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7 febbraio 2016 7 07 /02 /febbraio /2016 21:28

Ripropongo un articolo del prof. Giorgio Nebbia come sempre chiaro e preciso. Il finale è desolante visto come i politici (s-)governano le nostre città.

Tiziano

Conoscere, prevedere e prevenire

(di Giorgio Nebbia, La Gazzetta del Mezzogiorno, 1.2.2016)

Le lunghe settimane di caldo di questo inverno hanno riportato all’attenzione dei cittadini e dei governanti, nazionali e locali, il problema dell’inquinamento dell’aria delle città.

In questi ultimi anni molte città si sono dotate di centraline in grado di misurare la concentrazione di alcune delle sostanze presenti nell’atmosfera e possono controllare se tali concentrazioni superano i limiti al di là dei quali gli inquinanti possono essere dannosi alla salute degli abitanti. Si è così visto che in un numero crescente di città, grandi e piccole, la concentrazione delle PM10, le “particelle” con diametro inferiore a 10 millesimi di millimetro, supera per molte settimane il limite massimo giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo di aria. Le principali fonti di PM10 sono state riconosciute nella combustione dei carburanti nei mezzi di trasporto e negli impianti di riscaldamento degli edifici: come rimedio è stato necessario imporre un qualche limite (sia pure molto modesto) alla circolazione di auto e camion in alcune ore e in alcuni giorni, e alla temperatura degli edifici.

Sono le leggi dell’ecologia a spiegare che dei limiti esistono nel funzionamento degli ecosistemi e anche la città è un ecosistema, sia pure artificiale, un organismo, con un suo metabolismo, che “vive” in uno spazio limitato. Nella città entrano materiali ed energia: acqua, alimenti (verdura, carne, cereali, cibo in scatola, eccetera), carta, materie plastiche, carburanti, materiali da costruzione; una parte di tali materiali resta "immobilizzata" entro la città: mobili, libri, i mattoni e il cemento negli edifici: la maggior parte dei materiali e dell'energia in entrata viene però rapidamente "consumata", cioè rielaborata --- per questo parlavo di “metabolismo urbano” --- e perciò trasformata in varie sostanze di rifiuto: quelle gassose come anidride carbonica, ossido di carbonio, polveri, anidride solforosa e altre, finiscono nell'atmosfera; i rifiuti organici e inorganici finiscono nelle fogne e vengono "esportati" fuori dalla città; i rifiuti solidi sono portati agli inceneritori e alle discariche, generalmente esterni alla città.

Le scorie delle attività urbane --- a differenza di quelle che si formano negli ecosistemi naturali --- sono per lo più costituite da sostanze estranee ai cicli naturali e peggiorano la qualità dell'aria, delle acque, del suolo in cui vanno a finire.

In quanto ecosistema la città ha una sua popolazione, di esseri umani e di mezzi di trasporto, che cambia nelle varie ore del giorno; la mattina la città comincia a gonfiarsi di vita e di attività umane che aumentano col passare delle ore mentre la sua atmosfera si riempie di gas nocivi e le fogne di liquami, fino alla sera quando la città si sgonfia e raggiunge uno stato di quiete, per poche ore, per ricominciare la mattina dopo. La popolazione e le attività e le funzioni vitali di una città variano nei differenti mesi dell'anno. A causa del suo spazio limitato la città ha una “capacità ricettiva” di presenze umane, di traffico, di attività e di rifiuti; se questi superano certi valori la città non sa più dove mettere automobili, case e rifiuti e si verificano malattie e caos.

Per restare al caso dell’inquinamento dell’aria, se la quantità delle sostanze inquinanti che escono dai tubi di scappamento delle auto e dai camini degli impianti di riscaldamento supera quella che la massa di aria è in grado di disperdere o diluire, in particolari condizioni climatiche, la loro concentrazione diventa così alta da arrecare danno agli abitanti, proprio come sta avvenendo adesso per le PM10 in molte città dove circolano “troppi” autoveicoli rispetto a quelli che la città può sopportare. La quantità e il tipo di agenti inquinanti, a loro volta, dipendono dalla qualità delle materie usate. Ad esempio i diversi tipi di carburanti per autoveicoli --- benzina o diesel --- bruciando immettono nell'atmosfera composti molto diversi; le massime emissioni di agenti inquinanti per ciascun autoveicolo sono fissate dalle norme EURO, anche se la scoperta di recenti frodi ha mostrato che le quantità di inquinanti effettivamente immessi nell’aria da alcuni carburanti e autoveicoli può essere superiore a quanto dichiarato dai fabbricanti.

La vera soluzione delle crisi urbane, di inquinamento e di congestione del traffico, va cercata in un rilancio della cultura urbanistica, nella progettazione delle città tenendo conto dei bisogni di spazio, di mobilità e di salute dei cittadini e non del profitto dei proprietari dei suoli. I centri storici delle nostre città non sono in grado di sopportare il carico di traffico e inquinamento a cui sono sottoposti perché occupano lo stesso spazio di quando sono nati nel Medioevo o nell’Ottocento. Una moderna pianificazione urbana deve prevedere una diversa distribuzione nel territorio di abitazioni, uffici, scuole, centri commerciali, parcheggi e la riprogettazione dei trasporti pubblici. Certi servizi possono essere svolti lontano dai centri urbani, così come certi lavori possono essere svolti in uffici decentrati nelle zone abitative di periferia.

Un alleggerimento dell’inquinamento dell’aria dovuto al traffico sarebbe realizzabile incentivando più lavoratori o studenti che fanno lo stesso percorso ad usare lo stesso mezzo di trasporto non solo per risparmiare qualche soldo, ma come contributo alla difesa della salute del prossimo. Insomma l’inquinamento urbano si sconfigge più con la capacità degli amministratori di conoscere, prevedere e prevenire il funzionamento delle loro città che con l’attesa di piogge che puliscano l’aria dalle polveri.

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6 maggio 2015 3 06 /05 /maggio /2015 23:55

Pubblico un articolo che mi è piaciuto scritto dall'avv. Luca Maghetti, apparso mercoledì su La Regione. Solleva questioni che la partitocrazia imperante a Mendrisio vuole evitare che siano poste e discusse tra i cittadini.

se avessimo un giornalismo di inchiesta per approfondire certi dossier avremmo una democrazia più solida.

Tiziano

Mendrisio dove vai? (avv. Luca Maghetti)

