspirino alla conoscenza. La lotta anticapitalistica delle classi subalterne, che non sono affatto scomparse, comprende la riconquista di questi diritti.

Vi rientra, non è una forzatura affermarlo, anche il diritto di godere l’effetto di una visita esauriente, preparata e orientata, del Duomo di Milano sull’intelligenza e sul sentimento!

 

Il municipio con gli assessorati e altre istituzioni pubbliche o pubblico-private, dal momento dell’avvento del centrosinistra succeduto all’amministrazione del sindaco Letizia Brichetto Moratti, ex ministro dell’università e ricerca scientifica, ha in sostanza confermato una politica culturale frammischiata col turismo. Siccome quest’ultimo, come si è visto, trionfa dentro all’incessante ciclo della compravendita, le istituzioni indirizzano le masse aspiranti a conoscere i beni artistici e culturali della città allo stesso modo, cioè secondo la maggior resa economica.

Per questo «servizio» funziona oggi Milanoguida, un’organizzazione che propone con largo anticipo visite guidate a pagamento (biglietto d’ingresso più accompagnatore-narratore) in primo luogo alle mostre, poi a qualcuno dei complessi storici monumentali. Enorme lo squilibrio numerico delle visite offerte fra le prime e i secondi, peraltro scelti, quest’ultimi, secondo criteri inadeguati rispetto alla grandezza della dotazione milanese. Dev’esserci una specie di virus che infetta i decisori occulti per le visite d’arte e i relativi aspiranti. Infatti persiste inguaribile e diffusa la malattia denominata Frida Kahlo. Insomma, per una nuova mostra delle pittrice messicana (3 febbraio - 3 giugno 2018, Milanoguida vanta già ora 18 esauriti delle 31 visite guidate previste nel mese di febbraio (prezzo tout compris 22 euro). Per capirci senza altre discussioni: nello stesso mese, finora Sant’Ambrogio non ottiene alcuna indicazione mentre ha ospitato a gennaio due sole visite guidate. Per chiudere con un altro dei tanti esempi possibili riguardo agli squilibri che è la stessa politica a-culturale di Milanoguida a provocare: Santa Maria della Passione, la seconda chiesa di Milano per dimensione dopo il Duomo, magnifica l’architettura, bellissimi il decoro e le opere d’arte, unica la contrapposizione di due famosi organi del ’500-‘600 ai lati del presbiterio, dotati di ante dipinte e protagonisti di concerti in duo, non è stata selezionata per visite di gennaio e presenta una sola segnalazione per febbraio [5].


[1] Qui riportiamo il dato giornalistico di 12 milioni di visitatori annui. Che sarebbero diventati 20 secondo scritture o parlate dei giorni nostri.
[2] In
eddyburg, 21 aprile 2016.
[3] L’incentivo all’acquisto avviene rivolgendosi direttamente e paternamente al visitatore: «Potrai immergerti in un percorso coinvolgente e unico, suddiviso per tematiche ed esperienze: dal design all’abbigliamento e gli accessori, passando da oggetti per la casa, libri e souvenir originali e di qualità, presentati in modo suggestivo e attraente». Davvero un emporio in linea con il miglior consumismo.
[4] Vedi: Luciano Gallino,
La lotta di classe dopo la lotta di classe, Intervista a cura di Paola Borgna, Laterza, Roma-Bari 2012.
[5] Tutt’altra levatura culturale, generale e specialistica, presenta un’intraprendenza estranea alla macchina organizzativa di Milanoguida. La denominazione: Iniziative culturali di Pierfrancesco Sacerdoti, di Google Gruppi. Sacerdoti è un giovane architetto conoscitore, entro una competenza complessa di architettura e di arte, delle testimonianze milanesi a partire dall’eclettismo ottocentesco fino all’attualità, attraversando il Liberty, il modernismo e il Novecento, il razionalismo, la nuova critica post-razionalista e le contraddizioni dell’attualismo internazionaliste. Su queste basi egli conduce piccoli gruppi di cittadini, magari in bicicletta nelle buona stagione, alla scoperta di una città poco conosciuta o in ogni modo non esibita secondo l’effettiva qualità delle opere che la contraddistinguono.
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15 agosto 2018 3 15 /08 /agosto /2018 23:25

anche in Svizzera e Ticino le Grandi Opere trovano consenso trasversale, politico, istituzionale, imprenditoriale ecc. con costi per la collettività enormi e somme ingenti per la manutenzione.

