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6 aprile 2016 3 06 /04 /aprile /2016 22:12

Per il nostro centro storico e una vera Piazza del Ponte: sì al referendum

Cosa permetterà di fare la variante pianificatoria di Piazza del Ponte, proposta dal Municipio di Mendrisio e approvata dalla maggioranza del Consiglio comunale (PPD + PLR) lo scorso 21 marzo?

L'elemento principale (ma non il solo negativo!) riguarda Piazza del Ponte.

Sul sedime sul quale sorge oggi lo stabile ex Jelmoli (alto 16.5 metri) potrà essere costruito un nuovo edificio avente l'altezza minima di 22 metri e massima di 26 metri, la forma e la volumetria della "torre Sergison".

Possiamo quindi parlare di "variante-Sergison" (come ha indicato correttamente anche il Dipartimento del territorio).

Quando sarà costruita la "torre"? Nel messaggio municipale sono indicate due informazioni a questo proposito: «mancano le risorse per il finanziamento dell'opera»; la sua costruzione è «possibile se non con tempi relativamente lunghi (ca. 10 anni)». Evidentemente, visto l'attuale mercato immobiliare, se l'ente pubblico non dispone di risorse finanziarie da investire nella torre, vi sarà probabilmente un investitore privato (imprenditore, cassa pensione ecc.) desideroso di approfittare della modifica di Piano regolatore.

La variante pone quindi la base giuridica per poter costruire uno stabile ancora più alto dell'attuale ex Jelmoli.

Il gruppo dei Verdi, si è opposto – unico tra tutti i partiti – a questa "variante-torre" sia nella Commissione della pianificazione sia in Consiglio comunale, perché:

- non rispetta il grande valore storico-artistico dell'area che annovera beni culturali protetti a livello cantonale: la Chiesa parrocchiale dei santi Cosma e Damiano con la scalinata, la Torre con la lapide romana, il Palazzo Torriani, il Pretorio vecchio già Palazzo Rusca;

- conferma la zona edificabile R5 (altezza come il recente palazzo del Credito Svizzero, con possibilità di R7 per il sedime ex Jelmoli), che si incunea all'interno del nucleo storico: è un retaggio pianificatorio che risale a trent'anni fa e volerlo mantenere ancora oggi è segno di miopia pianificatoria e urbanistica;

- non rispetta la petizione del 2007 che chiedeva una piazza, cioè un'area pubblica libera e definitiva. Piazza del Ponte, Villa Argentina, Valera: per questi luoghi tre petizioni popolari hanno invitato l'autorità politica (che si ispira da decenni all'ideologia della crescita illimitata) a ripensare le scelte pianificatorie del recente passato.

Purtroppo, come avvenuto per Villa Argentina e Valera, anche la modifica di Piano regolatore di Piazza del Ponte proposta dal Municipio snatura la petizione.

Pertanto, invito gli abitanti di Mendrisio – di tutti i suoi Quartieri – a firmare il referendum promosso da un comitato apartitico di cittadini contro questa errata variante pianificatoria.

Tiziano Fontana, candidato i Verdi al Municipio e al CC

Piazza del Ponte: referendum per salvare il centro storico
Piazza del Ponte: referendum per salvare il centro storicoPiazza del Ponte: referendum per salvare il centro storico
Piazza del Ponte: referendum per salvare il centro storicoPiazza del Ponte: referendum per salvare il centro storico
Piazza del Ponte: referendum per salvare il centro storicoPiazza del Ponte: referendum per salvare il centro storico
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28 marzo 2016 1 28 /03 /marzo /2016 23:31

Villa Andreoli e la politica dei Verdi

Villa Andreoli è stata salvata grazie all'opposizione che ho presentato a nome dei Verdi l'11 settembre 2014 (e a quella parallela della STAN) contro la domanda di demolizione che un immobiliarista aveva inoltrato al Comune. Tale azione è l'applicazione pratica del nostro programma politico a salvaguardia del patrimonio culturale e storico. Il Cantone ha confermato la correttezza della richiesta di conservare la villa, tra le ultime testimonianze dello stile Liberty e ha deciso di vietarne la demolizione, invitando il Municipio ad avviare una procedura di tutela a livello locale. L'abbattimento del villino sarebbe stato il preludio all'ennesima speculazione permessa dal Piano regolatore di Mendrisio che ha inserito la villa in zona R5!

Politicamente il caso pratico di Villa Andreoli è simbolo del valore dell'azione politica dei Verdi durante questi tre anni di legislatura. Infatti, in Consiglio comunale ci siamo battuti con coerenza e senza compromessi per il nostro territorio e per i suoi abitanti.

Il 29 settembre 2013 abbiamo presentato in Consiglio comunale quattro mozioni riguardanti il territorio, tra le quali:

- la mozione «Per la protezione del patrimonio architettonico del nuovo Comune di Mendrisio» che chiede esplicitamente di: a) allestire l'elenco degli edifici di pregio architettonico, storico, culturale e artistico degni di protezione conformemente alle leggi cantonali e federali, agli inventari e all'avviso degli Uffici cantonali preposti; b) allestire le varianti del Piano Regolatore e le sue norme per salvaguardare i beni dell'elenco; c) indicare gli strumenti finanziari, energetici e pianificatori che possono incentivare i proprietari a mantenere e valorizzare i loro beni culturali. La mozione dopo 2 anni e mezzo non ha ancora ottenuto una risposta da parte del Municipio: il rapporto preliminare deve essere redatto entro 6 mesi dal deposito di una mozione! Eppure ho fatto svariati solleciti in Commissione della pianificazione, anche personalmente al Municipale PPD di riferimento. Quante ville saranno distrutte e quanti parchi saranno lottizzati e cementificati, come è stato il caso per Villa Lanz e il suo parco o per il Parco di Villa Soldelli a Mendrisio (in quest'ultimo caso è stata pubblicata una domanda di costruzione per due palazzine nelle scorse settimane)?

- la mozione «Un nuovo Piano Regolatore per i cittadini, grazie alla valorizzazione del patrimonio storico, culturale, naturale e paesaggistico»: lo scopo è di creare un unico Piano regolatore (PR) capace di rendere coerenti i dieci PR oggi in vigore che mancano di una visione d'insieme e di norme legali coerenti. Chiediamo che il nuovo PR si fondi evidentemente sulle leggi cantonali e federali esistenti che però oggi non sono applicate correttamente: per esempio per combattere l'eccessiva estensione delle zone edificabili o per obbligare a riutilizzare le aree industriali oggi abbandonate. Contro questa mozione si sono pronunciati il Municipio e la maggioranza della Commissione della pianificazione poiché PPD, PLR e Insieme a sinistra vogliono creare il Piano direttore comunale, uno strumento pianificatorio che non ha alcun valore giuridico cogente, che impiegherà anni per essere elaborato e nel frattempo non si impedirà nuove distruzioni, cementificazioni e speculazioni edilizie favorite da Piani regolatori votati da quegli stessi partiti.