Continua a tenere viva l’attenzione la costruzione del nuovo Centro di pronto intervento, innanzitutto per la sua dimensione mastodontica che, nell’intendimento delle autorità, dovrebbe poi essere completata con un altro volume in sostituzione del non fatiscente Ufficio tecnico, il tutto a formare, unitamente allo stabile Botta, un’immensa muratura gialla a costituire le mura della nuova Città. Non sono in grado di esprimermi sugli aspetti estetici, ma ho qualche dubbio che tale enorme massa monocroma sarà piacevole alla vista. Temo piuttosto che ci troveremo di fronte a quelle città, tipiche in Francia, concepite da architetti, che si ritrovano private d’anima proprio per l’intervento invasivo di nuove e possenti forme. Il Centro di pronto intervento tiene però banco anche per gli aspetti finanziari. È di questi giorni la notizia di un ulteriore credito chiesto dal Municipio per riempire gli spazi del Centro di pronto intervento “fase 1”, importo di circa Fr. 4 mio (3’800’000, secondo le notizie di stampa). Tale importo va ad aggiungersi al credito di oltre Fr. 1,3 milioni circa che il Consiglio comunale ha dovuto, si è detto turandosi il naso, votare per un inammissibile scatto in avanti del Municipio nella progettazione, che non era comunque ancora decisa, della cosiddetta “fase 2” che prevede, tra l’altro, un investimento di una ventina di milioni ancora. Quindi, se tutto andrà bene, la spesa complessiva sarà di circa Fr. 50’000’000 a consuntivo. Certo, perché l’Aim e l’Ufficio tecnico andranno anch’essi ridotati di nuove infrastrutture interne. Sorprende questo assordante silenzio da parte di tutti i fronti politici, a parte i Verdi, al cospetto di tale mastodontica opera ed altrettanto mastodontico investimento, il tutto per costruire edifici, senz’altro di pregio, ma che potevano, e dovevano, essere edificati con minor spesa. Penso già solo al rivestimento delle facciate che, se non erro, costa più di 1 milione di franchi per la fase 1. Ebbene, questo investimento, questa foga edilizia concentrata tutta su questo spazio, evidentemente non possono che far risaltare ancor di più la trascuratezza verso altri obiettivi. E qui la lista potrebbe essere lunghissima, già solo seguendo il cosiddetto Piano delle opere prioritarie. Penso all’arredo urbano, in particolare all’economico progetto che era stato portato avanti dal Partito liberale riguardante la sistemazione di taluni parti della città con semplici interventi di moderazione e di abbellimento. Tutto dimenticato, tutto congelato sull’altare del Centro di pronto intervento. Ma ancora più grave è la carenza di palestre ed in generale di infrastrutture sportive (a titolo di esempio il prolungamento della pista di ghiaccio sino a Carnevale non sarebbe costato che Fr. 50’000). Penso però anche a Piazza del Ponte la cui progettazione langue perché il Municipio ha detto che il Cantone non ammette che si distrugga lo stabile ex Jelmoli senza edificarne uno nuovo. Questa ha tanto l’aria di essere una presa in giro. Evidentemente se non si è presentato un progetto di una piazza, il Cantone non può approvare una semplice demolizione. Vuole che si progetti una piazza. Resto insomma persuaso che non vi sia alcun vincolo giuridico a che alla demolizione dello stabile ex Jelmoli segua necessariamente un nuovo ed invasivo stabile. Questa cosa l’aveva già detta a chiare lettere la compianta Ada Binaghi poco prima di morire. Nessuno ha sin qui raccolto il suo testimone nel portare avanti le legittime ragioni della cittadinanza di Mendrisio che vuole una vera piazza da godersi e che ha poco interesse in edifici o infrastrutture pubblici di lusso che portano poco o nulla alla qualità di vita. Ma, penso ancora ai passaggi pedonali, i cui crediti sono stati stanziati nel 2012 dal Consiglio comunale e non sono stati ancora spesi malgrado opportunamente il Municipio abbia cancellato alcuni passaggi pedonali ritenuti pericolosi. È ora urgente procedere alla sistemazione di queste cose. Queste sì che impattano sulla qualità di vita dei cittadini, non certo opere faraoniche, di lusso, il cui effetto estetico è ancora tutto da verificare. Io francamente non capisco quest’attitudine: da una parte investimenti esagerati, dall’altra economie che sembrano tanto incomprensibili.

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2 agosto 2014 6 02 /08 /agosto /2014 00:24

Ripropongo un articolo del prof. Salvatore Settis, come sempre pertinente e importante. Sulla base delle considerazioni esposte bisogna agire, contro l'idiozia di massa che sta travolgendo tutto.

Tiziano

Se troppo successo fa male al museo

di Salvatore Settis (30 Luglio 2014, La Repubblica),
Sterminate folle premono sui musei, sulle città d’arte. Miliardi di cinesi, indiani, giapponesi, russi che paiono dietro l’angolo disegnano nuove frontiere non della cultura ma della cupidigia di nuovi introiti. Il turismo mordi-e-fuggi genera l’arte usa-e-getta (il 75% dei turisti che vanno a Venezia si fermano meno di un giorno lasciandovi chili di detriti). La neomania dei selfie, sdoganati come performance individualista, inonda il web di fotoricordo che certificano non la curiosità culturale ma la presenza rituale del turista. Non archiviano il ricordo, sostituiscono lo sguardo: perciò la loro quantità è più importante della qualità. La visita a un museo somiglia più a una simulazione che all’esperienza di un tempo, l’incontro di una persona (il visitatore di oggi) con un’altra (Giotto, Caravaggio, Rembrandt). Perciò in un libro recente (2010) Steven Conn si domanda sin dal titolo se i musei hanno ancora bisogno di oggetti ( Do Museums still need Objects?). Secondo lui, via via che diminuisce la fiducia nel potere degli oggetti di trasmettere conoscenza diminuiscono di numero gli oggetti esposti nei musei, crescono gli apparati tecnologici e le appropriazioni fotografiche. Il nuovo rituale turistico sostituisce la tecnologia alla storia, la rappresentazione virtuale alla realtà.
Le immagini su un cellulare acquistano un grado di verità e un’intensità di esperienza che non si accontentano di essere equivalenti al contatto con «la cosa vera», vogliono essere superiori ad esso. Consentono manipolazioni (ingrandire un dettaglio), archiviazione di impressioni momentanee, scambi di opinioni via Facebook. L’oggetto d’arte diventa il mero innesco di un processo sensoriale che si svolge prevalentemente altrove. Davanti alla Gioconda, il 20% dell’esperienza (diciamo) è quella del quadro nell’affollatissima sala del Louvre; ma l’80% ha luogo nello smartphone, nell’i-Pad, in un labirinto di modalità interattive che consentono inedite forme di appropriazione.
Secondo Conn, la storia (la “cosa vera”) sta diventando noiosa, la tecnologia la rivitalizza; la realtà virtuale è superiore alla realtà tangibile, l’illusione prende il posto del- la riflessione, la duplicazione spodesta l’unicità dell’originale. L’irriducibile diversità del passato si diluisce e si annienta in un gratuito bricolage. Viene in mente Baudrillard: «Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; la verità èil simulacro, e nasconde che non c’è alcuna verità. Solo il simulacro è vero».
Le folle che si accalcano davanti alla Gioconda e ignorano i Leonardo della sala lì accanto e l’accanimento fotografico che sostituisce lo sguardo sono fratelli: due declinazioni della fretta, di una concezione del museo come esperienza di consumo, di una stessa rinuncia alla riflessione. Vi sono rimedi? Il Louvre ci sta provando a Lens, città mineraria in gran decadenza, dove un “secondo Louvre” è stato aperto con gran successo un anno fa, e ha già avuto più di un milione di visitatori, rianimando un’area di scarsa attrattività. Scegliendo oggetti della collezione e disponendoli in ordine cronologico (ma mescolando le opere d’arte dei vari dipartimenti), sia lo staff del museo che i visitatori sono invitati a riflettere sulla consistenza e sulla storia delle colle- zioni; collocando a Lens una bellissima mostra sui Disastri della guerra che ricorda l’anniversario 1914-2014, una parte cospicua di visitatori è attratta altrove, e moltiplica le potenzialità di quel grande museo. Se arrestare la valanga di selfie pare difficile, sarà possibile diffondere una cultura della lentezza che nell’osservazione dell’opera d’arte veda un’occasione di riflessione e di crescita civile? È immaginabile mettere in rete i tour operator e indirizzare i flussi turistici non solo su poche destinazioni iconiche, ma sulla trama minuta dei monumenti, delle città, dei musei?
A queste domande nessuno si aspetta più risposte dirimenti dall’Italia, che pure è il Paese con la più nobile tradizione museografica, con le più antiche norme di tutela, prescritta dalla Costituzione nell’art. 9, sempre celebrato e mai pienamente attuato. Volgari approssimazioni vedono nell’arte delle nostre città e dei nostri musei un’occasione di business e non un’esperienza di vita; circola nei palazzi del potere la stolta ipotesi che un manager vale per principio più di uno storico dell’arte; si ipotizza di chiudere musei e siti archeologici con pochi visitatori, si ironizza sul fatto che gli Uffizi abbiano meno visitatori del Louvre (che è 30 volte più grande). E intanto è in fase di cottura una riforma del ministero dei Beni culturali innescata non (come sarebbe giusto) dalla voglia di investire sulla cultura, di assumere nuovo personale, di mettere l’Italia in prima fila in un discorso, quello sul rapporto fra arte e cittadinanza, che sarà fra i più importanti del nostro secolo; ma da una pretestuosa spending review , e cioè da ulteriori tagli che vanno ad aggiungersi a quelli perpetrati dal 2008 in poi da governi d’ogni colore. Ma la colpevole insistenza sul turismo come ragione ultima delle cure dovute al nostro patrimonio culturale trascura il solo punto essenziale: quel patrimonio non è dei turisti, ma dei cittadini; è “nostro” a titolo di sovranità (questo dice la Costituzione), è consustanziale al diritto di cittadinanza, serbatoio di energie morali per costruire il futuro. L’Italia ha su questo fronte un diritto di primogenitura, ma pare decisa a rinunciarvi.
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21 luglio 2014 1 21 /07 /luglio /2014 23:09

Propongo un articolo approfondito, pubblicato nel sito delle associazioni italiane che combattono per la salvaguardia del territorio, riguardante la gestione della vegetazione pubblica: gli scempi purtroppo sono visibili anche da noi in Ticino a causa di responsabili politici e tecnici incompetenti.