per esempio bisognerebbe fare il conto di tutte le spese dirette e indirette che le strade comportano: costruzione, manutenzione ordinaria e straordinaria, infrastrutture secondarie (marciapiedi, piste ciclabili, ecc.). ; del resto i crediti per la manutenzione stradale concessi in Gran Consiglio sono stati definiti insufficienti dagli esperti e dai politici stessi …

AlpTransit , che ha comportato la distruzione di ettari di terre agricole fertili, non doveva servire a togliere autocarri dall'autostrada? non lo ha fatto …

dopo la tragedia avvenuta a Genova sono sorti dibattiti accesi; propongo un contributo di Paolo Berdini perché contiene elementi di riflessione importanti, che vanno anche al di là del caso italiano.

Tiziano


il manifesto
CITTÀ E TERRITORIO. DA 7,3 A 2,2 EURO A KM LA SPESA PER LA MANUTENZIONE
di Paolo Berdini

 
«Infrastrutture. La manutenzione della rete capillare che fa vivere il sistema Italia è stata cancellata dalle politiche dei tagli di bilancio. Non c’è comune italiano che abbia le risorse per la cura ordinaria e straordinaria del proprio patrimonio infrastrutturale»

Le città e i territori costano. Bisogna costruire infrastrutture, ponti, servizi. Bisogna poi tenere in vita e in sicurezza quelle opere. Servono risorse umane ed economiche. Nella storia delle nostre città e dei territori questa legge ineludibile è stata sempre rispettata. Il sistema della manutenzione era un elemento prioritario della vita nazionale e c’erano le istituzioni pubbliche che presidiavano quella fondamentale funzione. L’Upi, Unione provincie italiane afferma che la spesa per chilometro (ci sono 152 mila chilometri di strade regionali e provinciali) in pochi anni è passata da 7,3 a 2,2 euro a chilometro. Nulla.

La manutenzione della rete capillare che fa vivere il sistema Italia è stata cancellata dalle politiche dei tagli di bilancio. Non c’è comune italiano – si può’ affermare con certezza – che abbia le risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio patrimonio infrastrutturale. Servirebbero somme imponenti. Lo sviluppo lineare della rete stradale comunale supera il milione di chilometri. Sicurezza e decoro della vita di tutti i cittadini necessiterebbero di alcune centinaia di miliardi di euro. Ci sono soltanto tagli.

Il ponte di Genova non era un’opera minore. Era un’infrastruttura nevralgica del sistema paese. Evidentemente la follia liberista non si è fermata alle opere minute. E’ dilagata in ogni settore, comprese le opere affidate in concessione, come il sistema autostradale italiano. E mentre l’imponente sistema nazionale va in rovina continua l’assedio per costruire altre opere stradali. Domina una cultura imprenditoriale che comprende solo i processi incrementali e non si occupa del tema della manutenzione gettando il paese intero in un pericolosissimo vicolo cieco. E’ la stessa logica perversa che sta facendo marcire un immenso patrimonio immobiliare pubblico in ogni luogo urbano poiché non ci sono risorse per rimetterlo in vita. Evidentemente qualche potentato immobiliare o finanziario vuole acquisirlo a poco prezzo impoverendo tutti i cittadini.

La manutenzione attiva viene disprezzata a confronto della cultura del “nuovo”. Un tragico errore. Non c’è giorno in cui un chiacchiericcio insopportabile ci dice che il futuro è in concetti fumosi come le smart city. Penso con dolore di fronte a tante vite umane distrutte, a quali prospettive per le più innovative aziende e per i giovani potrebbero diventare realtà avviando l’istallazione di sensori che tengano sotto osservazione tutti i ponti stradali esistenti ponendoli a sistema attraverso tecnologie satellitari. Anas ha in programma di realizzare un tale sistema sui suoi 12 mila viadotti ma bisogna passare all’immenso patrimonio diffuso di 50 mila viadotti, molti di vecchia concezione. Servono centinaia di miliardi.

