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26 aprile 2016 2 26 /04 /aprile /2016 22:47

pubblico qui di seguito l'articolo che il settimanale L'Informatore non mi pubblicherà nell'edizione di venerdì 29 aprile perché "non hanno più spazio" (me lo pubblicherebbero settimana prossima, scaduti i termini del referendum ... e solo se lo dimezzassi ... doppia presa in giro); tra l'altro nell'edizione del 29 non pubblicano neppure l'articolo preparato da Giampaolo Baragiola e quello di Nadir Sutter: la democrazia fa paura alla partitocrazia che regna ancora a Mendrisio (malgrado abbiano perso complessivamente circa un 10% elettoralmente ...).

Ma quando i cittadini decidono di prendere in mano il loro futuro nessuno li potrà firmare (anche se non dovessero riuscire a raccogliere le oltre 1600 firme necessarie: ma i signorotti della partitocrazia non l'hanno ancora capito),

FIRMATE E FATE FIRMARE IL REFERENDUM, DIAMO LA PAROLA AI CITTADINI

Tiziano

Piazza del Ponte: una nuova visione urbanistica

Il Consiglio Comunale lo scorso 21 marzo ha deciso a maggioranza (PPD e PLR favorevoli; Lega-UDC e Insieme a sinistra astenuti; Verdi contrari) di approvare la variante di Piano regolatore del comparto di Piazza del Ponte.

Per Piazza del Ponte come per Villa Argentina le richieste popolari contenute nelle rispettive petizioni davano una chiara indicazione circa un nuovo modo di intendere il territorio urbano di Mendrisio che però né il Municipio né la maggioranza del Consiglio comunale hanno voluto seguire.

Da questa considerazione nascono le due seguenti domande: cosa chiede la petizione dedicata a Piazza del Ponte? Come si pianifica il territorio e in particolare un nucleo storico?

La petizione "Per una Piazza del Ponte degna del suo nome" La petizione "Per una Piazza del Ponte degna del suo nome" del novembre 2007 sottoscritta da più di 3'000 persone chiedeva in particolare: «con questa petizione le cittadine e i cittadini di Mendrisio chiedono all’autorità comunale di farsi promotrice di un progetto di riqualifica di Piazza del Ponte che tenga in giusta considerazione le preesistenze storico-architettoniche. I sottoscritti firmatari chiedono pertanto al Comune di acquistare l’immobile ex Jelmoli e di provvedere alla sua demolizione, al fine di destinare l’intero sedime (attuale area destinata a posteggio e quella sulla quale sorge l'edificio in questione) alla creazione di uno spazio di incontro e di aggregazione capace nel contempo di valorizzare i beni culturali circostanti».

Il messaggio municipale disattende la doppia richiesta della petizione, visto che pone la base legale per costruire uno stabile avente un'altezza massima possibile pari a 26 metri. Ricordo che lo stabile attuale ex Jelmoli ha un’altezza massima di 16.5 metri (torrino compreso): questo edificio è già oggi ritenuto un "elemento perturbante" per la sua altezza e la volumetria dall'Inventario federale ISOS e dalla cittadinanza stessa: quindi da esperti di urbanistica e da persone comuni quali siamo tutti noi. Con la variante il Municipio propone quindi la possibilità di edificare uno stabile di 9.5 metri più alto rispetto alla situazione attuale.

Mi soffermo sulle due richieste della petizione:

1. Una piazza estesa all’attuale sedime occupato dall’ex stabile Jelmoli: questo tema pone una questione tecnica in merito alla demolizione dell’edificio;

2. Una piazza che valorizzi i beni culturali circostanti: questo secondo tema pone la questione centrale di come si pianifica il cuore di un nucleo storico.

In merito alla prima richiesta – estensione della piazza – mi riallaccio a quanto detto alla radio dal signor Nadir Sutter: come si può pensare di pianificare e costruire una vera piazza se non si affronta la questione di cosa sta sotto la superficie? È infatti evidente che ciò che sarà possibile progettare in superficie dipende dalla situazione nella quale si trova il sottosuolo. Per capire questo aspetto tecnico ho chiesto informazioni all’ufficio tecnico comunale e altre informazioni si trovano nella Relazione tecnica della domanda di demolizione dello stabile ex Jelmoli visionata dal Gruppo Piazza del Ponte: lo stabile ex Jelmoli si sviluppa su quattro piani fuori terra e su uno interrato. Come dice la Relazione tecnica "la fondazione dello stabile è una platea realizzata ad una profondità dal piano campagna che varia tra 3.30 e 4.80 m"; ora, cosa ne sarà di questa platea? Dopo aver demolito i quattro piani fuori terra la Relazione tecnica indica i seguenti lavori: "puntellatura della soletta di copertura dell'interrato per il sostegno dei nuovi carichi di progetto; realizzazione dei cordoli di contenimento per il sostegno del riempimento; riempimento con materiale inerte; posa di una stuoia geotessile; riempimento con terreno vegetale per almeno 50 cm; semina a prato; (…) per garantire una superficie verde orizzontale i cordoli di contenimento sono caratterizzati da un’altezza variabile da 20 cm a 140 cm e per motivi di sicurezza l'area sarà dotata di un parapetto perimetrale ".