Solo i Verdi hanno dimostrato di unire atti politici ad azioni pratiche: ciò che continueremo a fare per una Mendrisio che possa mantenere le poche peculiarità ancora esistenti.

Tiziano Fontana, capogruppo i Verdi

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20 marzo 2016 7 20 /03 /marzo /2016 22:00

Una piazza provvisoria

Domani - lunedì 21 marzo - il Consiglio comunale di Mendrisio voterà sulla variante pianificatoria di Piazza del Ponte. Cosa permetterà di fare la proposta del Municipio appoggiata dal rapporto di maggioranza (PPD, PLR, Insieme a sinistra) della Commissione della pianificazione?

1. Sul sedime sul quale sorge oggi lo stabile ex Jelmoli potrà essere costruito un nuovo edificio avente l'altezza massima di 26 metri, la forma e la volumetria della "torre Sergison". Possiamo quindi parlare di "variante-Sergison" (come ha indicato correttamente anche il Dipartimento del territorio). Quando sarà costruita la "torre"? Nel messaggio municipale sono indicate due informazioni a questo proposito: «mancano le risorse per il finanziamento dell'opera»; la sua costruzione è «possibile se non con tempi relativamente lunghi (ca. 10 anni)». La variante pone quindi la base giuridica per poter costruire.

2. Il Municipio preannuncia la volontà di abbattere lo stabile ex Jelmoli (costo 600'000 franchi) e di sistemare quell'area in due tappe: in un primo tempo, propone la sistemazione temporanea della piazza e dei posteggi (costo 350'000 franchi); in un secondo tempo, dopo un concorso di architettura, sono previste la sistemazione e l’arredo della piazza (costo 1'100'000 franchi). Quindi per realizzare una piazza provvisoria si spenderanno complessivamente 2'050'000 franchi.

Nel rapporto di minoranza che ho allestito il gruppo dei Verdi si oppone alla proposta di variante perché:

- non rispetta la petizione del 2007 che chiedeva una piazza, cioè un'area pubblica libera e definitiva;

- non rispetta il grande valore storico-artistico dell’area che annovera beni culturali protetti a livello cantonale: la Chiesa parrocchiale dei santi Cosma e Damiano con la scalinata, la Torre con la lapide romana, il Palazzo Torriani, il Pretorio vecchio già Palazzo Rusca;

- conferma la zona edificabile R5 (altezza come il recente palazzo Credito Svizzero, con possibilità di R7 = 26 metri per il sedime ex Jelmoli), che si incunea all’interno del nucleo storico: è un retaggio pianificatorio che risale a trent’anni fa e volerlo mantenere ancora oggi è segno di miopia pianificatoria e culturale;

- non è serio pianificare il territorio e spendere svariati milioni per realizzare un’opera "provvisoria".

Il sistema dei partiti che governa Mendrisio ha approvato nel luglio 2015 la variante di Villa Argentina che snatura la petizione popolare “Un magnifico parco per il Magnifico Borgo” e che permetterà all’Accademia (o alla SUPSI) di cementificare una nuova parte del Parco di Villa Argentina.

Ora si corre il rischio di vedere la medesima situazione per Piazza del Ponte: la petizione snaturata.

Mi auguro che i cittadini finalmente trovino il coraggio di reagire e promuovano il referendum.

Tiziano Fontana, capogruppo in CC i Verdi

Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
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24 febbraio 2016 3 24 /02 /febbraio /2016 23:02

Villa Andreoli, edificio costruito nel 1914, non sarà abbattuta, come avrebbe voluto uno speculatore e come avrebbe permesso un Piano regolatore insensato voluto dai soliti partiti.

Nel 2014 ho presentato un'opposizione come gruppo dei Verdi e parallelamente anche la Società ticinese per l'arte e la natura (STAN) ne ha inoltrata una con la parte storico-artistica elaborata dall'arch. Bergossi;

successivamente il Consiglio di Stato, su proposta del Dipartimento del territorio (Ufficio dei beni culturali e della Commissione dei beni culturali), ha deciso in via provvisionale di impedire qualsiasi intervento distruttivo;

infine un nuovo proprietario ha deciso di restaurarla e mantenerla.

Un sogno che si è realizzato. A volte avvengono.

Tiziano

Villa Andreoli a Mendrisio

Villa Andreoli a Mendrisio

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22 febbraio 2016 1 22 /02 /febbraio /2016 23:17
NO all'inganno del Consiglio federale
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7 febbraio 2016 7 07 /02 /febbraio /2016 21:28

Ripropongo un articolo del prof. Giorgio Nebbia come sempre chiaro e preciso. Il finale è desolante visto come i politici (s-)governano le nostre città.

Tiziano

Conoscere, prevedere e prevenire

(di Giorgio Nebbia, La Gazzetta del Mezzogiorno, 1.2.2016)

Le lunghe settimane di caldo di questo inverno hanno riportato all’attenzione dei cittadini e dei governanti, nazionali e locali, il problema dell’inquinamento dell’aria delle città.

In questi ultimi anni molte città si sono dotate di centraline in grado di misurare la concentrazione di alcune delle sostanze presenti nell’atmosfera e possono controllare se tali concentrazioni superano i limiti al di là dei quali gli inquinanti possono essere dannosi alla salute degli abitanti. Si è così visto che in un numero crescente di città, grandi e piccole, la concentrazione delle PM10, le “particelle” con diametro inferiore a 10 millesimi di millimetro, supera per molte settimane il limite massimo giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo di aria. Le principali fonti di PM10 sono state riconosciute nella combustione dei carburanti nei mezzi di trasporto e negli impianti di riscaldamento degli edifici: come rimedio è stato necessario imporre un qualche limite (sia pure molto modesto) alla circolazione di auto e camion in alcune ore e in alcuni giorni, e alla temperatura degli edifici.