Le piante, già indebolite dall'inquinamento, a causa dell'errata o assente manutenzione si ammalano e diventano pericolose per l'uomo.

Questo articolo riprende il tema trattato precedentemente.

Tiziano

Le cattive pratiche nella gestione del verde pubblico

E’ di questi giorni l’ennesima segnalazione riguardante gli alberi. In Sardegna le associazioni si rivolgono agli enti preposti: “non si potano gli alberi in questo periodo, proteggiamo i nidi!” Oltre a questo, quali errori si compiono nella cura del patrimonio arboreo? Ne parliamo con Andrea Bucci, agronomo milanese esperto di potature ed alberi in ambiente urbano.

Potatura senza attenzione all’avifauna nidificante

Non è un caso isolato – dicono le associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico e Lega per l’Abolizione della Caccia che hanno segnalato lo scorso 6 giugno al Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Sardegna e alla Polizia Municipale di Villasimius la potatura effettuata a Villasimius (CA).

Una potatura effettuata senza le opportune attenzioni e cure nei confronti dell’avifauna nidificante negli alberi oggetto dell’intervento, tanto che avrebbe determinato un abbandono dei nidi da parte delle specie coinvolte. Non rispettando quindi la direttiva n. 2009/147/CE sulla tutela dell’avifauna selvatica, esecutiva in Italia con la legge n. 157/1992 e s.m.i.

Qualsiasi intervento di potatura della vegetazione, seppure necessario per la salute degli alberi, andrebbe effettuato con le cautele idonee alla salvaguardia delle specie nidificanti eventualmente presenti, in modo tale da evitare di arrecare loro disturbo nel periodo di riproduzione – concludono le associazioni che chiedono maggior vigilanza.

Gravi errori nella cura del patrimonio arboreo

Nell’articolo dello scorso aprile Alberi sotto attacco in tutta Italia prendendo spunto dalle numerose segnalazioni ricevute avevamo affrontato questi temi. Analizziamo dal punto di vista tecnico con l’aiuto dell’Agronomo Andrea Bucci.

Dalla provincia ovest di Padova si segnalava la scarsa cura del patrimonio arboreo già in difficoltà a causa dell’urbanizzazione e la scelta di effettuare potature “discutibili” perché troppo intense, spesso ritardate e effettuate poco prima della ripresa vegetativa causando indebolimento, disseccamento e abbrutimento della pianta.

Perché le amministrazioni sono “ossessionate dalle potature”? Quanto è importante la potatura di formazione e come si deve intervenire su piante già sviluppate? Perché non si riesce a fare una corretta cura e scelta delle piante? Perché non ci sono piani di tutela del verde pubblico?

Alla base c’è un errato approccio culturale – ci dice Andrea Bucci. Si pensa che più materiale legnoso si asporta dagli alberi più gli operatori hanno fatto un buon lavoro che va proporzionalmente remunerato. È vero esattamente il contrario! La corretta potatura degli alberi in città è quella che quasi non si vede, la cosiddetta rimonda. Si tratta dell’asportazione dei rami secchi e malati che non servono più all’albero (in larga parte collocati all’interno della chioma) oltre che risultare pericolosi per persone e cose soprattutto in occasione di nevicate e forti temporali.

In alcuni casi quando gli alberi sono eccessivamente vicini a edifici oppure intralciano il transito di pedoni e autoveicoli la rimonda può essere accompagnata da una leggera potatura di contenimento. Ma è bene ricordare come potature drastiche e ancor di più le capitozzature sono operazioni assurde che non sono supportate da alcun criterio tecnico-scientifico. Simili azioni causano un danno alla piante che traggono l’energia proprio dalle foglie, compromettono l’estetica di parchi, giardini e viali e cosa non affatto secondaria fanno spendere inutilmente denaro alle amministrazioni pubbliche o ai proprietari dei giardini privati. Chi commissiona capitozzature e potature estreme spende dei soldi per fare un danno. Questa è la follia! Alcune piante come i pioppi o i tigli possono avere anche una buona capacità di recupero dopo la capitozzatura (dove comunque bisognerà intervenire con potature di correzione spendendo altri soldi), ma soprattutto per le conifere si corre il rischio di condurre le piante a morte entro pochi anni. Le potature estreme non solo sono dannose perché obbligano le piante a utilizzare tutte le risorse energetiche a disposizione (in quanto non dispongono più di una chioma capace tramite le foglie di produrre gli zuccheri necessari al metabolismo vegetale) ma rappresentano anche una via di accesso ai parassiti tanto più la potatura viene condotta con temperature medio-alte e ambiente umido.

Talvolta alcune potature drastiche sono motivate dal fatto che alcuni alberi di elevate dimensioni (abeti, cedri, ecc) sono collocati a ridosso di edifici e strade con un forte conflitto con il costruito. In questi casi l’errore è stato fatto al momento dell’impianto con scelte sbagliate. In questi casi capitozzature e potature estreme non sono la soluzione, meglio procedere all’abbattimento con sostituzione con alberi o arbusti di dimensioni più contenute.

La soluzione più efficiente per far fronte al problema delle potature selvagge è la stesura a livello comunale di piani del verdi redatti da professionisti competenti che mettano al centro la rimonda quale operazione da privilegiare capace di andare nella direzione del benessere delle piante, della tutela dell’estetica urbana e del risparmio economico da parte degli amministratori.

I piani dovrebbero programmare la manutenzione ordinaria del verde urbano in un orizzonte temporale di 5-10 anni. Naturalmente i piani dovrebbero prevedere anche una parte di manutenzione straordinaria rappresentata soprattutto dalla sostituzione degli alberi che hanno concluso la propria carriera (mediamente 20-25 anni) con piante adatte ai vari contesti così da prevenire qualsiasi operazione correttiva in futuro.

L’ossessione per le potature estreme e le capitozzature deriva da tre ragioni fondamentali:

1. Improvvisazione e poca professionalità di alcuni operatori del verde che spesso non hanno nessuna conoscenza e competenza nella materia e che per questo trattano gli alberi come fossero degli elementi di arredo urbano non vivi. A questo problema si aggiunge l’assenza di competenze specifiche all’interno degli enti pubblici che non riescono a controllare e suggerire il lavoro corretto.

2. Poca sensibilizzazione e informazione dell’opinione pubblica che spesso sollecita le amministrazioni a compiere operazioni costose e scorrette per ragioni del tutto irrazionali del tipo “questi alberi tolgono la visuale” “portano allergia” “tolgono la luce” “danno fastidio alle macchine”.

3. C’è un falso mito abbastanza diffuso tra operatori, opinione pubblica e amministratori che con la capitozzatura e la potatura drastica la pianta si rigeneri: nulla di più falso!

Interventi sbagliati aumentano i pericoli: questo si segnalava, sempre dalla Provincia di Padova, per il caso delle potature dei platani lungo la Strada Provinciale 89 da Vò Euganeo ad Este.

Quali sono i problemi generati della capitozzatura? Perché si crede erroneamente di rinforzare la pianta? Perché non si evitano tali interventi controproducenti e dannosi?

La capitozzatura azzera la possibilità degli alberi di procurarsi l’energia attraverso la fotosintesi – spiega l’agronomo. Inoltre le ferite di grandi dimensioni di queste operazioni costituiscono una via d’accesso preferenziale per funghi, batteri e insetti. Gli alberi entrano in una sofferenza notevole: non sono più in grado di procurarsi gli zuccheri necessari al metabolismo, devono al tempo stesso impiegare tutte le energie di riserva necessarie alla formazione delle gemme avventizie e al tempo stesso far fronte agli attacchi dei patogeni.

Insomma i nostri alberi dopo una capitozzatura sono come dei prigionieri a digiuno, obbligati ai lavori forzati e per di più torturati dai nemici! Il fatto che dopo una capitozzatura la pianta risponde con la produzione di numerosi nuovi germogli da l’impressione di rigenerazione. In realtà in questo modo l’albero perde la propria naturale forma producendo in modo disordinato tanti e fragili nuovi rami che avranno il compito di rimpiazzare quanto asportato con la capitozzatura.

La necessità di capitozzare potrebbe essere suscitata nelle persone non competenti da chiome trascurate molto fitte oppure da alberi di grandi dimensioni collocati troppo vicini a edifici o manufatti. Una manutenzione ordinaria dove la rimonda viene effettuata ogni 3 anni garantisce sicuramente chiome vigorose e gradevoli, mentre scelte sbagliate condotte nel passato che hanno posto alberi di grandi dimensioni a ridosso degli edifici è opportuno procedere alla sostituzione con arbusti o alberi più piccoli. La capitozzatura non è mai la soluzione.