Facile a dirsi. Difficile a farsi in tempi di scomparsa del concetto di Stato e di assenza di risorse pubbliche.

Solo tre esempi. Un decreto ministeriale del 2001 prevedeva la costituzione del catasto della rete stradale italiana, opera prioritaria per poter programmare. Non è stato fatto nulla e per sapere qualcosa dobbiamo ricorrere a studi di Unioncamere.

Dopo ogni terremoto si sentono le solite chiacchiere. Intanto non è ancora avviato un concreto piano di messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente e il recente terremoto dei monti Sibillini ha finanziamenti modesti. Un intero territorio montano è abbandonato da due anni. Frane e smottamenti sono una costante in un territorio giovane e tormentato come il nostro. Manca ancora di essere completata la carta geologica e il censimento delle frane e il loro monitoraggio.

Il tragico crollo di Genova può essere uno spartiacque per avviare il paese sull’unica prospettiva di crescita, quella della messa in sicurezza e della manutenzione specialistica che apra al settore produttivo italiano la prospettiva di un salto culturale e tecnologico. Spiace che di fronte a questo scenario ci siano importanti forze imprenditoriali che hanno preso a pretesto questa immane tragedia per portare acqua alla realizzazione di grandi opere.

L’Italia ha certo bisogno di alcune opere che rendano moderno il sistema infrastrutturale. A patto di discuterne in modo maturo e trasparente con le comunità cittadine e – soprattutto – riversare ogni risorsa umana, progettuale e economica pubblica sulla prospettiva del salto tecnologico e culturale che il paese attende.
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26 luglio 2018 4 26 /07 /luglio /2018 23:53

Da eddyburg traggo questo breve articolo dedicato ai Custodi della Madre Terra assassinati da chi vuole rapinarla inquinandola e uccidendo esseri viventi che la rispettano.

Quando vi sarà Giustizia per queste persone uccise o minacciate? Quando pagheranno i politici corrotti, i gruppi paramilitari, i dirigenti delle multinazionali?

Tiziano

 

25 luglio 2018

Il 2017 è stato l'anno più luttuoso per l'attivismo in difesa dell'ambiente e della terra di comunità locali contro le espulsioni e lo sfruttamento delle grandi corporazioni, gruppi paramilitari e governi. Sono almeno 207 gli attivisti uccisi l'anno scorso, nella maggior parte associabili alle lotte contro l'agribusiness del caffè, olio di palma e piantagioni di banane. Non solo in Colombia, Filippine e Brazile, ma in tutto il mondo, è sempre più pericoloso mettersi contro i poteri dell'economia globale.

Fonte: Nell'immagine Maria do Socorro, che lotta contro la fabbrica di alluminio - la Hydro Alluminio di proprietà norvegese - ritenuta responsabile dell'avvelenamento dell'acqua di Barcarena, in Brazile. La foto è di Thom Pierce (Guardian, Global Witness) ed è tratta dal rapporto «At what cost» a cura di Global Witness, un' ente che conduce inchieste, ricerche e campagne sulla relazione tra distruzione ambientale da una parte e conflitti, corruzioni e affari dall'altra. (i.b.)
 
 

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15 luglio 2018 7 15 /07 /luglio /2018 23:10
Ripropongo un articolo illuminante di Nebbia sugli scienziati che decenni fa mettevano al corrente dei problemi gravissimi causati dall'inquinamento di aria, acqua e suolo fatto dall'uomo. Non sembra cambiato molto.

Tiziano

Clima, una lunga storia con i suoi inascoltati profeti di Giorgio Nebbia (Il manifesto 10.7.2018)
«Le tre alternative ai disastri ambientali: rassegnarsi, adattarsi, pianificare. La terza soluzione significa darsi l’obiettivo di non occupare nuovi spazi»
«L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per distruggere la Terra»: queste parole furono pronunciate da Albert Schweitzer, il grande pensatore premio Nobel per la pace, nel 1953, quando le bombe atomiche esplodevano nell’atmosfera.

