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10 gennaio 2021 7 10 /01 /gennaio /2021 11:06

Qui sotto la prima interrogazione (del dicembre 2020) sui lavori previsti in via Campo Sportivo che potrebbero minacciare il cedro del Libano monumentale esistente e che costituisce un elemento paesaggistico essenziale di via Franchini. 

Tiziano

                            Mendrisio, 17 dicembre 2020

INTERROGAZIONE

Salvaguardia del Cedro del Libano situato

all’incrocio tra via Franchini e via Campo Sportivo

Signori Sindaco e Municipali,

Via Franchini è un’area architettonicamente e urbanisticamente di valore con ville e giardini costruiti tra Ottocento e primi decenni del Novecento.  Un esempio di città-giardino che merita di essere tutelato come bene culturale di interesse locale nel suo insieme.

Con il messaggio municipale 143 Richiesta di un credito di CHF 1’220'000.-- per il completamento dei marciapiedi in Via Franchini e Via Campo Sportivo a Mendrisio, votato lunedì 14 dicembre dal Consiglio comunale sono previsti importanti interventi per la messa in sicurezza dei pedoni e per la fluidità del traffico.

L’area del cantiere coinvolge anche il fondo 1271 che comprende una villa con il giardino (purtroppo recentemente in buona parte distrutto dai lavori in corso) nel quale trova dimora un cedro secolare maestoso che valorizza paesaggisticamente tutta l’area (cfr. fotografia allegata risalente al 2018).

Visionando i progetti allegati al messaggio si evince che per poter formare il nuovo marciapiede sul lato che conduce all’Asilo Sud saranno espropriati 62 mq del fondo 1271, sarà demolito il muro esistente, costruito il nuovo marciapiede ed edificato un nuovo muro, arretrato di circa 1.5 m rispetto all’attuale (cfr. Figura 4 - Interventi previsti in Via Campo Sportivo, p. 6 MM).

Durante il dibattito in Consiglio comunale alla mia domanda se si è proceduto a un approfondimento – perizia o altro – per assicurarsi che gli interventi previsti non costituiscano una minaccia all’apparato radicale dell’albero in questione mi è stato risposto di no e che lo potrà essere al momento dell’inizio dei lavori.

Avendo visto la lenta agonia con deperimento graduale che il maestoso cedro del Libano situato sul sedime dell’Ospedale regionale di Mendrisio ha avuto per anni fino alla morte, da quanto mi è stato detto a seguito degli interventi per la realizzazione della rampa dell’autosilo dell’ospedale, temo che possa riprodursi la medesima situazione con il cedro di Via Franchini.

Pertanto chiedo:

in presenza di un simile monumento vivente non è indispensabile procedere subito, preventivamente, a fare eseguire una perizia, da parte di uno specialista, che permetta di verificare che il progetto previsto è rispettoso dell’albero monumentale, rispettivamente, in caso di criticità, di trovare soluzioni tecniche rispettose della prioritaria salvaguardia del cedro?   

Con i migliori saluti.

Tiziano Fontana, consigliere comunale indipendente

 

 

 

Cedro del Libano minacciato a Mendrisio
Cedro del Libano minacciato a Mendrisio
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20 aprile 2020 1 20 /04 /aprile /2020 21:01

Piazza del Ponte

 

Il sedime sul quale è stata posta la statua di Luigi Lavizzari, il fondo 767 dove sorgeva lo stabile ex Jelmoli, ora demolito, nonché l'area per posteggi a lato della torre non si situano, pianificatoriamente, in zona nucleo storico. Sono inseriti invece nel «Comparto speciale "e"-Piazza del Ponte» che comprende tutta la fascia destra di via Lavizzari fino alla rotonda vicina a Piazzale alla Valle (zona edificabile R5). Questa assurdità urbanistica deve essere corretta o persisterà la minaccia di nuove costruzioni.

Per questo motivo nel 2016 ho scritto la mozione «Pianificare Piazza del Ponte rispettando il contesto di elevato valore storico-culturale», la quale chiedeva: a) di inserire nel «Piano particolareggiato di protezione del centro storico» i mappali che attorniano Piazza del Ponte; b) di porre un vincolo quale zona attrezzature pubbliche con destinazione piazza/area di svago sul sedime dell'ex stabile Jelmoli. Nel 2018, la maggioranza del Consiglio comunale ha respinto la mozione, seguendo l’indicazione data dal Municipio: loro obiettivo era e rimane di costruire un nuovo stabile a rimpiazzo dell'ex Jelmoli (cfr. verbale della seduta di Consiglio comunale dell'8.10.2018).