Un grido d’allarme veniva invece da Torino per la decisione di ridurre del 60% le risorse destinate alla manutenzione del Verde pubblico urbano. Questo nonostante casi gravi di incedenti causati dallo schianto di rami.

Come aiutare gli alberi in città dato difendendoli, oltre che dai mutamenti climatici, anche cantieri, scavi e impermeabilizzazione? Perché tali condizioni favoriscono il deperimento e l’insorgere di malattie? Perché non viene data la giusta importanza alla cura del Verde in città? Come programmare un efficace piano di ricostituzione del patrimonio garantendo un giusto bilancio?

I danni che gli strumenti di lavoro provocano alle radici possono compromettere la vitalità e la stabilità degli alberi - sottolinea Andrea Bucci. Durante i lavori le radici possono essere tranciate e sfilacciate rendendole più suscettibili all’attacco dei patogeni. Quando le radici più spesse adibite alla stabilità vengono danneggiate si possono verificare ribaltamenti improvvisi anche a distanza di parecchi anni. Così come malattie e danni possono manifestarsi anche a distanza di alcuni anni dai lavori. Spesso gli strumenti di lavoro sono sporchi e facilitano le infezioni delle radici per mezzo delle ferite. La maggiorparte delle radici degli alberi si trovano nei primi 50 cm di terreno, quindi anche lavori superficiali possono arrecare grandi danni se fatti nelle vicinanze del colletto e anche ben oltre le proiezioni ortogonali della chioma.

Gli alberi in città sono sottoposti a numerose avversità che si discostano notevolmente dalle condizioni naturali (temperatura, radiazione solare, umidità, inquinamento, interazione con le attività umane). Condizioni rese ancora più difficili dal cambiamento climatico. Per questo per far si che gli alberi in città vivono almeno 25 anni è bene prendere alcuni accorgimenti. Ogni albero dovrebbe avere almeno 1,5-2 metri quadri di superficie libera a disposizione per consentire alle radici di effettuare gli scambi gassosi con l’aria. Perché anche le radici respirano!
Durante i lavori alcuni accorgimenti possono limitare i danni come per esempio il taglio netto delle radici con attrezzature speciali accuratamente pulite oppure privilegiando il lavoro manuale. In tutti quei contesti dove le radici degli alberi alzano le pavimentazioni è importante procedere all’aumento della superficie libera da impermeabilizzazione.

Questi accorgimenti devono essere contenuti tanto nei regolamenti comunali (del verde, ma anche edilizio) quanto essere patrimonio culturale e professionale dei funzionari che lavorano all’interno degli enti.

Scarsa attenzione anche in fase progettuale: nonostante la legge nazionale, da Nociglia (Lecce) è arrivata la segnalazione di preziosi Pini Italici minacciati dal progetto di una pista ciclabile. Questo nonostante ci sia la possibilità di un progetto alternativo con un diverso livello con adeguante aiuole in prossimità dei tronchi per evitare l’innalzamento delle mattonelle e al tempo stesso per far respirare le radici.

Quali criteri considerare in fase di progettazione? Quali accorgimenti vanno tenuti? Il progetto in questione prevedeva poi la sostituzione delle piante con 40 alberi di canfora. Ma tale pianta alloctona non è ancor più aggressiva verso strade e marciapiedi rispetto ai pini?

Nella progettazione è importante valutare sia la scelta della specie, sia le condizioni del contorno – ci ricorda l’esperto. Gli alberi scelti devono essere valutati per le dimensioni che raggiungeranno nei decenni successivi, prevenendo gli eventuali conflitti con i manufatti e le condizioni a cui sono più adatti. In questo senso mi sento di non demonizzare le specie alloctone in quanto ultimamente proprio le specie alloctone garantiscono i migliori risultati soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici e delle condizioni avverse delle città. I viali e i parchi assolati nella stagione estiva delle nostre città sono molto più simili agli ecosistemi aridi e mediterranei rispetto ai boschi di pianura dove le specie autoctone sono abituate a crescere. Per quanto riguarda le condizioni del contorno è importante partire da un substrato fertile privo di materiali di risulta e capace di fornire sostanze nutritive e di assorbire acqua.

Nello specifico, mi sembra un progetto abbastanza discutibile. Se davvero i pini in questione sono sani e stabili potrebbero essere considerati alberi monumentali o comunque dall’enorme valore paesaggistico. Dalla foto emerge la quasi assenza di superficie libera da impermeabilizzazione. Forse più che la realizzazione di una pista ciclabile potrebbe essere utile assicurare un migliore benessere ai pini attraverso la rimozione di parte della pavimentazione attraverso cui riqualificare l’intera passeggiata. In ambito mediterraneo dove gli spazi lo consentono i pini restano una valida soluzione. Importante però garantire per ogni soggetto almeno 2 metri quadri di spazio libero da pavimentazione.

In conclusione Andrea Bucci sottolinea che: Le potature dovrebbero essere condotte solo nei mesi più freddi e asciutti così da sfavorire gli attacchi di parassiti che invece prediligono condizioni caldo-umide e approfittano delle ferite per penetrare all’interno degli alberi. Inoltre le potature più drastiche (che sono sempre da evitare) condotte a ridosso o addirittura durante la stagione vegetativa impediscono agli alberi di sviluppare in ritardo le gemme avventizie che hanno il compito di sostituire i rami tagliati.

Anche la cura degli strumenti con cui si potano gli alberi è determinante nella prevenzione dell’insorgenza di malattie. È bene che tutti gli strumenti utilizzati siano disinfettati in modo adeguati così da impedire il passaggio delle infezioni. Tuttavia gli errori più gravi che si osservano in tutta Italia sono le capitozzature e le potature radicali che non vanno mai nell’interesse della pianta e della cittadinanza che usufruisce delle proprietà benefiche del verde.