Esplosione che stavano diffondendo atomi radioattivi e cancerogeni su tutto il pianeta. Nei decenni successivi l’umanità ha conosciuto un aumento dei consumi e dell’uso dell’energia e delle risorse naturali, accompagnato da un corrispondente aumento della diffusione nel pianeta di rifiuti solidi e liquidi e di gas come anidride carbonica, metano, composti clorurati, eccetera, che stanno modificando la composizione chimica dell’atmosfera con conseguente aumento della temperatura media del pianeta.

Tale aumento provoca alterazioni nella circolazione delle acque e le conseguenze si vedono sotto forma di più frequenti violente tempeste o lunghe siccità, di avanzata dei deserti in alcune zone, di frane e allagamenti in altre.

Gli effetti negativi dei cambiamenti climatici potrebbero essere contenuti attraverso una limitazione delle attività umane inquinanti, ma qualsiasi tentativo in questa direzione è finora fallito perché danneggia potenti interessi economici, gli affari, le finanze, le imprese, i produttori di petrolio e di energia o gli sfruttatori delle terre agricole e delle foreste.

Già novanta anni fa i biologi matematici Volterra e Kostitzin avevano spiegato che l’intossicazione dell’ambiente dovuto ai rifiuti delle attività dei viventi porta ad un inevitabile sofferenza e declino delle popolazioni che tale ambiente occupano, tanto più rapido quanto maggiore è la produzione di rifiuti. E quarant’anni fa Commoner («Il cerchio da chiudere») aveva scritto che i guasti ambientali sono proporzionali al “consumo” procapite di merci e risorse naturali e alla conseguente produzione di scorie. Temi poi ripresi dal libro sui «Limiti alla crescita». Tutte cose ridicolizzate o dimenticate o ignorate dal potere economico e dalle autorità politiche perché disturbano il ”normale” andamento delle cose.

Che fare per, almeno, attenuare costi e dolori? Ci sono varie alternative: quella attuale è andare avanti come al solito ignorando il fatto (certo) che ci saranno sempre più frequenti disastri ambientali come quelli che hanno devastato la bella Nuova Orleans, o le Filippine, o le fortunate isole e coste turistiche, e rimediando i danni con i soldi. In Italia si invoca lo stato di calamità naturale che consiste nel chiedere soldi pubblici per risarcire chi perde la casa, e i beni o i raccolti, o i macchinari delle fabbriche, o per ricostruire strade e ferrovie e scarpate e ponti travolti dalle intemperie o dalle frane e alluvioni. Soldi che vengono poi spesi in genere per ricostruire negli stessi posti che saranno di sicuro devastati da eventi futuri.

Lo stesso vale per i disastri mondiali per i quali le comunità locali o internazionali spendono soldi per risarcire i danni che le persone hanno subito, per l’imprevidenza dei loro governi i quali non hanno preso le precauzioni — tanto per cominciare la limitazione delle emissioni di gas serra — che avrebbero salvato vite e beni; poco conta se aumentano i dolori umani e le morti che non entrano nelle contabilità nazionali e aziendali, poco conta se l’agire “come al solito” provoca migrazioni di masse umane in fuga dall’avanzata dei deserti, dalle zone devastate da cicloni e frane, provoca conflitti senza fine fra popoli che si contendono terre in cui vivere.

La seconda alternativa È offerta dalla recente invenzione della resilienza, cioè dell’adattamento alle prevedibili catastrofi senza fare niente per prevenirle. Si sa che le tempeste tropicali e l’aumento del livello degli oceani potranno danneggiare le strutture costiere: pensiamo allora a costruire edifici su piloni, barriere nel mare per proteggere le rive; si sa che le più frequenti e intense piogge provocano frane e alluvioni: pensiamo a costringere i fiumi dentro canali e argini artificiali. la fantasia dei resilientisti è senza fine nel suggerire come adattarsi alla ”cattiveria” della natura e del pianeta senza ricorrere a divieti che rallenterebbero il glorioso cammino della crescita economica.