I partiti sconfitti dal referendum del 2016 non hanno accettato il responso popolare e hanno cercato ogni appiglio per convincere i cittadini che bisogna evitare il cosiddetto «spazio vuoto», che in realtà tale non è. Infatti, la demolizione dello stabile ex Jelmoli ha dato una luminosità all'insieme che piace a tutti e dà rilievo al nucleo storico con in primo piano un lato del già Palazzo Rusca, che nobilita l'intera area.

Idealmente, non ci si dovrebbe limitare alla sola demolizione dell'ex Jelmoli: si dovrebbero abbattere anche i due edifici ad esso seguenti, risalenti agli anni Sessanta, come sostenne diversi decenni fa il municipale Nino Riva, così da realizzare un’area adibita a giardino con alberi, tra il nucleo e via Lavizzari.

Recentemente, rispondendo a un’interrogazione, il Municipio ha scritto che il Dipartimento del territorio (DT) "impone" di costruire al posto dell'ex Jelmoli. Ora, è lecito dubitare che il DT abbia scritto che "impone" di costruire e, ancora di più, che il DT abbia la volontà politica di "imporre" una riedificazione. Infatti, lo sventramento del cuore del nucleo storico, avvenuto nel 1957, con la demolizione del caseggiato Pasta, la scomparsa della storica Piazza del Ponte e la costruzione di via Lavizzari con la copertura del Moree e della sua valle hanno provocato uno stravolgimento urbanistico che non può essere semplicemente "ricucito" con una nuova edificazione sul fondo 767: la strada cantonale ha sconvolto il secolare assetto dei due nuclei più antichi di Mendrisio.

La piazza definitiva, essenza della petizione del 2007 e del referendum del 2016, è procrastinata dall'autorità. Viviamo però in una democrazia semidiretta: la «Lista civica Per Mendrisio» si impegna affinché sia la popolazione di Mendrisio a decidere il destino finale di questo luogo, come anche di altri pregevoli situati nei dieci Quartieri.

Tiziano Fontana, candidato al CC e al Municipio per la «Lista civica Per Mendrisio»  

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2 dicembre 2019 1 02 /12 /dicembre /2019 21:04

Mendrisio, 17 novembre 2019

 

INTERROGAZIONE

Piazza del Ponte :

è il Dipartimento del territorio che "impone" di costruire

o è il Municipio che vuole costruire?

 

Signori Sindaco e Municipali,

nella risposta 13.9.2019 all'interrogazione dello scorso mese di luglio di membri di un partito municipale avete scritto:

«Inoltre, a più riprese, nell’ambito del rilascio dei preavvisi cantonali per la demolizione dell’edificio ex Jelmoli e per la sistemazione transitoria, il Dipartimento del Territorio ha imposto al Municipio di procedere con un concorso di architettura per la sistemazione finale della Piazza, che ne consideri la riedificazione. […]

In questo momento però non sussiste un’esigenza di contenuti d’interesse pubblico che possa figurare tra i contenuti del concorso. Pur rimanendo attuale la previsione a lungo termine di una ricucitura delle due parti del nucleo, tramite la realizzazione di un'edificazione di elevato valore urbanistico e architettonico sul sedime dello stabile ex Jelmoli, previo concorso d’architettura nei termini richiesti dal Dipartimento del Territorio, fino a quando non saranno identificati dei veri contenuti / delle necessità questa non potrà essere studiata e presa in considerazione».

Dal momento che i cittadini di Mendrisio hanno espresso sia attraverso la petizione Per una Piazza del Ponte degna del suo nome del novembre 2007 sia attraverso il referendum Un'effimera Piazza del Ponte? NO GRAZIE dell'aprile 2016 la volontà di demolire l'ex stabile Jelmoli esistente sul fondo mapp. 767 e, al suo posto, di creare una piazza, visti gli stralci della vostra risposta sopra indicati, si rendono necessari chiarimenti giuridici e politici.