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16 settembre 2013 1 16 /09 /settembre /2013 22:22
Settimana scorsa i Cittadini per il Territorio in collaborazione con la Società ticinese per l'arte e la natura ha organizzato una serata sulla revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio, approvata da Cantoni e popolo nel marzo di quest'anno. Le relazioni dei due ospiti - il prof. Rumley e l'arch. Poggiati - sono state interessanti e altrettanto il dibattito che ne è seguito. La revisione può forse portare quacosa di buono se non sarà snaturata dalle forze reazionarie che dominano la Svizzera (come è il caso per l'iniziativa Weber sulle residenze secondarie). Però ha in sé un tarlo che contraddistingue tutta la concezione della pianificazione territoriale: non pone in dubbio il criterio ripreso dall'economia capitalista-mercantilista della crescita infinita: ora la Terra non è infinita e quindi la politica territoriale fondata su un tale concetto è un suicidio pianificato; ho lanciato questa idea giovedì scorso ma evidentemente i due conferenzieri non osano rimettere in discussione i fondamenti dell'attuale pianificazione e i cittadini abituati a trovare nei supermercati qualsiasi genere alimentare non si pongono minimamente il problema del dramma della scomparse delle terre agricole. Viene come una ciliegia sulla torta l'intervista che ripropongo qui sotto, ripresa da La Repubblica, molto libera e anticonformista e che condivido in gran parte. Tiziano Se finisce la terra di Pascal Acot Intervistato da Franco Marcoaldi lo scienziato spiega l'illusione della crescita continua, la razzia dell’ambiente accompagnata a rapporti sociali violenti, perché la natura non è una reliquia. Ma il tempo della politica non combacia con quello dell’ecologia. La Repubblica, 16 settembre 2013 Era nelle cose che questa inchiesta sui rischi della “fine del limite” affrontasse anche il limite ultimo e ineludibile rappresentato dalla Terra, verso la quale continuiamo a comportarci secondo una logica di rapina cieca e scriteriata. Per rendersene conto basta leggere, tra i tanti, i bei libri che Pascal Acot ha pubblicato in Italia da Donzelli,
 Storia del clima 
e Catastrofi
 climatiche e disastri sociali.
 Ma la posizione del ricercatore francese è tanto più interessante perché non si appiattisce sulle tendenze ecologiste oggi più in voga. Con le quali anzi, spesso e volentieri, polemizza apertamente.
 «Se pensiamo al nostro rapporto con la Terra, il problema del limite si pone sia in materia di risorse (energetiche, minerali, biologiche), che di crescita demografica. Entrambe oggetto di valutazioni controverse. Secondo alcuni, grazie a tecnologie sempre più raffinate, l’umanità sarà comunque in grado di trovare nuove risorse e occupare nuovi spazi. Dunque la crescita, in termini di ricchezza, non cesserà mai. Si tratta di una semplice credenza, perché nessun dato scientifico ci consente di suffragare tale ipotesi. Per contro, coloro che considerano le risorse limitate si appoggiano su costanti di ordine termodinamico: il globo terrestre è un sistema fermo perché non può scambiare materia con il resto dell’universo, pur utilizzando l’energia di calore che proviene dal sole. L’obiettivo dunque diventa quello
del riciclaggio o della scoperta di nuovi tipi di risorse, ma non sempre questo è possibile. Senza contare che il rinnovamento naturale di alcune di esse, come per esempio il fosforo sotto forma di fosfati, è troppo lento. Questa posizione è fatta propria dai fautori delle politiche di austerità e dai partiti ecologisti, che difendono l’ossimoro della cosiddetta “abbondanza frugale”».
 Sembrano due posizioni assolutamente
inconciliabili.
 «Almeno in linea di principio si può però superare tale antagonismo ponendo la questione in questi termini: le risorse del pianeta non sono affatto illimitate, ma non sono neppure limitate in modo fisso e predeterminato.
Bisogna far propria un’idea dinamica di limite, utilizzando al meglio i progressi compiuti e concentrando l’attenzione su una gestione razionale delle risorse. Innanzitutto proscrivendo tutte quelle produzioni che soddisfano soltanto bisogni immaginari o dettati da una mera logica di profitto e sopraffazione. Penso ad esempio agli Ogm, alle monocolture su base industriale che mettono in ginocchio le coltivazioni tradizionali. E penso anche al ritardo criminale in materia di transizione energetica al fine di rimpiazzare le risorse fossili con risorse rinnovabili. Senza contare, da ultimo, gli effetti disastrosi delle delocalizzazioni e della mondializzazione, a partire dai costi spropositati dei trasporti».
 Lei insomma sposta l’attenzione dal rapporto ecologico uomo-natura a un piano più squisitamente politico.
 «Assolutamente sì. La qualità delle relazioni tra gli esseri umani e la natura è strettamente legata al rapporto che gli esseri umani instaurano tra di loro. Il saccheggio delle risorse umane si accompagna sempre
al saccheggio delle risorse naturali. Se i rapporti sociali sono brutali e violenti, allora si verifica ciò a cui assistiamo oggi: la razzia indiscriminata dell’ambiente e la devastante mercificazione del patrimonio comune. Al contrario, in un mondo in cui prevalessero rapporti sociali più equi e rispettosi, si potrebbero creare le condizioni di un rapporto più armonioso anche con il pianeta».
 Da qui anche una sua vis polemica contro certo ecologismo. 
«Io riconosco a tutto il movimento ecologista uno straordinario merito: quello di aver posto all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il rischio enorme dell’attuale situazione. Però non condivido alcuni aspetti dell’ideologia ecologista, lo svilimento dell’umanità rispetto a una fantasmatica “natura” che va protetta come una reliquia. Ad esempio, i fautori della decrescita felice non vedono che il problema vero è quello della ripartizione più equa delle risorse. Oppure, tanti ambientalisti pensano che tutto possa risolversi con un generico appello alla coscienza individuale. Ma che senso ha affermare che l’Uomo, in quanto tale, è colpevole? Che siamo tutti colpevoli in eguale misura? Che tutto si risolve attraverso il mutamento delle nostre abitudini? Non è vero. E sono i numeri a dircelo. Io posso anche convertirmi all’auto elettrica, ma il mio gesto risulterà ininfluente se si continua a perseguire la logica folle
della mondializzazione nella circolazione delle merci, con l’emissione spropositata di combustibili fossili necessaria al loro trasporto. Mi chiedo: quando finirà l’assurdità di gamberetti pescati nella baia di Baffin, sgusciati in Marocco e impacchettati in Danimarca che arrivano poi sugli scaffali dei nostri centri commerciali? Magari ad opera di quelle stesse catene distributive che hanno anche la faccia tosta di spingerci ad acquistare buste di plastica ecologiche con il logo del Wwf».
 Lei però è anche molto critico sull’eventualità che la politica affidi le sue scelte a quanto indicato dalla comunità scientifica.
 «È un’idea rovinosa. Intanto perché la scienza non è affatto neutrale. È condizionata da mille fattori: i pregiudizi del momento, l’ideologia delle classi dominanti, la logica del profitto, il percorso biografico degli scienziati, gli investimenti verso questo o quel settore di ricerca a scapito di altri. No, io continuo a credere che solo all’interno di un autentico processo democratico gli uomini possano finalmente riappropriarsi del loro destino, e invertire la rotta che ha condotto a mille catastrofi: da Bhopal a Chernobyl. I veri produttori della ricchezza – coltivatori, tecnici, allevatori, pescatori – sono stati espropriati degli strumenti necessari per intervenire sui processi che hanno portato a quelle sciagure. E questo è accaduto sia all’interno delle società cosiddette socialiste che in quelle liberali. Ciò detto, certo, la politica deve saper ascoltare quanto la scienza le dice. E la scienza ci dice in modo inequivocabile che l’attività dell’uomo influisce sul clima del pianeta e che, se non si fa nulla per bloccare il riscaldamento globale, si va verso il disastro».
 Lei ritiene che siamo già arrivati a un punto di non ritorno?
 «Posso solo dirle questo: il tempo della politica e quello dell’ecologia non combaciano. La politica ha uno sguardo sempre più corto, mentre, se anche noi oggi prendessimo finalmente le decisioni giuste, gli effetti benefici si vedrebbero soltanto dopo molto tempo, a causa delle inerzie ecologiche su scala planetaria. Provo a spiegarmi con un’immagine che ho già utilizzato in altre occasioni: è come se fossimo a bordo di un camion e, nell’imminenza di un potenziale incidente, decidessimo all’improvviso di frenare. Ma l’inerzia è tale che il camion, prima di fermarsi, percorrerà ancora un bel tratto di strada. Inutile aggiungere che non stiamo affatto frenando, ma al contrario
continuiamo a correre a rotta di collo….».
 Quindi?
 «Quindi, sulle cause astronomiche dell’andamento climatico non possiamo certo intervenire, ma sui fattori che dipendono da noi sì: in particolare, sulle emissioni di gas a effetto serra. Non è detto che tutto ciò sia sufficiente, ma è evidente che non si può assolutamente eludere quel passaggio. L’ho già scritto e lo ripeto qui: siamo nella stessa situazione di Pascal rispetto a Dio; pur non esistendo la prova, lui scommise sulla sua esistenza. E noi a nostra volta dobbiamo scommettere che non sia troppo tardi per salvare la specie umana e il pianeta Terra. Anche se le confesso che, a momenti, mi sembra una scommessa disperata».
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27 agosto 2013 2 27 /08 /agosto /2013 08:42

 

Pubblichiamo l'articolo che il prof. Bernhard Furrer scrisse sulla Neue Zürcher Zeitung dell'11 aprile 2008 poiché di estrema attualità.

Purtroppo una classe politica becera e interessata lascia consapevolmente distruggere il nostro patrimonio storico e naturale. Azioni di contrasto di nuovo tipo si impongono a questo punto.

Tiziano

 

Das grosse Villensterben

Im Tessin verschwindet ein wichtiger Teil des architektonischen Erbes

Während die Tessiner mit der Sakralarchitektur einigermassen sorgfältig umgehen, haben sie nur ein geringes Bewusstsein für die Bedeutung profaner Gebäude. Namentlich beim Bautypus der Villa sind die Verluste erschreckend.

Bernhard Furrer

Das aufstrebende Bürgertum des 19. und frühen 20. Jahrhunderts manifestierte sich im Kanton Tessin baulich mit zahlreichen Villen grosszügigen Zuschnitts. Die meist einfachen, klar proportionierten zweigeschossigen Kuben unter Walm- oder Zeltdächern sind durch Terrassenvorbauten und Loggien sowie Treppenhausrisalite gegliedert und mit den Dekorationsmalereien verziert. Der Bautypus belegt eindrücklich den Aufschwung der Region, der nicht zuletzt von zurückkehrenden Auswanderern, die im Ausland zu Reichtum gelangt waren, vorangetrieben wurde. Im Innern häufig mit einem reichen Ausbau und eigentlichen Bildprogrammen ausgestattet, stehen diese Gebäude in der Regel in enger Beziehung zu einem Garten oder Park.