Sono le leggi dell’ecologia a spiegare che dei limiti esistono nel funzionamento degli ecosistemi e anche la città è un ecosistema, sia pure artificiale, un organismo, con un suo metabolismo, che “vive” in uno spazio limitato. Nella città entrano materiali ed energia: acqua, alimenti (verdura, carne, cereali, cibo in scatola, eccetera), carta, materie plastiche, carburanti, materiali da costruzione; una parte di tali materiali resta "immobilizzata" entro la città: mobili, libri, i mattoni e il cemento negli edifici: la maggior parte dei materiali e dell'energia in entrata viene però rapidamente "consumata", cioè rielaborata --- per questo parlavo di “metabolismo urbano” --- e perciò trasformata in varie sostanze di rifiuto: quelle gassose come anidride carbonica, ossido di carbonio, polveri, anidride solforosa e altre, finiscono nell'atmosfera; i rifiuti organici e inorganici finiscono nelle fogne e vengono "esportati" fuori dalla città; i rifiuti solidi sono portati agli inceneritori e alle discariche, generalmente esterni alla città.

Le scorie delle attività urbane --- a differenza di quelle che si formano negli ecosistemi naturali --- sono per lo più costituite da sostanze estranee ai cicli naturali e peggiorano la qualità dell'aria, delle acque, del suolo in cui vanno a finire.

In quanto ecosistema la città ha una sua popolazione, di esseri umani e di mezzi di trasporto, che cambia nelle varie ore del giorno; la mattina la città comincia a gonfiarsi di vita e di attività umane che aumentano col passare delle ore mentre la sua atmosfera si riempie di gas nocivi e le fogne di liquami, fino alla sera quando la città si sgonfia e raggiunge uno stato di quiete, per poche ore, per ricominciare la mattina dopo. La popolazione e le attività e le funzioni vitali di una città variano nei differenti mesi dell'anno. A causa del suo spazio limitato la città ha una “capacità ricettiva” di presenze umane, di traffico, di attività e di rifiuti; se questi superano certi valori la città non sa più dove mettere automobili, case e rifiuti e si verificano malattie e caos.

Per restare al caso dell’inquinamento dell’aria, se la quantità delle sostanze inquinanti che escono dai tubi di scappamento delle auto e dai camini degli impianti di riscaldamento supera quella che la massa di aria è in grado di disperdere o diluire, in particolari condizioni climatiche, la loro concentrazione diventa così alta da arrecare danno agli abitanti, proprio come sta avvenendo adesso per le PM10 in molte città dove circolano “troppi” autoveicoli rispetto a quelli che la città può sopportare. La quantità e il tipo di agenti inquinanti, a loro volta, dipendono dalla qualità delle materie usate. Ad esempio i diversi tipi di carburanti per autoveicoli --- benzina o diesel --- bruciando immettono nell'atmosfera composti molto diversi; le massime emissioni di agenti inquinanti per ciascun autoveicolo sono fissate dalle norme EURO, anche se la scoperta di recenti frodi ha mostrato che le quantità di inquinanti effettivamente immessi nell’aria da alcuni carburanti e autoveicoli può essere superiore a quanto dichiarato dai fabbricanti.

La vera soluzione delle crisi urbane, di inquinamento e di congestione del traffico, va cercata in un rilancio della cultura urbanistica, nella progettazione delle città tenendo conto dei bisogni di spazio, di mobilità e di salute dei cittadini e non del profitto dei proprietari dei suoli. I centri storici delle nostre città non sono in grado di sopportare il carico di traffico e inquinamento a cui sono sottoposti perché occupano lo stesso spazio di quando sono nati nel Medioevo o nell’Ottocento. Una moderna pianificazione urbana deve prevedere una diversa distribuzione nel territorio di abitazioni, uffici, scuole, centri commerciali, parcheggi e la riprogettazione dei trasporti pubblici. Certi servizi possono essere svolti lontano dai centri urbani, così come certi lavori possono essere svolti in uffici decentrati nelle zone abitative di periferia.

Un alleggerimento dell’inquinamento dell’aria dovuto al traffico sarebbe realizzabile incentivando più lavoratori o studenti che fanno lo stesso percorso ad usare lo stesso mezzo di trasporto non solo per risparmiare qualche soldo, ma come contributo alla difesa della salute del prossimo. Insomma l’inquinamento urbano si sconfigge più con la capacità degli amministratori di conoscere, prevedere e prevenire il funzionamento delle loro città che con l’attesa di piogge che puliscano l’aria dalle polveri.

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31 gennaio 2016 7 31 /01 /gennaio /2016 20:55

Ripropongo un articolo di Gaia Baracetti delle associazioni italiane per la difesa del suolo dedicato al libro DIRT. Alla fine racconta qualcosa di cui aveva parlato anche Libereso Guglielmi.

Tiziano

“Dirt. The Erosion of Civilizations”: l’agricoltura come principale responsabile della distruzione del suolo

Nessun commento Dirt è un libro talmente importante, pur nella sua monotematicità, che è difficile persino decidere come cominciare a presentarlo.

Forse l’introduzione migliore è data da una frase contenuta nel libro stesso: dirt “Tutto il resto – la cultura, l’arte, la scienza – dipende da un’adeguata produzione agricola. Invisibili durante i periodi di benessere, questi legami diventano evidenti quando l’agricoltura inizia a vacillare.” Nessuna di tutte le altre cose di cui parliamo – la cultura, la scienza, la pace, la letteratura, gli affetti, la bellezza, la libertà – può esistere se non c’è da mangiare. Senza cibo non possiamo vivere, né migliorare come esseri umani, né coesistere. Sono molti gli elementi necessari affinché noi possiamo disporre di cibo, ma uno dei più importanti in assoluto, se non forse il più importante, è la terra. La sua presenza, cioè il mero fatto che esista e non sia scomparsa lasciando solo roccia nuda, e poi la sua qualità, la sua quantità, e quindi la sua capacità di sostenere la vita che ci sfama – tutto questo è semplicemente fondamentale, eppure ce ne dimentichiamo fin troppo facilmente, soprattutto nei periodi di vacche grasse.

Un’altra introduzione possibile può partire dal titolo inglese (in italiano, per ora, non c’è): Dirt. The Erosion of Civilizations. In inglese dirt significa terriccio, ma anche sporcizia, da cui dirty, sporco, e l’espressione “to treat like dirt” si usa per indicare l’atto di mortificare qualcuno, di trattarlo male, come se non valesse nulla.

Proprio come la stragrande maggioranza delle civiltà umane ha sempre trattato il suolo.