Queste sono le condizioni tecniche che discendono direttamente dalla scelta pianificatoria di voler in futuro permettere di costruire un nuovo stabile; queste condizioni tecniche pongono chiare restrizioni al futuro progetto della piazza provvisoria: per esempio su questa parte di piazza sarà impossibile piantare alberi di medio o alto fusto visto la permanenza nel sottosuolo del piano interrato di circa 3.5 m di altezza e la profondità di soli 50 cm di terreno vegetale. La seconda richiesta della petizione – una piazza che valorizzi i beni culturali esistenti – ci conduce al secondo punto centrale: che tipo di pianificazione e di visione urbanistica deve orientare i futuri interventi in questo luogo.

Quale approccio bisognerebbe seguire per pianificare un centro storico?

La petizione risale al novembre 2007 e quindi si inserisce all'interno di un percorso pianificatorio precedente, che ha visto vari Municipi chinarsi sulla possibile sistemazione di quest'area del nucleo storico. Il Municipio ha sempre seguito un approccio di tipo architettonico che trova la giustificazione nel messaggio municipale, oggetto di domanda referendaria, laddove leggiamo che vi è la volontà di «insediare un edificio emergente dal forte carattere rappresentativo». Altro approccio è suggerito dalla petizione che si ispira a una visione urbanistica quindi a una visione d'insieme e di dialogo con le preesistenze storico-artistiche. Si tratta di seguire l'indicazione del prof. Settis: «Fra il corpo della città e il corpo del cittadino c'è un rapporto di proporzioni, di misura.» È proprio questa misura che viene a mancare con la proposta di variante perché quest'ultima conferma la zona edificabile R5 che si incunea all'interno del nucleo storico: questo azzonamento è un retaggio della pianificazione elaborata trent’anni fa a partire da uno sviluppo urbano precedente, che risale agli anni 1957 – 1958 per l’area che coinvolge l’ex stabile Jelmoli e i due mappali confinanti.

Ora, ai cittadini di Mendrisio rivolgiamo una domanda: non ritenete che nel 2016 si possa e si debba seguire una visione urbanistica rispettosa del valore culturale e artistico del cuore del nucleo storico, ripensando e abbandonando non solo l'azzonamento scelto oltre trent'anni fa ma anche l'approccio prettamente architettonico di questa variante, che rimane ancorata alla zona R5 e anzi si spinge fino a proporre un R7 per il mappale ex Jelmoli ?

Non si tratta di contrapporre una visione architettonica diversa rispetto a quella del Municipio – per esempio in merito alla forma o all’altezza del futuro possibile stabile – bensì si tratta di rivedere la zona R5 che coinvolge la doppia fascia di mappali ai piedi del nucleo storico – lungo Corso Bello e via Lavizzari – e in particolare i mappali direttamente affacciati su Piazza del Ponte, tra cui il sedime ex Jelmoli e la casa dove nacque Lavizzari con i due fondi confinanti così come i mappali che giustamente il Municipio propone di considerare quale area verde.

È proprio questa forma di misura che caratterizza i nuclei storici, invocata dal prof. Settis e da molti altri studiosi di urbanistica, storia dell'arte e dell'architettura, a invitarci a pensare diversamente la pianificazione di questo comparto e di conseguenza a sostenere il referendum.

Per questo invito a firmare il referendum così che si possa sottoporre alla popolazione la variante pianificatoria voluta da Municipio e maggioranza del Consiglio comunale. Riteniamo che debba essere il popolo a decidere la pianificazione del territorio e non solo i partiti politici, che oltretutto sono usciti ridimensionati dalle recenti elezioni comunali.

Tiziano Fontana, membro del Comitato referendario

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19 aprile 2016 2 19 /04 /aprile /2016 22:35
Nino Riva e Piazza del Ponte : una bella idea da seguire
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15 aprile 2016 5 15 /04 /aprile /2016 23:12

La variante pianificatoria di Piazza del Ponte approvata da PPD e PLR permetterà:

Sul sedime sul quale sorge oggi lo stabile ex Jelmoli (alto 16.5 metri) potrà essere costruito un nuovo edificio (altezza minima 22 metri e massima 26), con la forma e la volumetria della "torre Sergison". Possiamo quindi parlare di "variante-torre-Sergison".

Visto l'attuale mercato immobiliare, anche se l'ente pubblico non dispone a breve di risorse finanziarie da investire nella nuova costruzione, verosimilmente vi sarà nel prossimo futuro un investitore privato (imprenditore, cassa pensione ecc.) desideroso di approfittare della modifica di Piano regolatore.

La variante pone quindi la base giuridica per poter costruire uno stabile ancora più alto dell'attuale ex Jelmoli.

Prima che sia costruita la torre in «tempi relativamente lunghi», il Municipio prevede:

1) di abbattere i quattro piani fuori terra dello stabile ex Jelmoli, lasciando però il piano interrato, la cui soletta di copertura sarà rinforzata per sostenere la futura costruzione (costo 600'000 franchi);

2) di sistemare quell'area in due tappe: in un primo tempo, propone la sistemazione temporanea della piazza e dei posteggi (costo 350'000 franchi); in un secondo tempo, dopo un concorso di architettura, è prevista la sistemazione e l’arredo della piazza, che sarà comunque provvisoria (costo 1'100'000 franchi).