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Ungebremste Abbruchwelle

Dieses bauliche Erbe, das weit über die Kantonsgrenzen hinaus von Bedeutung ist, geriet mit dem Bauboom, der den Kanton seit dem Zweiten Weltkrieg allmählich erfasste und der mit wechselnder Intensität bis heute anhält, unter Druck. Die Bodenspekulation und die Erwartung des raschen Geldes führten namentlich in städtischen Gebieten zu zahlreichen Abbrüchen von Bauten von hoher kulturhistorischer Bedeutung und – über Einzelbauten hinaus – zur Verstümmelung ganzer Wohnquartiere.

Dieser Prozess ist nicht zum Stillstand gekommen. Es ist festzustellen, dass im Gegensatz zur sakralen die profane Architektur im öffentlichen Bewusstsein und in den politischen Gremien des Tessins einen sehr geringen Stellenwert hat und dass die Sensibilisierung durch die Fachinstanzen ungenügend ist. Dadurch entstehen in den planerischen Konzepten wie in den Schutzbestrebungen bedeutende Lücken. Die Aufteilung der Kompetenzen zwischen dem Kanton und den Gemeinden führt nicht selten zu einem eigentlichen Schwarzpeterspiel, da diejenige öffentliche Körperschaft, die ein Gebäude unter Schutz stellt, auch für allfällige Forderungen der Eigentümerschaft geradezustehen hat. So fallen die Objekte mitunter zwischen Stuhl und Bank, stehen zum Abbruch frei.

Dies ist derzeit gleich bei zwei bedeutenden Bauten in Melide zu beobachten. Die Villa Soldini, auch «La Romantica» genannt, soll abgebrochen werden, um für ein Hotel oder Apartmenthaus der Luxusklasse Platz zu machen. Erbaut wurde sie im 18. Jahrhundert auf der in den Luganersee hinausreichenden Landzunge, von Stellung und Zuschnitt her ist sie vergleichbar mit der Villa Ciani in Lugano und der Favorita in Castagnola. Nach dem Zweiten Weltkrieg mit einem eingeschossigen Vorbau zum mondänen Treffpunkt des Sottoceneri erweitert, wurde sie vom Kanton ohne ausreichende Archiv- und Bauuntersuchungen als wenig interessant eingestuft und nun von der Gemeinde trotz offenbar klarer Schutzklausel im Zonenplan zum Abbruch freigegeben. Die Haupttreppe ist bereits demoliert. Der Vorschlag zur Errichtung eines Hochhauses an dieser landschaftlich empfindlichen Stelle zeigt deutlich, wie die Massstabslosigkeit an den Ufern des Luganersees Schule zu machen scheint.

Auch die Villa Branca am Südrand des Ortskerns von Melide soll abgebrochen werden. Der 1912 fertiggestellte Hauptbau war gut zehn Jahre später vom Architekten Americo Marazzi gegen Osten erweitert worden. Heute prägen der markante Baukörper und die reich gegliederte Fassade noch die seeseitige Dorfansicht. Die imposanten Kellereiräume und die prachtvoll ausgestatteten und ausgemalten Wohnräume in den Obergeschossen, die trotz Leerstand der Villa seit 1981 auch heute noch gerettet werden könnten, werden einem Renditeobjekt geopfert – obwohl unlängst die Umnutzung des Gebäudes zum Weinbaumuseum vorgeschlagen wurde.

Noch grösser als in Melide ist der Druck in Lugano. Die einst von Villen geprägten Vorstädte des 19. Jahrhunderts sind bloss noch als Rudimente erkennbar. Das noch Erhaltene macht in seiner hohen Qualität schmerzlich erfahrbar, welche Verluste dieser Stadt in den letzten Jahrzehnten zugefügt worden sind, Verluste, die nur ganz selten mit guter neuer Architektur aufgewogen wurden. In anderen Regionen der Schweiz wäre beispielsweise ein Abbruch wie derjenige der Villa Ramona (Studer) in Castagnola, die der Architekt Bruno Tomamichel 1931 errichtet hatte, kaum möglich gewesen. Der Bau war eindrücklicher Beleg für die Könnerschaft des Architekten sowohl hinsichtlich der Eingliederung des grossen Bauvolumens in die Steilhanglage als auch bezüglich der innenräumlichen Disposition. Ein weiteres Beispiel unter vielen ist der Abbruch von gleich drei Villen unterhalb des Bahnhofs von Lugano Ende des letzten Jahres. Sie waren Bestandteil einer grösseren Baugruppe, die im «Inventar der schützenswerten Ortsbilder der Schweiz» in der höchsten Kategorie eingestuft war – ein Nachbargebäude war kurz zuvor restauriert worden. Die Abbruchwelle betrifft indessen neben Lugano auch andere Städte.

Natürlich sind auch positive Beispiele zu vermelden. Sie sind in aller Regel nicht der Fürsorge der lokalen oder kantonalen Behörden, sondern vielmehr dem Bewusstsein und Engagement Privater zu verdanken. Als Beispiel im städtischen Bereich sei hier die Villa Staufer-Frizzi im Quartier Montarina von Lugano genannt, erbaut um 1910 vom bereits erwähnten Architekten Americo Marazzi. In diesem Quartier, das als Gartenstadt konzipiert und mit zweigeschossigen Villen überbaut worden war, ist die Errichtung von fünfgeschossigen Blöcken ermöglicht worden; die dadurch entstandenen Einbrüche sind brutal. Die Villa selbst wurde nach langer öffentlicher Auseinandersetzung und Vorliegen einer rechtsgültigen Abbruchbewilligung von einer Firma gekauft und bleibt erhalten. Allerdings offenbart die Art, wie der Bau nun durch den überhohen benachbarten Neubau bedrängt wird und wie mit der originalen Substanz im Innern umgesprungen worden ist, das Desinteresse der öffentlichen Hand an solchen Aktionen deutlich. Für den ländlichen Raum ist die Casa Lucomagno in Olivone als positives Beispiel zu nennen. Sie wurde von den Fratelli Bruni, erfolgreichen Auswanderern, als Sommerhaus erbaut und mit einer qualitätvollen Ausstattung versehen, die von späteren Eigentümern ergänzt und bereichert wurde. Vor kurzem von privater Seite sorgfältig restauriert, wird sie heute als kleines Hotel betrieben.

Neue Wege finden

Die Verluste der letzten Jahre und Jahrzehnte an Villen im Tessin – und darüber hinaus an Profanbauten ganz generell – sind erschreckend. Bauten von hoher architektonischer und geschichtlicher Qualität sind verloren gegangen; und auch das quantitative Ausmass der Zerstörung ist bedeutend. Da ist es erfreulich zu erfahren, dass beispielsweise Lugano unter der Führung von Stadträtin Giovanna Masoni ein kommunales Inventar der schützenswerten Bauten beschliessen will; nachdenklich stimmt allerdings, dass bloss etwa hundert Bauten erfasst werden sollen. Will der Kanton den Restbestand an bedeutenden Villen erhalten, muss er dringend neue Wege zu ihrem verlässlichen Schutz suchen.

Copyright © Neue Zürcher Zeitung AG

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12 giugno 2013 3 12 /06 /giugno /2013 18:04

Pubblichiamo l'articolo del professor Salvatore Settis apparso su La Repubblica del 7 aprile 2012 dedicato a l'Aquila.

Alcune riflessioni (ridare vita ai centri storici, troppo spesso occupati da attività economiche e prezzi alle stelle per i comuni cittadini, che ne sono espulsi ecc.) sono molto utili anche per il martoriato territorio ticinese: martoriato dal connubio speculatori-politici locali e cantonali-gestori patrimoniali-pianificatori/architetti;

la popolazione frammentata e incapace di opporsi in modo sistematico a questo scempio fisico e morale riuscirà a ribellarsi e a spazzare via questa "classe dirigente" becera e interessata così ben descritta, per la realtà italiana, dal prof. Settis in molti suoi interventi?

Tiziano

L' AQUILA, LA POMPEI DEL XXI SECOLO

 SALVATORE SETTIS
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25 aprile 2013 4 25 /04 /aprile /2013 23:55

Pubblico un breve articolo apparso su Tracce, 9.2.2013. Gli orti pubblici: un tema da realizzare!