Di conseguenza, presento le seguenti domande:

  1. In quale/i documento/i il Dipartimento del territorio ha "imposto" al Comune di Mendrisio di indire un concorso finalizzato a far costruire un nuovo edificio al posto dell'ex stabile Jelmoli? Si chiede di produrre il/i documento/i.  
  2. Fosse vero che il Dipartimento del territorio "ha imposto" al Comune di costruire su quel sedime, su quale base legale (diritto pianificatorio cantonale o federale, Legge organica comunale, Legge edilizia o altro) il Dipartimento del territorio fonda (pretende di fondare) la sua volontà di "imporre" al Municipio di Mendrisio di edificare il fmn 767?  
  3. Fosse vero che il Dipartimento del territorio ha la possibilità giuridica e la volontà politica di "imporre" al Comune di costruire su quel sedime, il Municipio di Mendrisio ha accettato / accetta questo "diktat" senza opporsi e senza rivendicare la sua autonomia comunale, che peraltro è stata spesso invocata per non seguire le indicazioni contenute negli esami preliminari del Dipartimento del territorio in materia pianificatoria?   

Ringraziando per l’attenzione porgo distinti saluti.

Tiziano Fontana, consigliere comunale i Verdi

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29 agosto 2019 4 29 /08 /agosto /2019 23:13

I Verdi e il PR di Besazio

La mancata approvazione della revisione del Piano regolatore di Besazio ha prodotto una bagarre tra i partiti presenti in Municipio (PPD, PLR, IaS e Lega-UDC). Diversi cittadini mi hanno chiesto chiarimenti, visto che la posizione dei Verdi non era stata spiegata dalla stampa: riassumo il mio rapporto (reperibile sul sito del Comune) nel quale analizzavo il PR in vigore e la revisione proposta dal Municipio.

1) l'attuale PR non è conforme alla legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT);

2) è un PR sovradimensionato e lo sarà anche in futuro.

Il Rapporto di pianificazione del Municipio ammette che l'incremento demografico di Besazio ha subito un rallentamento dagli anni Novanta sino al 2015. Malgrado ciò, le ipotesi di sviluppo sostenute dal Municipio indicano, fino al 2030, incrementi decennali del 20% di abitanti, del 10% di posti di lavoro e del 35% di posti turistici. Il PR proposto con questa variante avrà un margine teorico molto elevato (+399 unità).

Questi due punti hanno conseguenze fondamentali in merito alle zone edificabili esistenti a Besazio. Essi avrebbero dovuto condurre anche a una riflessione più generale sulla contenibilità dei Piani regolatori dell’intero territorio del nuovo Comune di Mendrisio: aspetto non preso in considerazione dall’esecutivo comunale.

3) il gruppo dei Verdi ha proposto due emendamenti, la cui approvazione era, ed è, conditio sine qua non per sostenere il messaggio municipale:

3.1) beni culturali di interesse locale: i Verdi condividono i suggerimenti del Dipartimento del territorio espressi nei suoi due Esami preliminari (2009 e 2016), chiedendo l'inserimento nel PR di tutti i beni culturali (peraltro pochi) proposti dal Cantone e in buona parte non accolti dal Municipio;

3.2) nucleo storico e via Cava: il nucleo storico di Besazio mantiene ancora oggi la sua struttura originaria che presenta buone qualità storico-architettoniche e situazionali nonché notevoli qualità spaziali, come riconosce l’ISOS. Il Municipio di Mendrisio vorrebbe però "completare" il nucleo, permettendo di costruire su tre fondi situati in via Cava (Piano di quartiere 2). Fin dalla prima riunione della Commissione della pianificazione ho espresso dubbi sui due piani di quartiere proposti e, in particolare, mi sono opposto alla folle idea di permettere di costruire in via Cava. I parametri edilizi che regolano il PQ2 permetterebbero la costruzione di edifici fuori scala la cui mole distruggerebbe la struttura urbanistica e la sostanza storica di quella via.  

Durante il dibattito in Consiglio comunale il gruppo Lega-UDC ha dichiarato di sostenere il rapporto dei Verdi.

4) i Verdi condividono, assieme agli altri gruppi politici, due punti: la proposta di non azzonare i terreni nelle località Ciòs e Vendembiée, suggerita dal Dipartimento del territorio nel 2009 e conseguenza dei punti 1) e 2), nonché il mantenimento del vincolo di passo pubblico iscritto sul mappale n. 226 Besazio.

I Verdi, malgrado il sovradimensionamento del PR passato e futuro, erano disposti a sostenere la revisione, ma solo a condizione dell’approvazione dei loro due emendamenti. Lasciar costruire in via Cava è inaccettabile e ci opporremo anche in futuro, senza compromessi.