Quindi per la sistemazione provvisoria della piazza si spenderanno 2'050'000 franchi.

Contro questa variante è stato promosso un referendum (scadenza della raccolta delle firme a inizio maggio!) da un Comitato apartitico di cittadini presieduto da Giampaolo Baragiola, che annovera anche Anastasia Gilardi, Paolo Brenni, Antonia Bremer, Luca Maghetti, Nadir Sutter, Josef Weiss, Americo Albisetti e lo scrivente.

Tre sono i motivi principali per opporsi alla variante pianificatoria:

- essa non rispetta il grande valore storico-artistico dell'area monumentale del cuore di Mendrisio, che annovera beni culturali protetti a livello cantonale: la Chiesa parrocchiale con la scalinata, la Torre con la lapide romana, il Palazzo Torriani, il Pretorio vecchio già Palazzo Rusca;

- conferma la zona edificabile R5 (altezza come il recente palazzo del Credito Svizzero, con possibilità di R7 per il sedime ex Jelmoli), che si incunea all'interno del nucleo storico: questo azzonamento è un retaggio pianificatorio che risale a trent'anni fa e volerlo mantenere ancora oggi è segno di miopia urbanistica e culturale;

- non rispetta la petizione del 2007 che chiedeva una piazza, cioè un'area pubblica libera e definitiva.

Pertanto, invito gli abitanti di Mendrisio – di tutti i suoi dieci "Quartieri" – a firmare il referendum.

Tiziano Fontana, membro di Comitato

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6 aprile 2016 3 06 /04 /aprile /2016 22:12

Per il nostro centro storico e una vera Piazza del Ponte: sì al referendum

Cosa permetterà di fare la variante pianificatoria di Piazza del Ponte, proposta dal Municipio di Mendrisio e approvata dalla maggioranza del Consiglio comunale (PPD + PLR) lo scorso 21 marzo?

L'elemento principale (ma non il solo negativo!) riguarda Piazza del Ponte.

Sul sedime sul quale sorge oggi lo stabile ex Jelmoli (alto 16.5 metri) potrà essere costruito un nuovo edificio avente l'altezza minima di 22 metri e massima di 26 metri, la forma e la volumetria della "torre Sergison".

Possiamo quindi parlare di "variante-Sergison" (come ha indicato correttamente anche il Dipartimento del territorio).

Quando sarà costruita la "torre"? Nel messaggio municipale sono indicate due informazioni a questo proposito: «mancano le risorse per il finanziamento dell'opera»; la sua costruzione è «possibile se non con tempi relativamente lunghi (ca. 10 anni)». Evidentemente, visto l'attuale mercato immobiliare, se l'ente pubblico non dispone di risorse finanziarie da investire nella torre, vi sarà probabilmente un investitore privato (imprenditore, cassa pensione ecc.) desideroso di approfittare della modifica di Piano regolatore.

La variante pone quindi la base giuridica per poter costruire uno stabile ancora più alto dell'attuale ex Jelmoli.

Il gruppo dei Verdi, si è opposto – unico tra tutti i partiti – a questa "variante-torre" sia nella Commissione della pianificazione sia in Consiglio comunale, perché:

- non rispetta il grande valore storico-artistico dell'area che annovera beni culturali protetti a livello cantonale: la Chiesa parrocchiale dei santi Cosma e Damiano con la scalinata, la Torre con la lapide romana, il Palazzo Torriani, il Pretorio vecchio già Palazzo Rusca;

- conferma la zona edificabile R5 (altezza come il recente palazzo del Credito Svizzero, con possibilità di R7 per il sedime ex Jelmoli), che si incunea all'interno del nucleo storico: è un retaggio pianificatorio che risale a trent'anni fa e volerlo mantenere ancora oggi è segno di miopia pianificatoria e urbanistica;

- non rispetta la petizione del 2007 che chiedeva una piazza, cioè un'area pubblica libera e definitiva. Piazza del Ponte, Villa Argentina, Valera: per questi luoghi tre petizioni popolari hanno invitato l'autorità politica (che si ispira da decenni all'ideologia della crescita illimitata) a ripensare le scelte pianificatorie del recente passato.

Purtroppo, come avvenuto per Villa Argentina e Valera, anche la modifica di Piano regolatore di Piazza del Ponte proposta dal Municipio snatura la petizione.

Pertanto, invito gli abitanti di Mendrisio – di tutti i suoi Quartieri – a firmare il referendum promosso da un comitato apartitico di cittadini contro questa errata variante pianificatoria.