Gli esempi forniti da David R. Montgomery, geomorfologo e autore del libro, sono innumerevoli: dall’antica Mesopotamia all’America colonizzata dagli europei, dalla Cina alle Alpi, non esiste grande area geografica o civiltà il cui suolo, prima o poi, non sia stato distrutto dalla deforestazione e dall’agricoltura – in alcuni casi, come in Islanda, in modo irreversibile. Riassumerli tutti è impossibile, ma probabilmente l’esempio più pertinente, e forse addirittura più convincente è probabilmente quello dell‘Impero Romano. Nel 1960, il geologo Sheldon Judson trovò vicino a Roma una cisterna costruita nel 150 d.C. le cui fondamenta, un tempo sottoterra, erano ora esposte di circa un metro. Questo significava che, dalla fondazione di Roma, il suolo circostante era sceso di oltre tre centimetri ogni secolo, cioè molto più velocemente di quanto si formava. La terra fertile che copriva i primi campi coltivati dai romani ora giaceva sepolta in fondo ai fiumi e ai laghi, o, depositandosi lentamente, aveva finito per togliere all’antica Ostia il suo porto. L’agricoltura venne introdotta nella nostra penisola tra il 5000 e il 4000 a.C. Nei millenni successivi si estese gradualmente fino a occupare anche terre marginali e meno adatte alla coltivazione, cioè soprattutto quelle più ripide e quindi più soggette all’erosione se spogliate della loro copertura arborea. La diffusione degli attrezzi in ferrro, cominciata attorno al 500 a.C., facilitò la deforestazione. Nei primi anni di Roma il suolo era fertile, i poderi poco estesi, e l’abilità come contadino un grande vanto per un cittadino romano. Lo stile di coltivazione era quello della cultura promiscua, in cui i campi, lavorati intensivamente a mano e fertilizzati con il letame, consistevano di una stratificazione sullo stesso appezzamento di colture da fieno, olivi, uve, cereali e ortaggi. La combinazione di diverse profondità di radici e diverse altezze delle piante proteggeva il terreno dall’erosione e, aumentando la temperatura in loco, prolungava la stagione vegetativa. L’avvento dell’aratro trainato dai buoi permise di risparmiare ore di lavoro umano ma richiese maggiori estensioni di terra coltivata a parità di rendimento. La deforestazione e l’aratura dei pendii scatenarono un’erosione tanto massiccia da intasare i fiumi e portare alla creazione di paludi dove prima erano valli coltivate, come l’Agro Pontino. A seguito delle guerre puniche, la fuga dei contadini dalle campagne e l’aumentata disponibilità di schiavi permisero all’agricoltura romana un’ulteriore evoluzione: in questa nuova fase una classe emergente di grandi proprietari terrieri impiegava eserciti di schiavi nella coltivazione di grandi tenute monocolturali – principalmente viti e olivi. Il loro unico obiettivo era massimizzare il profitto, e quindi i raccolti. Un eccesso di arature, soprattutto sui terreni più pendenti, spingeva la terra a valle e la lasciava esposta all’erosione della pioggia e del vento. Lentamente, il suolo di Roma scivolava via. Alcuni osservatori del tempo, come Plinio il Vecchio, accusavano i grandi possidenti, che anziché prendersi cura delle loro terre le abbandonavano al lavoro degli schiavi, di causare la rovina dell’impero. Per parte loro i contadini presero ad abbandonare la terra ormai erosa e non più fertile, che quindi rendeva impossibile con le sue basse ripagare i loro debiti. Il fenomeno dell’abbandono delle campagne diventò così grave che furono passate leggi che legavano la terra a chi la coltivava, gettando forse le basi della servitù medievale. Lucrezio, come altri autori contemporanei, lamentava il calo della fertilità di Madre Terra. Ai tempi della nascita di Cristo, la campagna romana era già così sterile che Tito Livio si chiedeva come avesse potuto sostenere un impero: ormai non era più nemmeno in grado di sfamare i cittadini di Roma, il cui numero peraltro continuava ad aumentare. Proprio come l’Italia di oggi, Roma finì per dipendere dal cibo importato. In particolare, il grano per sfamare l’impero proveniva dal Nord Africa. Nel secondo secolo dopo Cristo Tertulliano, che viveva a Cartagine, scriveva: “…i campi coltivati hanno avuto la meglio sui boschi… Stiamo sovraffollando il mondo. Gli elementi faticano a sostenerci. I nostri desideri aumentano e le nostre richieste sono sempre di più, mentre la Natura non ci può reggere.” Duemila anni dopo, le colonie romane del Nord Africa e del Medio Oriente mostrano ancora nei pendii nudi e nelle città abbandonate le tracce dell’erosione causata dall’Impero Romano e dai Fenici.

Tunisia, Algeria, Israele, Siria, Libano… ovunque deforestazione, continue arature e un eccesso di pascolo avevano trasfomato terre fertili e coperte di foreste in deserti. Irreversibilmente. Dove non era rimasta terra, i famosi cedri del Libano non sarebbero mai più potuti ricrescere.

Montgomery non sostiene che l’erosione del suolo abbia causato, da sola, il crollo o meglio il lento declino dell’Impero Romano – sicuramente, però, vi contribuì. Soprattutto, stiamo ripetendo gli errori causati dai nostri antenati, e questa volta su scala globale.

I progressi tecnologici hanno prodotto aumenti nelle rese, ma a un prezzo altissimo dal punto di vista ambientale, sociale, e del suolo, oggi più eroso che mai. Si stima che ogni anno vengano perdute globalmente ventiquattro miliardi di tonnellate di suolo – più di tre tonnellate per essere umano. Le riserve globali di cereali sono calate negli ultimi anni: l’umanità intera dipende per la sopravvivenza dalla buona riuscita del prossimo raccolto.

Inoltre, l’attuale forma di agricoltura, basata sulla meccanizzazione, sui combustibili fossili, sulle modifiche genetiche e sulla fertilizzazione artificiale non solo sta causando l’erosione dei suoli, senza i quali nessuna agricoltura è possibile, non solo non è sostenibile a lungo termine, ma non è nemmeno riuscita a cancellare la fame a livello globale.

Più crescono le rese, più cresce la popolazione. Se poi questa popolazione è composta da ex contadini costretti ad abbandonare o vendere le loro terre e ad affollare le bidonville delle nuove megalopoli, allora non importa quanto cibo in più verrà prodotto: loro non potranno permettersi di comprarlo.

La proposta di Montgomery, invece, è questa: ridarre la terra ai contadini, coltivarla in appezzamenti piccoli e medi, più efficienti di quelli grandi, e adottare tecniche di conservazione del suolo. Secondo Montgomery, non sono necessarie altre modificazioni genetiche e un’ulteriore meccanizzazione dell’agricoltura. Queste pratiche creano immense monoculture dipendenti dai combustibili fossili e da altre fonti non rinnovabili e sono difficilmente adattabili alle infinite diversità locali, e alla lunga rovinano il suolo.