 

Tiziano Fontana, consigliere comunale i Verdi (7 luglio 2019)

 

Il PR di Besazio
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13 agosto 2019 2 13 /08 /agosto /2019 23:08

In passato, grazie al sito eddyburg, ho scoperto gli scritti di Giorgio Nebbia, uno studioso di grandissimo spessore che ha arricchito il dibattito scientifico e politico.

ripropongo, tratto dal sito citato, questo articolo a lui dedicato. 

Tiziano
 
In morte di Giorgio Nebbia
 
di MARIO AGOSTINELLI   
Per tributare un riconoscimento che non potrebbe certo ripagare il debito incommensurabile che la mia generazione ha nei confronti di Giorgio Nebbia, forse con Laura Conti il più straordinario innovatore tra quanti hanno colto nella capacità trasformativa del lavoro assoggettato al capitale il pericolo più grave di minare irreversibilmente la natura, la sua integrità, la sua indiscutibile attitudine di alimentare una vita buona sulla Terra, rubo le parole ad una nota con cui un amico mio e di Giorgio – Gian Paolo Poggio – ha annunciato una scomparsa purtroppo da tempo messa in un conto doloroso.

«Sapevo – scrive Gian Paolo - di Giorgio Nebbia attraverso i suoi articoli, in particolare i contributi, molto originali, che apparivano nel bollettino di Italia Nostra. L’ho conosciuto di persona verso la fine degli anni ’80, in occasione della vicenda dell’Acna di Cengio (Savona). Il suo approccio era assolutamente non convenzionale, non era più giovane ma partecipava direttamente agli incontri in alta Valle Bormida, e con lui la moglie Gabriella, sobbarcandosi un lungo viaggio. La sua impostazione del problema era chiarissima e, nello stesso tempo, molto impegnativa. Andava bene contestare la fabbrica per il suo impatto sulla salute e sull’ambiente ma bisognava studiare i cicli produttivi, sapere esattamente cosa produceva e quali erano gli scarichi inquinanti, cosa aveva prodotto nel corso dei suoi cento anni di attività. E questo non per una pur meritevole conoscenza storica ma per poter intervenire in modo efficace, in termini di bonifica, di risanamento dell’ambiente e di controllo sulla salute dei lavoratori e della popolazione. Da allora è stato per me e per la Fondazione Micheletti, l’interlocutore principale, un infaticabile e inflessibile stimolatore di attività, iniziative, il più delle volte invisibili perché dedicate alla salvaguardia degli archivi che hanno a che fare con la produzione, le manifatture, il lavoro, l’energia. Gli studi più rilevanti sono quelli che ha dedicato al ciclo delle merci, definendosi sempre orgogliosamente merceologo, anche quando la merceologia veniva abolita, un po’ come se si potessero abolire le merci. Di cui, anche un po’ per provocazione intellettuale, metteva sempre in evidenza la dimensione materiale, naturale, il carico quantitativo sulle matrici ambientali».

Per quanto mi riguarda ho goduto della sua amicizia e di una curiosità quasi stupita per l’attenzione che un sindacalista - quale ero io allora - dedicava non tanto all’incidente clamoroso sul lavoro, che faceva notizia, quanto alla ricostruzione degli effetti irreversibili che i cicli di trasformazione di materie e energia, fagocitate nel vortice di produzioni spinte alla massimizzazione del profitto, producevano “normalmente e quotidianamente” su un ambiente degradato e sui cambiamenti della biosfera, mai presa seriamente in considerazione come spazio vitale, luogo di riproduzione, bene comune da conservare. “Giorgio – conclude il nostro comune amico - era persona estremamente avvertita, libera da schemi ideologici, appassionato ma estremamente consapevole delle debolezze umane, e però ostinatamente aperto alla speranza. Occorrerà molto tempo per conoscere Giorgio Nebbia nelle sue molteplici dimensioni”. Oggi lo ricordiamo con lo smarrimento che solo l’affetto più intenso può in minima parte colmare.
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12 ottobre 2018 5 12 /10 /ottobre /2018 17:54

Pubblico il Manifesto contro la turistificazione pubblicato il 30 aprile di quest'anno. Un tema fondamentale per le molte i implicazioni valide anche per il Ticino.

Tiziano

 
Manifesto contro la turistificazione della rete SET
30 aprile 2018
 
Di fronte al disagio abitativo, la violazione dei diritti e i danni ambientali provocati dalla crescente ascesa dell'industria turistica, una rete di movimenti del Sud Europa ha creato un manifesto per cominciare ad opporre resistenza. con riferimenti (i.b.)