Ci sarebbe un’altra soluzione; dal momento che si può interrogare la natura e prevedere come circoleranno le acque e le masse d’aria in conseguenza di quello che stiamo facendo al pianeta e dal momento che non sembra ci sia nessuna ragionevole possibilità di frenare le modificazioni in atto, cioè di consumare meno energia o di rallentare i consumi, si potrebbe cercare almeno di non occupare gli spazi, pure economicamente appetibili, dove si manifesteranno le forze distruttive della natura.

La chiamavano pianificazione territoriale ed era insegnata anche in cattedre universitarie ed era stata raccomandata e spiegata da studiosi, ed era perfino stata ascoltata, se pure non attuata, da alcuni uomini politici illuminati e presto spazzati via. Perché perfino il minimo rimedio della pianificazione presuppone lo “sgradevole” coraggio di dire di no, di vietare la presenza umana nelle zone ecologicamente fragili ed esposte a frane, marosi, tempeste e ad altri eventi catastrofici.

Il divieto di costruire opere permanenti, ad esempio a meno di trecento  metri di distanza dalla riva del mare o dei fiumi, per permettere alle onde e alle acque di recuperare i propri spazi naturali, una minima azione di prevenzione, priva l’uso delle zone più appetibili e ne danneggia i proprietari; un divieto inaccettabile perfino allo stato che, teoricamente, sarebbe il proprietario di parte delle coste e rive, come dimostra la frenesia di vendere le spiagge ai “concessionari”, dopo che essi hanno già devastato le zone ricevute in affitto.

La pianificazione e la prevenzione non rendono niente ma anzi costano e disturbano la proprietà (privata ma anche pubblica); poco conta che tali costi permettano “ad altri” di risparmiare costi futuri. nessuna ragionevole persona, nella società del libero mercato, deve spendere neanche un soldo pensando “ad altri”, non al prossimo vicino e tanto meno al prossimo del futuro. Quando ci fanno vedere alla televisione le file di cadaveri, le persone disperate nel fango, al più rivolgiamo un pensiero a “quei poveretti”, fra una forchettata e l’altra. E così, con allegra incoscienza e ignoranza di singoli e di governanti, si corre spensieratamente verso un ancora più sgradevole futuro.
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10 giugno 2018 7 10 /06 /giugno /2018 23:13

pubblico questo manifesto per la marcia che si è tenuto il 10 giugno contro la morte della città storica stritolata dal turismo di massa, dalla speculazione legata alla rendita fondiaria e da una classe politica indegna del passato secolare di questa Città cosmopolita.

Quanto sta avvenendo a Venezia è il simbolo di quanto avviene in molte altre città e delle politiche sbagliate che si conducono.

 Tiziano

 