Come si è visto in innumerevoli esempi storici, i grandi proprietari terrieri o gli affittuari hanno come unico obiettivo il profitto a breve termine. Questo, però, può valere anche su scala più piccola, se chi coltiva si pone soltanto il problema di guadagnare, e non di conservare. L’agricoltura non può essere trattata come un’industria qualsiasi. Dato che la terra è di tutti e che non è giusto lasciare un suolo depauperato in eredità alle generazioni future, sono indispensabili politiche che portino alla sua tutela sul lungo termine, scoraggiando pratiche agricole dannose e incoraggiando quelle conservatrici – come, dove possono essere applicati, i terrazzamenti, il no-till (senza aratura), la consociazione, i cover crops (coltivazioni di copertura del terreno, come il trifoglio), il recupero dei nutrienti presenti nel letame e persino nelle deiezioni umane (pare che nella provincia cinese dello Shaoxing, i contadini del secolo scorso non vendessero il surplus di riso ma se ne riempissero le pance per poi ‘restituirlo’ ai campi sotto forma di fertilizzante attraverso eleganti bagni pubblici). Sarebbe poi il caso di smetterla di cementificare terreno agricolo, ma questo, dal libro appare chiaro, è solo l’ultimo dei problemi.

Persino negli ambienti più avanzati dell’ambientalismo italiano l’agricoltura viene idealizzata al punto che non ci si rende conto che essa stessa, prima ancora delle villette, dei parcheggi e dei centri commerciali, è la principale responsabile della distruzione del nostro suolo.

Leggere Dirt in un paese alpino che sta ancora facendo i conti con lo spopolamento, l’avanzata del bosco, l’abbandono dell’agricoltura tradizionale, ha rappresentato per me una sfida mentale non indifferente. Da un lato, mi spingeva a lottare contro i pregiudizi universali secondo cui la massima espressione della montagna è il prato, il bosco un nemico, lo spopolamento una sciagura; contro le pratiche abituali, che portano a lasciare i campi nudi per lunghi periodi (fortunatamente, spesso, protetti dalla neve) e a coltivare sempre le stesse colture negli stessi appezzamenti. Dall’altro, mi aiutava a riconoscere il valore di alcune pratiche tradizionali solo parzialmente abbandonate: la fertilizzazione con il letame, la costruzione di muretti e terrazzamenti, la fienagione. Alcuni, più anziani, mi hanno raccontato come funzionavano i bagni quando erano giovani. Sotto al bagno non c’erano le fognature, ma dei semplici raccoglitori. Quando erano pieni si svuotavano manualmente, aiutandosi con degli elmetti per la parte liquida. La parte solida andava a fertilizzare i campi. Spiazzando gli interlocutori, che volevano solo raccontare una storia estrema, io mi entusiasmavo: “è quello che voglio fare io!”. Voglio ricominciare a vedere l’agricoltura come parte di un grande ciclo naturale, anziché come un’industria. Un ciclo che passa anche per i nostri corpi e per la terra sotto ai nostri piedi.

Gaia Baracetti

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1 gennaio 2016 5 01 /01 /gennaio /2016 23:51

Pubblico l'intervista che ho fatto a San Remo a Libereso Guglielmi - pubblicata sull'ultimo numero de Il nostro Paese, la rivista della Società ticinese per l'arte e la natura (STAN) - una persona straordinaria, un botanico con conoscenze enciclopediche, un uomo libero che aiuta a pensare liberamente. Se a governare fossero persone come lui vivremmo meglio e la Terra sarebbe rispettata e amata.

Buon 2016 a tutti i difensori del Parco di Villa Argentina, della natura e della nostra meravigliosa Terra.

Tiziano

1. Sei conosciuto per essere stato il "giardiniere del prof. Mario Calvino" (1875-1951, padre dello scrittore Italo), uno dei maggiori agronomi e botanici italiani; in realtà la tua funzione non era propriamente quella di semplice giardiniere: puoi spiegare come lo conoscesti e che funzione hai svolto alle sue dipendenze?

Nel 1940, a quindici anni, ho ottenuto una borsa di studio in giardinaggio grazie al prof. Mario Calvino, agronomo e botanico di fama mondiale, e ho lavorato per una decina di anni presso la Stazione sperimentale di floricoltura diretta proprio da Calvino. La Stazione aveva sede a San Remo, nella Villa Meridiana di proprietà del prof. Calvino e di sua moglie Eva Mameli.

In realtà nella stazione non si svolgevano solo ricerche sui fiori ma si acclimatavano le piante tropicali. Per esempio il Camelaucium uncinatum originario dell'Australia, la Carissa grandiflora originaria del Natal, la Casimiroa edulis originaria del Messico, la Persea drynifolia (avocado) proveniente dal Messico ecc. Il professore introdusse anche collezioni di pompelmi rosa – che oggi importiamo dall'estero, invece di produrli noi! – e di avocado poiché ne elogiava le proprietà nutritive.

2. Parlaci di Mario Calvino …

Era un uomo severo e rigoroso ma anche paziente e molto disponibile a insegnare: aveva una generosità straordinaria e condivideva le sue conoscenze. Mi faceva fare esperimenti sotto il suo vigile controllo e non risparmiava giudizi critici. Da lui ho imparato che se l'uomo vuole fare qualcosa anche in una situazione particolarmente avversa vi riuscirà, ma solo se saprà studiare, osservare la realtà, sperimentare, scoprendo la parte debole e facile che vi è sempre in ogni situazione. Il valore dell'uomo è scoprire nel difficile il facile. Egli aveva viaggiato moltissimo e aveva vissuto per molti anni in Messico e a Cuba (dove nacque Italo) studiandone la vegetazione locale che, in seguito, aveva portato in Italia per acclimatarla. Era uno studioso che amava la sperimentazione pratica. Introdusse centinaia di specie vegetali che erano perfettamente adatte al clima della Liguria e dell'Italia, cercando di diffonderne la coltivazione, per migliorare l'alimentazione e le condizioni economiche della popolazione.

Il suo forte impegno sociale è stato anche un insegnamento per tutti coloro che l'hanno conosciuto. Molte piante tropicali che oggi abbiamo in Italia sono legate alla ricerca e alla divulgazione di Mario Calvino e di sua moglie, ma i più lo ignorano e le autorità non fanno nulla per perpetuarne il ricordo. Nella stazione facevamo piante da semi che si distribuivano ai visitatori e che erano regalate dal prof. Calvino così da poterle diffondere il più possibile sul territorio. Oggi di quelle centinaia di piante e di tante altre commestibili non si ricorda più nessuno e ci si limita a qualche decina: è un'involuzione di conoscenza e di pensiero. Egli è stato una sorta di secondo padre per me, così come io sono stato un figlio per lui visti i miei interessi (mentre i suoi due figli, Italo e Floriano, non erano attirati dalla botanica). È stata una scuola di vita e professionale bellissima.