Tiziano

 

Le migliori idee per realizzare il "giardino in tempo di crisi"

Un concorso per studenti e neolaureati in Agraria, Architettura e Ingegneria. Il Ciuri Ciuri 2013 premia le più innovative proposte in tema di cultura del paesaggio

di C. S.

Come progettare e far fiorire un “giardino a basso costo” in periodi di crisi economica?

E’ il tema del concorso di idee rivolto a studenti e neo laureati (2012) in Agraria, Architettura, Ingegneria edile-architettura e Ingegneria civile che verrà premiato in occasione della terza edizione di “Ciuri Ciuri a Valverde” (6-7 aprile 2013), evento dedicato alla cultura del giardino e del paesaggio che da tre anni in occasione degli appuntamenti stagionali fra Valverde (in primavera, nei vivai Valverde di Ester Cappadonna) e Carruba di Giarre (in autunno, nel vivaio Malvarosa di Filippo Figuera) coinvolge in seminari e incontri culturali esperti di botanica, agronomi e architetti paesaggisti, coltivatori e collezionisti di rarità floreali che giungono in provincia di Catania da tutta Italia.

Il concorso, che lo scorso anno ha premiato uno studente di Architettura dell’Università la Sapienza di Roma – suo il progetto di un giardino con arredi in materiale riciclato – è ideato dallo studio Sciaraniura dell’agronomo paesaggista Francesco Borgese e realizzato dall’associazione culturale Ciuri Ciuri in collaborazione con l’AIAPP Sicilia (Associazione Italia Architettura del Paesaggio) e l’Etna Garden Club ed i patrocinii della Struttura Didattica Speciale di Architettura dell’Università di Catania e di Morfosis GiArch Catania, centro ricerche di architettura. Media partner del concorso Paysage, la prestigiosa rivista internazionale dedicata al paesaggio, all’architettura e al design urbano.

Troppo spesso, in questo periodo, – spiega Borgese – il giardino è visto come un lusso che non tutti possono permettersi. Il nostro concorso punta invece a lanciare una riflessione profonda su come anche un piccolo spazio verde, privato, condominiale o addirittura pubblico, possa diventare un’oasi di benessere dove stare a contatto con la natura e trascorrere il proprio tempo piacevolmente. Senza contare che, proprio in tempi di crisi, un piccolo orto domestico – una delle possibili letture del tema del giardino a basso costo - si è rivelato una grande risorsa per l’economia delle famiglie”.

In giuria, anche quest’anno, autorevoli esponenti del mondo dei paesaggisti. Al primo classificato un premio in denaro. I primi cinque progetti selezionati saranno realizzati in occasione di Ciuri Ciuri a Valverde (6-7 aprile 2013) e potranno essere ammirati per tutta la durata dell’evento che in questi tre anni ha registrato un numero sempre crescente di visitatori con punte di oltre 4 mila.

 

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7 febbraio 2013 4 07 /02 /febbraio /2013 23:46

Pubblico un articolo di Nebbia apparso su eddyburg. Molto interessante il tema sviluppato che dovrebbe ispirare un'azione politica indispensabile.

Tiziano

Murray Bookchin e la merceologia ecologica di Giorgio Nebbia

"Il passato è prologo", ammonisce Shakespeare, ed è vero perché gli eventi di oggi sono stati preparati e anticipati da simili eventi del passato. Questo vale in particolare per i problemi ambientali, come inquinamenti, erosione del suolo, violenza per la conquista delle risorse naturali scarse, conflitti occupazione-salute, per i quali dal passato abbiamo imparato ben poco. Da qui l'importanza della storia dell'ambiente, una disciplina troppo poco praticata e tanto meno diffusa nell'opinione pubblica.

Negli anni cinquanta del Novecento si diceva, un po' per scherzo, che le bizzarrie del clima, le estati troppo calde o gli inverni troppo freddi erano "colpa delle bombe atomiche". Negli anni quaranta e cinquanta del Novecento le centinaia di esplosioni di bombe nucleari americane, sovietiche, francesi e inglesi nei deserti e nelle isole lontane, non influenzavano molto il clima ma rappresentavano un gravissimo pericolo per la vita diffondendo nell'atmosfera di tutto il pianeta atomi radioattivi che venivano assorbiti dai mari, dai vegetali, entravano nei cicli biologici e finivano nel corpo umano. Il massimo della contaminazione radioattiva planetaria si ebbe nel 1961 e 1962. Intellettuali e studiosi si sforzavano di informare l'opinione pubblica dei pericoli sulla salute mondiale di questa corsa ad armi nucleari sempre più potenti, ma negli Stati Uniti il governo cercava di metterli a tacere accusandoli di essere comunisti, processandoli per attività antiamericane.

Nello stesso tempo venivano scoperti i danni provocati all'ambiente e alla salute dal crescente uso di nuovi "potenti" prodotti chimici, grandi successi commerciali ma spesso tossici come i pesticidi clorurati. Molti processi chimici usavano sostanze tossiche come mercurio, piombo, cloruro di vinile, amianto; producevano sostanze "perfette" e indistruttibili come molte materie plastiche, detersivi sintetici, fosfati e nitrati che finivano nelle acque con danni biologici. La protesta degli scienziati fu diffusa dai primi movimenti di contestazione ecologica attraverso riviste, pubblici dibattiti fino a raggiungere la grande stampa.

Nel 1952 un certo Lewis Herber pubblicò negli Stati Uniti un articolo intitolato: "Il problema dei prodotti chimici negli alimenti", a cui fece seguito, nel 1962, un libro più ampio intitolato: "Il nostro ambiente sintetico", apparso pochi mesi prima dell'altro libro di successo scritto da Rachel Carson, "Primavera silenziosa". Herber era lo pseudonimo che Murray Bookchin (1921-2006) aveva adottato per evitare l'incriminazione da parte della Commissione sulle attività antiamericane a cui non erano sfuggite le sue attività di informazione dell'opinione pubblica sui pericoli ambientali. Bookchin era nato a New York, figlio di emigrati russi, ed ebbe una vita avventurosa cominciata come operaio, poi come sindacalista; divenuto scrittore di successo e professore universitario fu l'animatore di movimenti in difesa dei consumatori, ecologici, pacifisti, contro la discriminazione razziale.

Fu tra i primi a scrivere di "ecologia sociale" (1974), a parlare dei "limiti delle città" (1973) e di crescita e declino dell'urbanizzazione (1987), anticipando anche in questo caso nuove visioni che cominciano oggi a farsi strada. Il suo libro "Per una società ecologica" (1980), tradotto anche in italiano, spiega le ragioni di molti guai con cui stiamo facendo i conti adesso e indica alcune delle vie per superarli.

Il libro "Il nostro ambiente sintetico", apparso mezzo secolo fa (purtroppo non è stato tradotto in italiano, ma si può leggere liberamente in Internet) denuncia la presenza negli alimenti di sostanze dovute all'inquinamento ambientale come le sostanze radioattive e i residui di pesticidi tossici, la contaminazione di prodotti commerciali ad opera di additivi usati nei cosmetici o nei preparati per lavare, nelle materie plastiche, nei carburanti. In sessant'anni di lotte ecologiche sono stati eliminati alcuni pericoli ma ne sono sorti altri; nuovi nomi come quelli delle diossine o del benzopirene sono entrati nel dizionario dei veleni.

Addirittura una recente proposta di legge minaccia di autorizzare l'uso come potabile di acqua contenente una pur piccola, ma non trascurabile concentrazione di microcistina LR, una molecola la cui presenza indica che le acque superficiali, inquinate da residui di fogne e concimi, prima di essere immesse negli acquedotti, hanno subito una depurazione soltanto imperfetta. L'attenzione per gli alimenti è spesso basata sulle mode e sulle diete dimagranti; la composizione e gli ingredienti dei prodotti come cosmetici e detersivi, quando devono essere indicati per legge, sono scritti in caratteri e in forma illeggibili. La situazione è complicata dalle crescenti importazioni di prodotti fabbricati chi sa come e dove.

Proprio la storia ambientale dei decenni passati dovrebbe stimolarci a rilanciare una "merceologia ecologica", quella descritta da Bookchin e dalla Carson, che aiuti e riconoscere i pericoli per l'ambiente, e quindi per la salute, nascosti nelle sostanze che maneggiamo ogni giorno.
 