Manifesto della Marcia per la dignità di Venezia

 
MARCIA PER LA DIGNITÁ DI VENEZIA

II Comitato No Grandi Navi invita le abitanti e gli abitanti della città storica e della Terraferma, chi ci vive o vi lavora da pendolare, ii mondo associativo e le organizzazioni a mobilitarsi per restituire dignità alla città di Venezia, mai come oggi minacciata dall'operato di chi la governa.
Partiamo come sempre da noi, dalla richiesta di estromettere le grandi navi dalla laguna, ma oggi non basta piu, sentiamo la necessita di andare oltre.
La recente vicenda dei tornelli, al di la della ridicolaggine, é grave non tanto perché rappresenti l'inerzia dell'amministrazione di fronte all'invasione da parte di un turismo insostenibile e al relativo spopolamento, quanto piuttosto perché essa esemplifica ii vero programma di Brugnaro e della sua giunta: trasformare, in nome del profitto, la città storica in un grande parco a tema che abbia nella Terraferma una nuova succursale low cost. A cosa possono servire i tornelli se si sta pianificando la costruzione di 20.000 posti letto in ostelli ed hotel a Mestre nei prossimi anni?
Il 10 giugno saranno in piazza tutti coloro che vogliono, costruiscono e mettono in pratica un altro programma per Venezia, tutti coloro che, con il conflitto sociale, alludono ad un'altra idea di città.
E' necessario ripopolare la citta storica con politiche a misura di residente, riaprire le centinaia di case pubbliche chiuse, offrire vere opportunita di social housing, fermare la costruzione di nuovi hotel, frenare i cambi d'uso, l'utilizzo di AirBnB e simili, favorire l'affitto ai residenti e le operazioni di autorecupero.
Sono questi problemi che non riguardano più solo la città insulare, ma che preoccupano anche gli abitanti di Mestre e Marghera, dove i prezzi degli affitti sono già aumentati esponenzialmente rispetto a pochi mesi fa.
Bisogna invertire la ricetta di questa giunta che taglia i servizi di welfare, licenzia il personale precario e svende ii patrimonio pubblico.
Questo é il vero degrado.
II Comune deve invece tarsi carico di quei servizi che consentano a tutte e tutti di vivere degnamente. Servono servizi moderni, efficienti e all'avanguardia.
Oggi accade tutto il contrario. Si deve dunque investire in welfare e contemporaneamente si deve favorire quel tessuto sociale ed associativo che (a costo quasi zero) recupera spazi, Ii autogestisce, Ii strappa all'abbandono, alla privatizzazione o alla semplice messa a rendita.

Venezia deve tornare ad essere città viva, con un tessuto produttivo diversificato, non può essere spianata dalle rendite di posizione speculative che troppo velocemente distruggono la sua biodiversità urbana. La monocoltura turistica sta distruggendo la città portando ricchezza solo a pochi, con attività tra l'altro basate spesso su lavoro precario e sfruttamento.
lnvece Venezia può essere sede di attività legate anche alla cultura e alla ricerca, agli studi e all'innovazione produttiva eco-compatibile, garantendo reddito e distribuendo ricchezza a tutti.
 
Il 10 giugno invitiamo a scendere in piazza tutti coloro che vedono nell'ambiente una parte imprescindibile della città e non qualcosa di estraneo, magari sacrificabile sull'altare di un modello di sviluppo suicida.

La nostra piazza dirà che quando si distrugge l'ambiente, si distrugge la città. Per questo le navi devono stare fuori dalla laguna, per questo non vogliamo nuovi scavi, per questo dobbiamo prendere misure che diminuiscano l'inquinamento dell'aria da traffico urbano, ma anche marittimo, e limitare ii consumo di suolo (che spesso porta con se speculazioni e conflitti di interesse a cui il sindaco non è estraneo).

A vedere l'operato di questa giunta, pare che le tradizioni di questa città richiamino ad un'identità escludente, chiusa e definitivamente provinciale.
Mai operazione fu più revisionista.
Venezia é stata nei secoli città del mondo, e nel mondo ha fatto la sua fortuna, commerciale e culturale.
E' stata, all'apice della sua traiettoria storica, un'interfaccia tra civilta diverse, uno snodo internazionale di genti, affari, culture e arti.
Non dimentichiamoci di questa eredità.
Non lasciamo che chi ci governa riduca tutto ad un'attrazione con i suoi orari di apertura e chiusura.

Contro le dichiarazioni e le prese di posizione maschiliste e razziste di chi ci governa, vogliamo invece riaffermare Venezia come aperta e multiculturale, luogo di cultura antirazzista e antisessista.

Per tutte queste ragioni saremo in piazza Domenica 10 Giugno.
Per una città diversa, per restituire dignità a Venezia
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9 maggio 2018 3 09 /05 /maggio /2018 00:15

Beni culturali e qualità di vita minacciati

 

Mendrisio risulta essere il Comune ticinese più arretrato in materia di salvaguardia dei beni culturali di interesse locale, se confrontato con i principali centri urbani del Cantone.

Mendrisio è anche uno dei Comuni ticinesi con il numero più elevato di abitazioni vuote: è al terzo posto con il tasso del 3%, battuto solo da Chiasso (4.3%) e Locarno (3.4%), mentre la media del Cantone Ticino è dell'1.59% (Statistica delle abitazioni vuote, USTAT, 26.9.2017).