3. Che rapporti avevi coi suoi figli, con lo scrittore Italo.

Coi suoi figli ho avuto rapporti di amicizia; Italo si aggirava per il giardino di Villa Meridiana con un quaderno e annotava tutto: era un grande osservatore. Mi ha ritratto in uno dei suoi primi racconti, «Un pomeriggio, Adamo». Durante la guerra giunsero a Villa Meridiana soldati nazisti alla ricerca di Italo, che era partigiano: presero Eva e Mario Calvino e per due volte eseguirono una finta fucilazione, per costringerli a rivelare il nascondiglio del figlio.

4. Hai proposto di creare un parco botanico per raccogliere le piante acclimatate da Mario Calvino e per perpetuarne le sue scoperte e anche la memoria di quello straordinario studioso.

Mi proponevo di dimostrare che la Liguria possiede qualcosa di unico, il suo clima subtropicale, adatto a piante da frutta di altri continenti, come dimostrò il prof. Calvino. Hanno rigettato la mia proposta. Così si è persa completamente la memoria storica di quanto svolto da Mario Calvino. Quando morì sua moglie, Eva Mameli Calvino, nel 1978, Villa Meridiana fu offerta dai figli alla città di San Remo per una cifra modesta ma il Comune non la volle acquistare. I figli la vendettero e così fu abbattuta e il suo parco-stazione sperimentale lottizzato e cementificato. Medesima sorte toccò ad altre proprietà terriere della famiglia Calvino dove il professore aveva le sue coltivazioni sperimentali. Tutto distrutto. Italo Calvino parla della villa nel suo racconto «La speculazione edilizia»: avrebbe potuto salvarla se avesse voluto … L'archivio di famiglia costituito da moltissimi documenti (libri, riviste, opuscoli, lettere, diari di lavoro, manoscritti e fotografie) fu donato alla Biblioteca civica di Sanremo: almeno quello è stato salvato. La mancanza di amore per la nostra terra e i suoi abitanti dimostrata in quell'occasione è la stessa che ha provocato la perdita di molti luoghi e memorie storiche in tutta la Liguria. Per avere cosa? Erythrina crista-galli (albero di corallo)

5. Nel bellissimo libro «Libereso, il giardiniere di Calvino», che raccoglie l'intervista che il paesaggista Ippolito Pizzetti ti ha fatto nel 1998, menzioni persone che ti hanno particolarmente e positivamente segnato nella tua vita, quattro maestri di vita: tuo papà, Mario Calvino, Baci di Rebissi, e un professore inglese; puoi parlaci di tuo padre?

Hai citato persone che avevano valori, li vivevano e li insegnavano agli altri, come facevano con le conoscenze acquisite negli anni. Per questo sono stati maestri di vita. Ognuno di noi è fortunato se nel corso della sua esistenza incontra persone di valore perché può attingervi ideali e insegnamenti. Mio padre aveva studiato in un collegio di gesuiti e vedendone le incoerenze era diventato anticlericale. Era un anarchico tolstoiano e credeva in una comunità libera di uomini liberi e nella pace. Era un vegetariano naturista e riteneva che l'alimentazione sia di estrema importanza per la salute umana e che la vita è strettamente dipendente dal sole, dall'acqua, dall'aria, dalla terra. Anch'io sono vegetariano; mio padre e Mario Calvino mi hanno insegnato le proprietà delle piante selvatiche commestibili. Mi ha avvicinato alla natura. Era originario di Perinaldo – un paesino dell'entroterra ligure – e aveva un legame profondo con la terra, una vicinanza. Se sei vicino alla Madre terra la tua vita sarà ricca quanto realmente conta, non di soldi. Amava insegnare e diffondere il sapere. Ho imparato da lui che se conosci qualcosa che altri ignorano gliela si deve spiegare: se ho scoperto qualcosa è giusto che metto a disposizione degli altri questa mia conoscenza, liberamente.

6. Proprio il contrario di quanto avviene oggi, in cui si monetarizza tutto e si tramuta tutto in merce e in brevetto, come fanno le multinazionali saccheggiando i saperi tradizionali.

Siamo troppo "stromboli". Anche il prof. Mario Calvino insegnava gratuitamente perché amava diffondere il sapere e le conoscenze che aveva acquisito in anni di studio; ma questo gesto generoso non sempre era compreso. Oggi il suo lascito scientifico è andato disperso e ben pochi si ricordano di lui e dei suoi studi. Se avesse fatto pagare le sue lezioni forse lo avrebbero preso maggiormente in considerazione: un'assurdità.

7. Nel dialogo con Pizzetti accenni anche a un altro maestro, Baci di Rebissi: chi era?

Era un contadino che viveva un po' come un eremita in una casupola dell'entroterra e noi ragazzi si andava a rubare la sua frutta, qualche volta. Era una brava persona, amava parlare della sua terra e ci insegnava tante cose sulle piante spontanee e le loro qualità nutrizionali e curative, sull'agricoltura e sulla natura. La trasmissione del suo sapere, acquisito nel corso della sua vita, è stata preziosa; grazie ai suoi insegnamenti mi ha fatto venire voglia di approfondire la conoscenza di queste piante.

Con la trasformazione del territorio e la distruzione delle spiagge con dune e fiori selvatici o delle colline coltivate con uliveti e castagneti sono scomparse specie vegetali e animali che popolavano questi luoghi. Oggi non sembra quasi immaginabile il paesaggio che vi era fino a metà Novecento; sola testimonianza sono le fotografie che risalgono a quel periodo. Pensa che tutto attorno a San Remo le colline erano coperte da ulivi e da alberi di limoni, mandarini e arance (questi ultimi due furono introdotti dopo il 1850)! La produzione era abbondantissima. Il clima e il concime naturale – non quello chimico di oggi che indebolisce e fa ammalare le piante – permettevano di avere raccolti in grande quantità. I concimi chimici hanno distrutto la microflora e da qui le malattie: bisogna abbandonarli.

Nella nostra regione vi erano ville e giardini creati nell'Ottocento e all'inizio del Novecento da ricchi italiani e stranieri – soprattutto inglesi – che abbellivano e rendevano signorili molte cittadine della costa; si trattava di persone e famiglie che spesso fornivano aiuti finanziari, visto che lo Stato ne era privo, per costruire scuole, ospedali ecc., come gli Hanbury a Ventimiglia. Oggi, il dramma non risiede solo nella distruzione del territorio e nella scomparsa delle specie viventi ma anche nell'interruzione del passaggio da una generazione all'altra delle conoscenze e delle tradizioni.