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12 gennaio 2013 6 12 /01 /gennaio /2013 00:00

Pubblico un articolo apparso su La Repubblica del 28 dicembre 2012; il prof. Settis denuncia l'arroganza di Cardin e la miseria intellettuale e politica di chi governa Venezia, Provincia, Regione veneta e l'Italia.

Il prof. Settis dovrebbe essere eletto Presidente della Repubblica oppure diventare Primo Ministro: è l'unica persona con la schiena dritta che ha un gran coraggio e una profonda competenza oltre a un vero amore per la sua terra.

Se teniamo conto degli ultimi anni in Ticino non siamo molto distanti: arrivano finanziatori esteri (e non solo, basti pensare alle casse pensioni della Svizzera interna o a grossi gruppi commerciali o finanziari), ci sono di mezzo archistar nostrani o internazionali e i vincoli o non esistono o non sono ascoltati i preavvisi negativi, che sono modificati. Il problema per il Ticino è che non c'è la Franca o Berna a salvarlo: spetta solo a noi ticinesi!

Tiziano

Se tocca alla Francia salvare Venezia dai barbari   di Salvatore Settis

Continuano, inascoltati, i gridi di dolore per l'ennesimo scempio  che i mercanti parassiti compiono sul gioiello dell'umanità, con la complicità delle massime autorità della Repubblica. La Repubblica, 28 dicembre 2012

 lL MOSTRO della Laguna ha fatto la sua prima vittima. È il sindaco di Venezia Orsoni, che firmando pochi giorni fa il patto scellerato con Pierre Cardin entra nella storia delle Serenissima come un seguace non dei Dogi, ma dei barbari, per immolarsi (dice lui) sull’altare del “patto di stabilità”. Il Palais Lumière di Cardin, coi suoi 250 metri di altezza, sarebbe alto due volte e mezzo il campanile di San Marco, 110 metri oltre i limiti di sicurezza Enac per il vicino aeroporto. Visibile da ogni angolo della città, l’ecomostro è un “dono” alla terra d’origine di Pietro Cardin (nato in provincia di Treviso 90 anni fa), per “risanare Porto Marghera” e creare lavoro nei suoi 65 piani abitabili, con appartamenti di lusso e attività commerciali e ricreative. Autore del progetto è Rodrigo Basilicati, «nipote ed erede stilistico di Cardin », laureatosi a Padova nel 2011: il più alto grattacielo d’Italia sarà dunque l’opera di un neolaureato quarantenne, ma il nepotismo, si sa, giustifica tutto. In commovente idillio, Orsoni (Pd) è d’accordo con le giunte leghiste di provincia e regione per approvare a tappe forzate un progetto «strategico e prioritario».

La direzione regionale dei Beni Culturali, su parere dell’Ufficio legislativo del Ministero, ha dichiarato (27 novembre) che l’area è sottoposta ex lege a vincolo paesaggistico a tutela dell’ecosistema lagunare, ma secondo Orsoni il Consiglio comunale ratificherà comunque l’accordo, e per la cessione dei suoli Cardin verserà 40 milioni, indispensabili per «affrontare le imposizioni del patto di stabilità». Invano Italia Nostra stigmatizza le «distorsioni della prassi amministrativa » di un Comune che si arroga i poteri di autorizzazione paesaggistica, mentre le professionalità utilizzate (due geometri e un perito industriale) sono palesemente inadeguate. Intanto, le banche francesi rifiutano a Cardin il prestito di 40 milioni, e mentre lui giocando al ribasso propone di versare “a fondo perduto” solo il 3% (1.200.000 euro), il cardinal nepote Basilicati dichiara che il documento firmato «è solo una bozza».

In tanta confusione, qualche punto è chiaro: primo, i dati sull’inquinamento sono truccati. Nel documento Cardin presentato in Conferenza dei servizi, si vanta una bonifica delle aree destinate al grattacielo (ad opera della Provincia) che non è mai avvenuta, si parla a vanvera di valori nei limiti tabellari di legge, senza precisare che si tratta di valori previsti per le aree industriali e non per quelle residenziali, e si ignora che le fondamenta dovrebbero attraversare tre falde acquifere; intanto la stessa Direzione Ambiente del Comune assicura che farà rispettare le norme contro il dissesto idrogeologico, cioè condanna il progetto senza appello. Secondo: se non avrà i permessi, Cardin minaccia di trasferire in Cina il suo palazzo, con ciò mostrando con quanta attenzione a Venezia esso sia stato concepito, se può indifferentemente stare anche a Shanghai. Terzo: mentre un ex sindaco di Venezia dichiara cinicamente che «il progetto è orribile, ma a caval donato non si guarda in bocca», Cardin monetizza la vista su Venezia, mettendo in vendita a prezzi altissimi gli appartamenti dei piani alti, destinati ai ricchi, «perché ci saranno sempre ricchi e poveri ». Insomma, il suo “dono” è quello che Manzoni chiamerebbe “carità pelosa”, fatta non per amore del prossimo ma per proprio interesse. Ma mentre il ministro dell’Ambiente Clini ed altri notabili esultano per l’imminente disastro, una dura mozione della massima accademia francese di scienze umane (Académie des Inscriptions et Belles Lettres) «esprime viva inquietudine per le minacce che pesano su Venezia e la laguna. Deplora che navi di grande tonnellaggio continuino a entrare nel bacino di San Marco, sfidando la fragilità di un sito unico al mondo e mettendolo alla mercé di possibili incidenti. Si stupisce che possano esser presi in considerazione progetti architettonici offensivi e assurdi, e osa sperare che il “Palais Lumière” previsto a Marghera, a causa della sua smisuratezza, non venga mai realizzato. Unisce la sua voce a chi disapprova queste iniziative e chiede che vengano respinte ». Dalla Francia viene dunque un forte monito e una lezione di civiltà, coerente con la recente decisione, dopo un referendum popolare, di bloccare il progetto (non di un neolaureato, ma dell’archistar Jean Nouvel) di costruire cinque grattacieli sull’isola Seguin, già sede di stabilimenti Renault (sulla Senna, a 8 km dalla torre Eiffel), riducendolo a un solo edificio, e più basso.

Ma perché Cardin, se davvero vuol dar lavoro ai veneti, non può edificare, nei 200.000 metri quadrati che avrebbe a disposizione, cinque torri da 50 metri, con la stessa volumetria totale? Perché l’inquinamento dell’area viene trattato con tanta leggerezza, proprio mentre il patriarca di Venezia Moraglia dichiara che «non è accettabile contrapporre il lavoro alla salute o all’ambiente, come si è fatto a Taranto»? Perché si favoleggia di “risanare Porto Marghera”, quando l’area interessata è di soli 20 ettari su 2.200? Perché i notabili della città fomentano la frattura fra i contrari al progetto e chi con l’acqua alla gola (letteralmente) è pronto a svendere tutto? Perché non rispondere nel merito e passare agli insulti? Tra le non poche finezze di Basilicati c’è infatti anche questa: secondo lui, chi ha firmato contro l’ecomostro (come Dario Fo, Stefano Rodotà, Carlo Ginzburg, Vittorio Gregotti) «usa il nome di Cardin per finire sui giornali». E lo zio Pietro, di rincalzo: «il mio palazzo sarà un faro che illuminerà la città, per giunta gratis».

Questi segnali di degrado civile, particolarmente intensi a Venezia, si avvertono in tutta Italia sotto il giogo del “patto di stabilità”. Costringendo i Comuni agli stessi introiti che avevano prima dei drastici tagli dei contributi statali (nel caso di Venezia, anche della Legge Speciale), queste norme inique spingono dappertutto verso la svendita e la privatizzazione dei patrimoni pubblici. Anzi, secondo una fresca intesa tra Demanio e Confindustria, immobili pubblici «di particolare pregio» possono essere venduti «anche per utilizzi industriali» (Corriere della Sera, 20 dicembre). Abbiamo dunque dimenticato che i beni pubblici sono il portafoglio proprietario dello Stato-comunità, sono la garanzia della sovranità e dei diritti costituzionali dei cittadini, lo «strumento privilegiato delle grandi libertà pubbliche» (Gaudemet)? Il mostro della Laguna succhia a Roma i suoi veleni, e la sua vittima non è Orsoni, è Venezia. La vittima di una “stabilità” cieca che ignora i diritti è la nostra Costituzione. La vittima è l’Italia, che si pretende di salvare condannandola a mettersi in vendita, in balia di avventurieri e nepotismi. Le vittime siamo noi, i cittadini.
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