Si tratta di due fenomeni generati dai poteri politico ed economico per la volontà di sfruttare il territorio tramite la rendita fondiaria, con il suo conseguente stravolgimento nei dieci ex Comuni aggregati. Il peggioramento della qualità di vita riscontrabile dagli anni Novanta del Novecento ha avuto un’accelerazione patologica negli ultimi dieci anni. La varietà dei quartieri formatisi nel corso dei secoli per lenta stratificazione è sempre più impoverita a causa della sostituzione del tessuto storico in seguito a demolizioni e costruzione di edifici di architettura dozzinale e fuori contesto. Questi interventi distruttori sono resi possibili dai dieci Piani regolatori e dalle loro norme di attuazione, che il gruppo dei Verdi ha tentato di modificare presentando una mozione per la creazione di un unico PR, che però è stata bocciata.

In merito ai beni culturali, abbiamo presentato nel 2013 la mozione «Per la protezione del patrimonio architettonico del nuovo Comune di Mendrisio» – ancora all’esame della Commissione della pianificazione – tramite la quale si chiede l’elaborazione di una variante del Piano regolatore dedicata ai beni culturali, come hanno fatto negli scorsi anni i principali centri urbani del Cantone: Lugano, Bellinzona e Locarno, sulla spinta di atti in CC e di petizioni popolari, come quella promossa dalla Società ticinese per l’arte e la natura (STAN) a Bellinzona per salvare ville e parchi storici. Nel frattempo, però, grazie alla presentazione della nostra mozione, il Municipio ha contattato l’Ufficio dei beni culturali del DT. Quest’ultimo ha trasmesso un mese fa il censimento dei beni culturali del nostro Comune, strumento di base per avviare il lavoro di selezione degli oggetti potenzialmente da tutelare. Ora, l'Esecutivo non può più perdere tempo e tergiversare, come ha fatto per decenni, e deve concretizzare il Preambolo del Regolamento comunale, che così recita: «il Comune di Mendrisio s’impegna a (…) incoraggiare una vita socioeconomica di qualità ed uno sviluppo del territorio che tenga conto del suo patrimonio storico, politico, culturale e naturale».

Se si analizza la politica fattuale del Municipio si constata che essa disattende quanto enunciato nel Preambolo. La lacuna giuridico-pianificatoria riguardante i beni culturali di interesse locale sta conducendo a situazioni di concreta minaccia a edifici potenzialmente degni di essere protetti, forse proprio per poterne disporre liberamente. Le domande di costruzione per demolire edifici di pregio storico-architettonico o per modificare la sostanza storica di ville e parchi si susseguono a ritmo sostenuto. Vi sono diversi casi, tra i quali il villino Andreoli – pregevole esempio di stile liberty per il momento fuori pericolo grazie alla lungimiranza del nuovo proprietario – che non è tuttora tutelato legalmente malgrado la richiesta del Cantone, o la licenza edilizia rilasciata recentemente per la demolizione degli stabili dell'ex garage Malacrida in via Motta.

È ovvio che se il Municipio rilascia una licenza edilizia per la demolizione o la modifica della sostanza storica di un edificio giuridicamente non tutelato, ma potenzialmente degno di essere salvaguardato come bene culturale di interesse locale, in tal modo impedisce al Consiglio Comunale di svolgere il proprio compito istituzionale assegnato dalle leggi in materia di protezione dei beni culturali e di Piano regolatore. Infatti, l'art. 20 della Legge sulla protezione dei beni culturali specifica al cpv. 2 che «il Legislativo comunale decide quali immobili di interesse locale proteggere».

Mendrisio deve finalmente seguire l'esempio degli altri principali Comuni urbani ticinesi e salvaguardare gli edifici degni di essere inventariati quali beni culturali di interesse locale e i quartieri che hanno conservato la loro struttura antica, elementi di pregio che caratterizzano ancora i suoi dieci Quartieri.

 

Tiziano Fontana, CC i Verdi

 

Beni culturali e qualità di vita minacciati
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Presentazione

  • : Blog di parcodivillaargentina.over-blog.it
  • : salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
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