Tiziano Fontana, candidato i Verdi al Municipio e al CC

Piazza del Ponte: referendum per salvare il centro storico
Piazza del Ponte: referendum per salvare il centro storicoPiazza del Ponte: referendum per salvare il centro storico
Piazza del Ponte: referendum per salvare il centro storicoPiazza del Ponte: referendum per salvare il centro storico
Piazza del Ponte: referendum per salvare il centro storicoPiazza del Ponte: referendum per salvare il centro storico
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28 marzo 2016 1 28 /03 /marzo /2016 23:31

Villa Andreoli e la politica dei Verdi

Villa Andreoli è stata salvata grazie all'opposizione che ho presentato a nome dei Verdi l'11 settembre 2014 (e a quella parallela della STAN) contro la domanda di demolizione che un immobiliarista aveva inoltrato al Comune. Tale azione è l'applicazione pratica del nostro programma politico a salvaguardia del patrimonio culturale e storico. Il Cantone ha confermato la correttezza della richiesta di conservare la villa, tra le ultime testimonianze dello stile Liberty e ha deciso di vietarne la demolizione, invitando il Municipio ad avviare una procedura di tutela a livello locale. L'abbattimento del villino sarebbe stato il preludio all'ennesima speculazione permessa dal Piano regolatore di Mendrisio che ha inserito la villa in zona R5!

Politicamente il caso pratico di Villa Andreoli è simbolo del valore dell'azione politica dei Verdi durante questi tre anni di legislatura. Infatti, in Consiglio comunale ci siamo battuti con coerenza e senza compromessi per il nostro territorio e per i suoi abitanti.

Il 29 settembre 2013 abbiamo presentato in Consiglio comunale quattro mozioni riguardanti il territorio, tra le quali:

- la mozione «Per la protezione del patrimonio architettonico del nuovo Comune di Mendrisio» che chiede esplicitamente di: a) allestire l'elenco degli edifici di pregio architettonico, storico, culturale e artistico degni di protezione conformemente alle leggi cantonali e federali, agli inventari e all'avviso degli Uffici cantonali preposti; b) allestire le varianti del Piano Regolatore e le sue norme per salvaguardare i beni dell'elenco; c) indicare gli strumenti finanziari, energetici e pianificatori che possono incentivare i proprietari a mantenere e valorizzare i loro beni culturali. La mozione dopo 2 anni e mezzo non ha ancora ottenuto una risposta da parte del Municipio: il rapporto preliminare deve essere redatto entro 6 mesi dal deposito di una mozione! Eppure ho fatto svariati solleciti in Commissione della pianificazione, anche personalmente al Municipale PPD di riferimento. Quante ville saranno distrutte e quanti parchi saranno lottizzati e cementificati, come è stato il caso per Villa Lanz e il suo parco o per il Parco di Villa Soldelli a Mendrisio (in quest'ultimo caso è stata pubblicata una domanda di costruzione per due palazzine nelle scorse settimane)?

- la mozione «Un nuovo Piano Regolatore per i cittadini, grazie alla valorizzazione del patrimonio storico, culturale, naturale e paesaggistico»: lo scopo è di creare un unico Piano regolatore (PR) capace di rendere coerenti i dieci PR oggi in vigore che mancano di una visione d'insieme e di norme legali coerenti. Chiediamo che il nuovo PR si fondi evidentemente sulle leggi cantonali e federali esistenti che però oggi non sono applicate correttamente: per esempio per combattere l'eccessiva estensione delle zone edificabili o per obbligare a riutilizzare le aree industriali oggi abbandonate. Contro questa mozione si sono pronunciati il Municipio e la maggioranza della Commissione della pianificazione poiché PPD, PLR e Insieme a sinistra vogliono creare il Piano direttore comunale, uno strumento pianificatorio che non ha alcun valore giuridico cogente, che impiegherà anni per essere elaborato e nel frattempo non si impedirà nuove distruzioni, cementificazioni e speculazioni edilizie favorite da Piani regolatori votati da quegli stessi partiti.

Solo i Verdi hanno dimostrato di unire atti politici ad azioni pratiche: ciò che continueremo a fare per una Mendrisio che possa mantenere le poche peculiarità ancora esistenti.

Tiziano Fontana, capogruppo i Verdi

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20 marzo 2016 7 20 /03 /marzo /2016 22:00

Una piazza provvisoria

Domani - lunedì 21 marzo - il Consiglio comunale di Mendrisio voterà sulla variante pianificatoria di Piazza del Ponte. Cosa permetterà di fare la proposta del Municipio appoggiata dal rapporto di maggioranza (PPD, PLR, Insieme a sinistra) della Commissione della pianificazione?

1. Sul sedime sul quale sorge oggi lo stabile ex Jelmoli potrà essere costruito un nuovo edificio avente l'altezza massima di 26 metri, la forma e la volumetria della "torre Sergison". Possiamo quindi parlare di "variante-Sergison" (come ha indicato correttamente anche il Dipartimento del territorio). Quando sarà costruita la "torre"? Nel messaggio municipale sono indicate due informazioni a questo proposito: «mancano le risorse per il finanziamento dell'opera»; la sua costruzione è «possibile se non con tempi relativamente lunghi (ca. 10 anni)». La variante pone quindi la base giuridica per poter costruire.

2. Il Municipio preannuncia la volontà di abbattere lo stabile ex Jelmoli (costo 600'000 franchi) e di sistemare quell'area in due tappe: in un primo tempo, propone la sistemazione temporanea della piazza e dei posteggi (costo 350'000 franchi); in un secondo tempo, dopo un concorso di architettura, sono previste la sistemazione e l’arredo della piazza (costo 1'100'000 franchi). Quindi per realizzare una piazza provvisoria si spenderanno complessivamente 2'050'000 franchi.