8. A proposito della trasmissione del sapere … da decenni dedichi tempo e passione ai bambini: sei invitato nelle scuole di tutt'Italia per condividere le tue conoscenze botaniche e le tue esperienze …

Bisogna lasciare i bambini liberi di sviluppare la loro personalità e la loro creatività, dando loro un punto di appoggio e permettendo loro di aprire orizzonti ampi sulla vita: li devi avvicinare alla natura tramite l'esperienza diretta, insegnando loro le somiglianze e le associazioni che esistono nella vita. Le scuole dovrebbero dotarsi di giardini di piante commestibili che i bambini coltiverebbero aiutati da adulti: bisognerebbe insegnare loro non solo a coltivare ortaggi ma anche a riconoscere le erbe spontanee che hanno valori nutritivi ben superiori a quelle coltivate. Bisognerebbe creare, come nei conventi medievali, gli orti dei semplici, vale a dire di erbe con proprietà medicinali: l'ortica, l'equiseto ecc. con le etichette con il nome, il valore alimentare e quello medicinale. Bisogna ritornare alle conoscenze della civiltà contadina, una necessità nel mondo odierno; capire che la natura è una madre che offre moltissimo. Ristabilire il legame tra uomo e natura: è questo che dobbiamo insegnare ai bambini. Nella Provincia di Genova hanno messo in rete diverse scuole i cui allievi coltivano orti: sono iniziative importanti.

Ai bambini piace l'avventura; in un parco, in un giardino o, ancora meglio, in un prato selvatico gli fai scoprire l'erba medicinale, quella da mangiare, la relazione tra piante e animali o tra animali stessi o tra il mondo naturale e quello costruito dall'uomo: scoprono un mondo ignoto e ne sono affascinati.

Oggi, invece, si tende a limitare i bambini, privandoli della loro libertà, costringendoli a fare cose che non amano, facendoli crescere coi paraocchi.

9. Quanto dici in merito alle associazioni e alle somiglianze che insegni mi riporta alle lezioni liceali di biologia: il professore riuscì a catturare il mio interesse proprio mostrando la connessione esistente nel mondo e il legame tra tutti gli elementi: mi venne voglia di studiare a fondo quel tema.

Non si deve mai smettere di studiare, mai. Approfondire la conoscenza è necessario. Solo gli ignoranti pensano di sapere tutto. Una cosa importante: ai bambini bisogna insegnare anche col disegno – non conosco bambini ai quali non piace – e a disegnare … è importantissimo. Disegno di Libereso

10. Nel tuo periodo inglese hai incontrato il prof. Fairbear e hai fatto l'esperienza dell'amore degli inglesi per i giardini …

Il professore di farmacognosia Fairbear è stato un altro maestro di vita, era umano e dispensava le sue conoscenze con partecipazione. Una persona che ha valori e li insegna: è questa la caratteristica che rende umani. Oggi ci sono troppi che trattano il prossimo come fosse un limone: cercano di levargli quello che sa, spremendolo; per loro sei un limone da spremere e poi buttare. Il prof. Fairbear era l'esatto contrario. Durante il periodo inglese sono stato capo-giardiniere al giardino botanico Myddelton House dell'Università di Londra e ricercatore presso la facoltà di farmacologia della medesima Università: è stato un bel periodo. In merito ai giardini in effetti un tempo era così: gli inglesi erano orgogliosi di avere e coltivare i giardini e, soprattutto, di viverli; i giardini erano la loro casa. Vi era la tradizione del giardino diffusa in ogni ceto sociale. A loro interessava vivere il e nel giardino. Oggi si sta perdendo questa tradizione perché i giovani sentono molto meno questo amore, hanno perso questo orgoglio, preferiscono viaggiare molto di più e non dedicare una cura costante ai giardini come facevano le generazioni passate.

11. Che ruolo hanno avuto i giardini nella tua vita e possono avere nella vita di tutti?

Il giardino dovrebbe fare parte della cultura dell'uomo, è da tempo immemorabile che è testimonianza del rapporto esistente tra uomo e natura. Tutte le civiltà hanno creato giardini. Chi non ha cultura non può capirlo.

Chi possiede un giardino sa che esso è molto di più di un pezzo di terra: è una parte di te stesso che trasformi a tua volontà; in questo senso il giardino ti obbliga anche a cercare la tua personalità e la tua creatività, a svilupparle e realizzarle.

Dal confronto tra la personalità del giardiniere e le esigenze del luogo e degli esseri viventi che compongono il giardino, le piante e i fiori, nasce una creazione unica. I principi che una persona possiede e vive li trasmette nel giardino. Vedi attorno a me il giardino che ho creato raccogliendo piante da tutto il mondo e in particolare quelle datemi da Mario Calvino.

Accanto a questo giardino fisico c'è anche il giardino dei pensieri, che ho creato (e che ognuno dovrebbe creare e molti creano); quando sono stanco di ciò che mi circonda di brutto, distruttivo o violento guardo in questo giardino e faccio mio un pensiero che mi piace. Come nella natura dove dobbiamo cercare i principi della vita.

Nota: Eva Mameli Calvino (1886-1978) prima donna in Italia a conseguire la libera docenza in botanica, seguì il marito in America del Sud dove lavorò come ricercatrice. Nel 1925 coprì il ruolo di assistente e vice-direttrice della Stazione sperimentale di San Remo e, alla morte del marito avvenuta nel 1951, ne divenne direttrice fino al 1958. Tra il 1926 e il 1928 insegnò botanica all'Università di Cagliari e ne diresse l'Orto Botanico. Durante la sua carriera scientifica Eva Mameli diede alle stampe oltre 200 contributi scientifici. Diresse col marito la rivista «Il Giardino Fiorito» - organo mensile di divulgazione della Società italiana "Amici dei Fiori" e fu al centro di una fitta rete di corrispondenza tra giardinieri, floricoltori, editori e mondo scientifico. Si impegnò nel nascente movimento ambientalista, soprattutto a favore degli uccelli utili all'agricoltura (nota tratta in parte da: Ariane Dröscher, Università di Bologna)

Foto dei fiori: Erythrina crista-galli (albero di corallo) e Hedychium coronarium bianco; alcuni libri menizionati nell'intervista. Foto dei fiori: Erythrina crista-galli (albero di corallo) e Hedychium coronarium bianco; alcuni libri menizionati nell'intervista.
Foto dei fiori: Erythrina crista-galli (albero di corallo) e Hedychium coronarium bianco; alcuni libri menizionati nell'intervista. Foto dei fiori: Erythrina crista-galli (albero di corallo) e Hedychium coronarium bianco; alcuni libri menizionati nell'intervista.
Foto dei fiori: Erythrina crista-galli (albero di corallo) e Hedychium coronarium bianco; alcuni libri menizionati nell'intervista. Foto dei fiori: Erythrina crista-galli (albero di corallo) e Hedychium coronarium bianco; alcuni libri menizionati nell'intervista.

Foto dei fiori: Erythrina crista-galli (albero di corallo) e Hedychium coronarium bianco; alcuni libri menizionati nell'intervista.

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30 dicembre 2015 3 30 /12 /dicembre /2015 23:46

Pochi giorni fa è mancata una collega del Comitato Parco di Villa Argentina, Rosaria Valli Tela.

Era una persona di grande bontà, ha dimostrato passione, entusiasmo e amore per il Parco e per l'idea di salvarlo dalla speculazione privata e dall'incultura territoriale dei nostri governanti.

Mancherai a tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerti.

Tiziano

San Miniato al Monte

San Miniato al Monte

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15 dicembre 2015 2 15 /12 /dicembre /2015 22:08

Pubblico l'intervento di ieri in Consiglio comunale poiché è una testimonianza su cosa vuole dire per me fare politica. i colleghi non si degnano di leggere i documenti citati dai messaggi municipali, troppa fatica. così si arriva ai fatti del Pozzo Polenta e nessun politico, che ha approvato i Piani regolatori criminali nei quali ci troviamo prigionieri e che permettono di costruire in prossimità dei pozzi di captazione dell'acqua potabile, si assume una minima responsabilità.

Anche i giornali hanno lo loro bella dose di responsabilità: sono superficiali nell'informare i cittadini delle decisioni criminali prese dai politici; salvo poi fare i titoloni quando avvengono i disastri (programmati ...).

Senza una stampa libera, critica, forte non c'è informazione seria e approfondita e non ci sono cittadini coscienti dei loro diritti e dei loro doveri e quindi non vi è vera democrazia.

Tiziano

Intervento del 14.12.2015 sul MM N. 79/2015 - Nuova strada industriale Mendrisio – Rancate. Richiesta di un credito di aggiornamento di fr. 1'140'000.— per adeguamento costo di costruzione; di fr. 860'000.— per le canalizzazioni come da PGS; di fr. 500’000.— quale partecipazione ai costi di spostamento del gasdotto principale Chiasso – Lugano

Signor Presidente, signori Sindaco e Municipali, signore e signori Consiglieri comunali,

Il gruppo dei Verdi voterà contro questo messaggio anche se la parte maggiore dei crediti di finanziamento è stata votata negli scorsi anni dai CC di Mendrisio e di Rancate.

La nostra quindi è una testimonianza della visione che hanno i Verdi dell’ambiente che ci ospita e dei preziosissimi beni naturali – acqua, terra e aria - che ci permettono di vivere.

La nostra opposizione ha due ragioni principali:

1. la prima ragione è la più banale: il dato di fatto che nuove strade generano nuovo traffico. non ripropongo i dati presenti nel rapporto di minoranza sulle previsioni di traffico con lo scenario futuro S1+ (2020), vale a dire dopo che saranno realizzate le tre grandi opere: la riorganizzazione dello svincolo autostradale; la realizzazione di via Penate e della strada industriale; l’attuazione della variante di PR di San Martino.

Ma per evitare il collasso del nucleo di Rancate previsto dal Rapporto dell’Esame sull’Impatto Ambientale il gruppo dei Verdi invita il Municipio a introdurre il più celermente possibile le misure che avete indicato nella risposta alla mia interrogazione del 26 novembre 2013 «La strada industriale Mendrisio-Rancate e le varianti di PR di San Martino Penate e Rime Brech: ancora un peggioramento della vivibilità per i cittadini?», in particolare - e cito – “le misure di moderazione e di limitazione del traffico che potranno essere introdotte e, se del caso, rese più cogenti”. Riteniamo che non sia il caso di attendere l'avverarsi dello scenario funesto S1+ (2020) per introdurre queste misure.

2. la seconda ragione deriva dall’impatto ambientale che avrà la strada industriale e che è indicato con dovizia di elementi sia nel Rapporto sull’Esame sull’Impatto Ambientale (EIA) sia nell’Avviso cantonale del 1° luglio 2014 e documenti allegati. Mi riferisco in particolare a tre aspetti:

- 1. la perdita di zona agricola: per i Verdi si deve smettere di "consumare" terreno agricolo in particolare se designato come Superfici agricole per l’avvicendamento delle colture (SAC) come nella fattispecie, pagando una semplice compensazione pecuniaria: si deve invece imporre una compensazione reale con un’area di pari estensione e qualità agricola

- 2. la distanza dal bosco: la Sezione forestale ammette candidamente che «la pianificazione non è conforme alle distanze prescritte dalla legislazione forestale» ma che essendo una strada già approvata a PR essa va comunque autorizzata! L’affermazione fatta dalla Sezione forestale ci sembra piuttosto indecente visto che spetta alla stessa Sezione vigilare affinché un PR sia rispettoso della legge federale.

- 3. La questione della protezione delle acque :

- In primo luogo il ponte sul Laveggio è stato concesso in deroga alla legge federale sulla protezione delle acque

- In secondo luogo il tracciato della strada ha una lunghezza complessiva di 1200 m: una tratta di circa 900 m si trova in zona di protezione S3; una tratta di 230 m costeggia la zona di protezione S2 del pozzo di captazione dei Prati Maggi; per 100 m si trova nel settore di protezione delle acque Au.

Di conseguenza il Cantone ha imposto di Introdurre il divieto di trasporto di merci pericolose per la nuova strada industriale Mendrisio-Rancate, con eventuali permessi speciali in deroga al divieto. Però nel MM leggiamo che «per le industrie interessate dal tracciato stradale saranno regolarmente concessi/rilasciati permessi speciali da parte dall’autorità cantonale competente».

Dopo i tragici fatti riguardanti il Pozzo Polenta di Morbio, mi chiedo questo:

se dovesse essere rilasciato un permesso speciale e se dovesse avvenire un incidente lungo la tratta di 230 metri che costeggia la zona di protezione S2 del pozzo dei Prati Maggi e se il pozzo in questione dovesse essere abbandonato chi pagherà per questo crimine? Molto probabilmente soltanto l’autista del mezzo che trasporta merci pericolose.

Non verrebbero coinvolti né i funzionari del Cantone e della Confederazione che hanno rilasciato il permesso speciale e approvato il tracciato né i politici che hanno pianificato il tracciato e la zona industriale in un luogo così prezioso e fragile.

Quel tracciato è troppo rischioso e quindi ci opponiamo.

Tiziano Fontana capogruppo i Verdi in CC

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  • : salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
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