Nel rapporto di minoranza che ho allestito il gruppo dei Verdi si oppone alla proposta di variante perché:

- non rispetta la petizione del 2007 che chiedeva una piazza, cioè un'area pubblica libera e definitiva;

- non rispetta il grande valore storico-artistico dell’area che annovera beni culturali protetti a livello cantonale: la Chiesa parrocchiale dei santi Cosma e Damiano con la scalinata, la Torre con la lapide romana, il Palazzo Torriani, il Pretorio vecchio già Palazzo Rusca;

- conferma la zona edificabile R5 (altezza come il recente palazzo Credito Svizzero, con possibilità di R7 = 26 metri per il sedime ex Jelmoli), che si incunea all’interno del nucleo storico: è un retaggio pianificatorio che risale a trent’anni fa e volerlo mantenere ancora oggi è segno di miopia pianificatoria e culturale;

- non è serio pianificare il territorio e spendere svariati milioni per realizzare un’opera "provvisoria".

Il sistema dei partiti che governa Mendrisio ha approvato nel luglio 2015 la variante di Villa Argentina che snatura la petizione popolare “Un magnifico parco per il Magnifico Borgo” e che permetterà all’Accademia (o alla SUPSI) di cementificare una nuova parte del Parco di Villa Argentina.

Ora si corre il rischio di vedere la medesima situazione per Piazza del Ponte: la petizione snaturata.

Mi auguro che i cittadini finalmente trovino il coraggio di reagire e promuovano il referendum.

Tiziano Fontana, capogruppo in CC i Verdi

Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
Piazza del Ponte: petizione tradita!
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24 febbraio 2016 3 24 /02 /febbraio /2016 23:02

Villa Andreoli, edificio costruito nel 1914, non sarà abbattuta, come avrebbe voluto uno speculatore e come avrebbe permesso un Piano regolatore insensato voluto dai soliti partiti.

Nel 2014 ho presentato un'opposizione come gruppo dei Verdi e parallelamente anche la Società ticinese per l'arte e la natura (STAN) ne ha inoltrata una con la parte storico-artistica elaborata dall'arch. Bergossi;

successivamente il Consiglio di Stato, su proposta del Dipartimento del territorio (Ufficio dei beni culturali e della Commissione dei beni culturali), ha deciso in via provvisionale di impedire qualsiasi intervento distruttivo;

infine un nuovo proprietario ha deciso di restaurarla e mantenerla.

Un sogno che si è realizzato. A volte avvengono.

Tiziano

Villa Andreoli a Mendrisio

Villa Andreoli a Mendrisio

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22 febbraio 2016 1 22 /02 /febbraio /2016 23:17
NO all'inganno del Consiglio federale
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7 febbraio 2016 7 07 /02 /febbraio /2016 21:28

Ripropongo un articolo del prof. Giorgio Nebbia come sempre chiaro e preciso. Il finale è desolante visto come i politici (s-)governano le nostre città.

Tiziano

Conoscere, prevedere e prevenire

(di Giorgio Nebbia, La Gazzetta del Mezzogiorno, 1.2.2016)

Le lunghe settimane di caldo di questo inverno hanno riportato all’attenzione dei cittadini e dei governanti, nazionali e locali, il problema dell’inquinamento dell’aria delle città.

In questi ultimi anni molte città si sono dotate di centraline in grado di misurare la concentrazione di alcune delle sostanze presenti nell’atmosfera e possono controllare se tali concentrazioni superano i limiti al di là dei quali gli inquinanti possono essere dannosi alla salute degli abitanti. Si è così visto che in un numero crescente di città, grandi e piccole, la concentrazione delle PM10, le “particelle” con diametro inferiore a 10 millesimi di millimetro, supera per molte settimane il limite massimo giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo di aria. Le principali fonti di PM10 sono state riconosciute nella combustione dei carburanti nei mezzi di trasporto e negli impianti di riscaldamento degli edifici: come rimedio è stato necessario imporre un qualche limite (sia pure molto modesto) alla circolazione di auto e camion in alcune ore e in alcuni giorni, e alla temperatura degli edifici.

Sono le leggi dell’ecologia a spiegare che dei limiti esistono nel funzionamento degli ecosistemi e anche la città è un ecosistema, sia pure artificiale, un organismo, con un suo metabolismo, che “vive” in uno spazio limitato. Nella città entrano materiali ed energia: acqua, alimenti (verdura, carne, cereali, cibo in scatola, eccetera), carta, materie plastiche, carburanti, materiali da costruzione; una parte di tali materiali resta "immobilizzata" entro la città: mobili, libri, i mattoni e il cemento negli edifici: la maggior parte dei materiali e dell'energia in entrata viene però rapidamente "consumata", cioè rielaborata --- per questo parlavo di “metabolismo urbano” --- e perciò trasformata in varie sostanze di rifiuto: quelle gassose come anidride carbonica, ossido di carbonio, polveri, anidride solforosa e altre, finiscono nell'atmosfera; i rifiuti organici e inorganici finiscono nelle fogne e vengono "esportati" fuori dalla città; i rifiuti solidi sono portati agli inceneritori e alle discariche, generalmente esterni alla città.

Le scorie delle attività urbane --- a differenza di quelle che si formano negli ecosistemi naturali --- sono per lo più costituite da sostanze estranee ai cicli naturali e peggiorano la qualità dell'aria, delle acque, del suolo in cui vanno a finire.

In quanto ecosistema la città ha una sua popolazione, di esseri umani e di mezzi di trasporto, che cambia nelle varie ore del giorno; la mattina la città comincia a gonfiarsi di vita e di attività umane che aumentano col passare delle ore mentre la sua atmosfera si riempie di gas nocivi e le fogne di liquami, fino alla sera quando la città si sgonfia e raggiunge uno stato di quiete, per poche ore, per ricominciare la mattina dopo. La popolazione e le attività e le funzioni vitali di una città variano nei differenti mesi dell'anno. A causa del suo spazio limitato la città ha una “capacità ricettiva” di presenze umane, di traffico, di attività e di rifiuti; se questi superano certi valori la città non sa più dove mettere automobili, case e rifiuti e si verificano malattie e caos.

Per restare al caso dell’inquinamento dell’aria, se la quantità delle sostanze inquinanti che escono dai tubi di scappamento delle auto e dai camini degli impianti di riscaldamento supera quella che la massa di aria è in grado di disperdere o diluire, in particolari condizioni climatiche, la loro concentrazione diventa così alta da arrecare danno agli abitanti, proprio come sta avvenendo adesso per le PM10 in molte città dove circolano “troppi” autoveicoli rispetto a quelli che la città può sopportare. La quantità e il tipo di agenti inquinanti, a loro volta, dipendono dalla qualità delle materie usate. Ad esempio i diversi tipi di carburanti per autoveicoli --- benzina o diesel --- bruciando immettono nell'atmosfera composti molto diversi; le massime emissioni di agenti inquinanti per ciascun autoveicolo sono fissate dalle norme EURO, anche se la scoperta di recenti frodi ha mostrato che le quantità di inquinanti effettivamente immessi nell’aria da alcuni carburanti e autoveicoli può essere superiore a quanto dichiarato dai fabbricanti.

La vera soluzione delle crisi urbane, di inquinamento e di congestione del traffico, va cercata in un rilancio della cultura urbanistica, nella progettazione delle città tenendo conto dei bisogni di spazio, di mobilità e di salute dei cittadini e non del profitto dei proprietari dei suoli. I centri storici delle nostre città non sono in grado di sopportare il carico di traffico e inquinamento a cui sono sottoposti perché occupano lo stesso spazio di quando sono nati nel Medioevo o nell’Ottocento. Una moderna pianificazione urbana deve prevedere una diversa distribuzione nel territorio di abitazioni, uffici, scuole, centri commerciali, parcheggi e la riprogettazione dei trasporti pubblici. Certi servizi possono essere svolti lontano dai centri urbani, così come certi lavori possono essere svolti in uffici decentrati nelle zone abitative di periferia.

Un alleggerimento dell’inquinamento dell’aria dovuto al traffico sarebbe realizzabile incentivando più lavoratori o studenti che fanno lo stesso percorso ad usare lo stesso mezzo di trasporto non solo per risparmiare qualche soldo, ma come contributo alla difesa della salute del prossimo. Insomma l’inquinamento urbano si sconfigge più con la capacità degli amministratori di conoscere, prevedere e prevenire il funzionamento delle loro città che con l’attesa di piogge che puliscano l’aria dalle polveri.

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31 gennaio 2016 7 31 /01 /gennaio /2016 20:55

Ripropongo un articolo di Gaia Baracetti delle associazioni italiane per la difesa del suolo dedicato al libro DIRT. Alla fine racconta qualcosa di cui aveva parlato anche Libereso Guglielmi.

Tiziano

“Dirt. The Erosion of Civilizations”: l’agricoltura come principale responsabile della distruzione del suolo

Nessun commento Dirt è un libro talmente importante, pur nella sua monotematicità, che è difficile persino decidere come cominciare a presentarlo.

Forse l’introduzione migliore è data da una frase contenuta nel libro stesso: dirt “Tutto il resto – la cultura, l’arte, la scienza – dipende da un’adeguata produzione agricola. Invisibili durante i periodi di benessere, questi legami diventano evidenti quando l’agricoltura inizia a vacillare.” Nessuna di tutte le altre cose di cui parliamo – la cultura, la scienza, la pace, la letteratura, gli affetti, la bellezza, la libertà – può esistere se non c’è da mangiare. Senza cibo non possiamo vivere, né migliorare come esseri umani, né coesistere. Sono molti gli elementi necessari affinché noi possiamo disporre di cibo, ma uno dei più importanti in assoluto, se non forse il più importante, è la terra. La sua presenza, cioè il mero fatto che esista e non sia scomparsa lasciando solo roccia nuda, e poi la sua qualità, la sua quantità, e quindi la sua capacità di sostenere la vita che ci sfama – tutto questo è semplicemente fondamentale, eppure ce ne dimentichiamo fin troppo facilmente, soprattutto nei periodi di vacche grasse.

Un’altra introduzione possibile può partire dal titolo inglese (in italiano, per ora, non c’è): Dirt. The Erosion of Civilizations. In inglese dirt significa terriccio, ma anche sporcizia, da cui dirty, sporco, e l’espressione “to treat like dirt” si usa per indicare l’atto di mortificare qualcuno, di trattarlo male, come se non valesse nulla.

Proprio come la stragrande maggioranza delle civiltà umane ha sempre trattato il suolo.

Gli esempi forniti da David R. Montgomery, geomorfologo e autore del libro, sono innumerevoli: dall’antica Mesopotamia all’America colonizzata dagli europei, dalla Cina alle Alpi, non esiste grande area geografica o civiltà il cui suolo, prima o poi, non sia stato distrutto dalla deforestazione e dall’agricoltura – in alcuni casi, come in Islanda, in modo irreversibile. Riassumerli tutti è impossibile, ma probabilmente l’esempio più pertinente, e forse addirittura più convincente è probabilmente quello dell‘Impero Romano. Nel 1960, il geologo Sheldon Judson trovò vicino a Roma una cisterna costruita nel 150 d.C. le cui fondamenta, un tempo sottoterra, erano ora esposte di circa un metro. Questo significava che, dalla fondazione di Roma, il suolo circostante era sceso di oltre tre centimetri ogni secolo, cioè molto più velocemente di quanto si formava. La terra fertile che copriva i primi campi coltivati dai romani ora giaceva sepolta in fondo ai fiumi e ai laghi, o, depositandosi lentamente, aveva finito per togliere all’antica Ostia il suo porto. L’agricoltura venne introdotta nella nostra penisola tra il 5000 e il 4000 a.C. Nei millenni successivi si estese gradualmente fino a occupare anche terre marginali e meno adatte alla coltivazione, cioè soprattutto quelle più ripide e quindi più soggette all’erosione se spogliate della loro copertura arborea. La diffusione degli attrezzi in ferrro, cominciata attorno al 500 a.C., facilitò la deforestazione. Nei primi anni di Roma il suolo era fertile, i poderi poco estesi, e l’abilità come contadino un grande vanto per un cittadino romano. Lo stile di coltivazione era quello della cultura promiscua, in cui i campi, lavorati intensivamente a mano e fertilizzati con il letame, consistevano di una stratificazione sullo stesso appezzamento di colture da fieno, olivi, uve, cereali e ortaggi. La combinazione di diverse profondità di radici e diverse altezze delle piante proteggeva il terreno dall’erosione e, aumentando la temperatura in loco, prolungava la stagione vegetativa. L’avvento dell’aratro trainato dai buoi permise di risparmiare ore di lavoro umano ma richiese maggiori estensioni di terra coltivata a parità di rendimento. La deforestazione e l’aratura dei pendii scatenarono un’erosione tanto massiccia da intasare i fiumi e portare alla creazione di paludi dove prima erano valli coltivate, come l’Agro Pontino. A seguito delle guerre puniche, la fuga dei contadini dalle campagne e l’aumentata disponibilità di schiavi permisero all’agricoltura romana un’ulteriore evoluzione: in questa nuova fase una classe emergente di grandi proprietari terrieri impiegava eserciti di schiavi nella coltivazione di grandi tenute monocolturali – principalmente viti e olivi. Il loro unico obiettivo era massimizzare il profitto, e quindi i raccolti. Un eccesso di arature, soprattutto sui terreni più pendenti, spingeva la terra a valle e la lasciava esposta all’erosione della pioggia e del vento. Lentamente, il suolo di Roma scivolava via. Alcuni osservatori del tempo, come Plinio il Vecchio, accusavano i grandi possidenti, che anziché prendersi cura delle loro terre le abbandonavano al lavoro degli schiavi, di causare la rovina dell’impero. Per parte loro i contadini presero ad abbandonare la terra ormai erosa e non più fertile, che quindi rendeva impossibile con le sue basse ripagare i loro debiti. Il fenomeno dell’abbandono delle campagne diventò così grave che furono passate leggi che legavano la terra a chi la coltivava, gettando forse le basi della servitù medievale. Lucrezio, come altri autori contemporanei, lamentava il calo della fertilità di Madre Terra. Ai tempi della nascita di Cristo, la campagna romana era già così sterile che Tito Livio si chiedeva come avesse potuto sostenere un impero: ormai non era più nemmeno in grado di sfamare i cittadini di Roma, il cui numero peraltro continuava ad aumentare. Proprio come l’Italia di oggi, Roma finì per dipendere dal cibo importato. In particolare, il grano per sfamare l’impero proveniva dal Nord Africa. Nel secondo secolo dopo Cristo Tertulliano, che viveva a Cartagine, scriveva: “…i campi coltivati hanno avuto la meglio sui boschi… Stiamo sovraffollando il mondo. Gli elementi faticano a sostenerci. I nostri desideri aumentano e le nostre richieste sono sempre di più, mentre la Natura non ci può reggere.” Duemila anni dopo, le colonie romane del Nord Africa e del Medio Oriente mostrano ancora nei pendii nudi e nelle città abbandonate le tracce dell’erosione causata dall’Impero Romano e dai Fenici.

Tunisia, Algeria, Israele, Siria, Libano… ovunque deforestazione, continue arature e un eccesso di pascolo avevano trasfomato terre fertili e coperte di foreste in deserti. Irreversibilmente. Dove non era rimasta terra, i famosi cedri del Libano non sarebbero mai più potuti ricrescere.

Montgomery non sostiene che l’erosione del suolo abbia causato, da sola, il crollo o meglio il lento declino dell’Impero Romano – sicuramente, però, vi contribuì. Soprattutto, stiamo ripetendo gli errori causati dai nostri antenati, e questa volta su scala globale.

I progressi tecnologici hanno prodotto aumenti nelle rese, ma a un prezzo altissimo dal punto di vista ambientale, sociale, e del suolo, oggi più eroso che mai. Si stima che ogni anno vengano perdute globalmente ventiquattro miliardi di tonnellate di suolo – più di tre tonnellate per essere umano. Le riserve globali di cereali sono calate negli ultimi anni: l’umanità intera dipende per la sopravvivenza dalla buona riuscita del prossimo raccolto.

Inoltre, l’attuale forma di agricoltura, basata sulla meccanizzazione, sui combustibili fossili, sulle modifiche genetiche e sulla fertilizzazione artificiale non solo sta causando l’erosione dei suoli, senza i quali nessuna agricoltura è possibile, non solo non è sostenibile a lungo termine, ma non è nemmeno riuscita a cancellare la fame a livello globale.

Più crescono le rese, più cresce la popolazione. Se poi questa popolazione è composta da ex contadini costretti ad abbandonare o vendere le loro terre e ad affollare le bidonville delle nuove megalopoli, allora non importa quanto cibo in più verrà prodotto: loro non potranno permettersi di comprarlo.

La proposta di Montgomery, invece, è questa: ridarre la terra ai contadini, coltivarla in appezzamenti piccoli e medi, più efficienti di quelli grandi, e adottare tecniche di conservazione del suolo. Secondo Montgomery, non sono necessarie altre modificazioni genetiche e un’ulteriore meccanizzazione dell’agricoltura. Queste pratiche creano immense monoculture dipendenti dai combustibili fossili e da altre fonti non rinnovabili e sono difficilmente adattabili alle infinite diversità locali, e alla lunga rovinano il suolo.

Come si è visto in innumerevoli esempi storici, i grandi proprietari terrieri o gli affittuari hanno come unico obiettivo il profitto a breve termine. Questo, però, può valere anche su scala più piccola, se chi coltiva si pone soltanto il problema di guadagnare, e non di conservare. L’agricoltura non può essere trattata come un’industria qualsiasi. Dato che la terra è di tutti e che non è giusto lasciare un suolo depauperato in eredità alle generazioni future, sono indispensabili politiche che portino alla sua tutela sul lungo termine, scoraggiando pratiche agricole dannose e incoraggiando quelle conservatrici – come, dove possono essere applicati, i terrazzamenti, il no-till (senza aratura), la consociazione, i cover crops (coltivazioni di copertura del terreno, come il trifoglio), il recupero dei nutrienti presenti nel letame e persino nelle deiezioni umane (pare che nella provincia cinese dello Shaoxing, i contadini del secolo scorso non vendessero il surplus di riso ma se ne riempissero le pance per poi ‘restituirlo’ ai campi sotto forma di fertilizzante attraverso eleganti bagni pubblici). Sarebbe poi il caso di smetterla di cementificare terreno agricolo, ma questo, dal libro appare chiaro, è solo l’ultimo dei problemi.

Persino negli ambienti più avanzati dell’ambientalismo italiano l’agricoltura viene idealizzata al punto che non ci si rende conto che essa stessa, prima ancora delle villette, dei parcheggi e dei centri commerciali, è la principale responsabile della distruzione del nostro suolo.

Leggere Dirt in un paese alpino che sta ancora facendo i conti con lo spopolamento, l’avanzata del bosco, l’abbandono dell’agricoltura tradizionale, ha rappresentato per me una sfida mentale non indifferente. Da un lato, mi spingeva a lottare contro i pregiudizi universali secondo cui la massima espressione della montagna è il prato, il bosco un nemico, lo spopolamento una sciagura; contro le pratiche abituali, che portano a lasciare i campi nudi per lunghi periodi (fortunatamente, spesso, protetti dalla neve) e a coltivare sempre le stesse colture negli stessi appezzamenti. Dall’altro, mi aiutava a riconoscere il valore di alcune pratiche tradizionali solo parzialmente abbandonate: la fertilizzazione con il letame, la costruzione di muretti e terrazzamenti, la fienagione. Alcuni, più anziani, mi hanno raccontato come funzionavano i bagni quando erano giovani. Sotto al bagno non c’erano le fognature, ma dei semplici raccoglitori. Quando erano pieni si svuotavano manualmente, aiutandosi con degli elmetti per la parte liquida. La parte solida andava a fertilizzare i campi. Spiazzando gli interlocutori, che volevano solo raccontare una storia estrema, io mi entusiasmavo: “è quello che voglio fare io!”. Voglio ricominciare a vedere l’agricoltura come parte di un grande ciclo naturale, anziché come un’industria. Un ciclo che passa anche per i nostri corpi e per la terra sotto ai nostri piedi.

Gaia Baracetti

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