In molte città del Sud Europa stanno nascendo movimenti di resistenza ai processi di turistificazione  che le stanno investendo. Associazioni e collettivi di alcune di queste (Venezia, Valencia, Siviglia, Palma, Pamplona, Lisbona, Malta, Malaga, Madrid, Girona, Donostia/San Sebastian, Canarie, Camp de Terragona, Barcellona) si sono incontrati nel corso dell’ultimo anno in diverse occasioni, con l’obiettivo di condividere e scambiare esperienze e conoscenze.

Anche se ognuna di queste città presenta problemi specifici legati a questo fenomeno, alcuni sono senza dubbio comuni a tutte loro:
  • Il più importante ed esteso: l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, in buona parte provocato dall’acquisto massivo di immobili da parte di fondi di investimento e fondi immobiliari per destinarli in buona parte al mercato turistico. In questo modo le abitazioni sono private della loro funzione naturale, si generano gentrificazione e sfratti e si assiste allo svuotamento di alcuni quartieri in una evidente violazione dei diritti sociali della popolazione.
  • Aumento dei prezzi e trasformazione delle attività commerciali locali in attività turistiche slegate dai bisogni delle popolazioni locali (spesso in età avanzata). 
  • Massificazione di strade e piazze che rende difficile la vita quotidiana dei residenti sia per quanto riguarda il rumore che l’accesso stesso allo spazio pubblico. 
  • Saturazione delle reti di trasporto pubblico. 
  • Alta dipendenza dell’economia locale dal settore turistico, con tendenza alla monocultura.
  • Precarizzazione delle condizioni lavorative della popolazione, dato che i principali settori turistici (alberghiero, ristorazione, commercio) presentano spesso le peggiori condizioni di lavoro (salari bassi, lavoro in nero, esternalizzazione...). 
  • Alti tassi di inquinamento (aerei, navi da crociera, corriere...) e di residui dovuti soprattutto alla tendenza di consumare elevate quantità di prodotti usa e getta, caratteristica dell’industria turistica; uso massivo di risorse – acqua e territorio – e perdita del diritto a vivere in un ambiente sano. 
  • Uso smisurato e ampliamento costante delle infrastrutture (strade, porti, aeroporti, depuratori, impianti di dissalazione ) che sfigurano il territorio, provocano espropriazioni e impongono costi elevati alla popolazione residente. Questi processi provocano una forte competizione per il territorio in cui si perde l’accesso alle attività e ai servizi di base: lavoro, scuole, ospedali, ecc. 
  • Banalizzazione dell’ambiente urbano e naturale trasformato in parco tematico. Nel primo caso, assistiamo allo spoglio e alla vendita del patrimonio, nel secondo alla riduzione degli usi agricoli o di pesca. L’obiettivo comune è lo sfruttamento illimitato dell’ambiente dal punto di vista turistico. 
Di fronte a questi e altri conflitti, la popolazione locale ha iniziato a organizzarsi per difendere i suoi diritti sociali, primo fra tutti, il diritto a un alloggio dignitoso e accessibile e il diritto alla città. Il lavoro collettivo che nelle nostre città stiamo realizzando spesso comincia dalla messa in evidenza di questi conflitti e dall’acquisizione di una maggiore consapevolezza, passando per la critica al modello turistico e la denuncia delle sue conseguenze, e continuando con la proposta di vie alternative.

Esempi di queste ultime, sono la richiesta di imposizione di limiti all’industria turistica, la deturistificazione dell’economia della città, o la decrescita turistica accompagnata da politiche di stimolo di altre economie più eque dal punto di vista sociale e ambientale. Il grado d’incidenza di questi problemi nelle diverse città non è affatto omogeneo, anzi molto variabile, giacchè spesso dipende direttamente dal grado di turistificazione che le colpisce. Così ci sono stadi più avanzati e gravi, ad esempio Venezia, Palma o Barcellona, dove è evidente la necessità di un cambio di modello e altre, come Valencia, Madrid o Lisbona che, nonostante si trovino immerse in rapidi processi di turistificazione, possono ancora aspirare a politiche di prevenzione o freno.

Su questi e altri argomenti, in queste e in altre città abbiamo trovato molti punti in comune, elogicamente abbiamo iniziato a pensare all’opportunità e necessità di creare una rete internazionale di città colpite dall’industria turistica.

L’obiettivo, oltre al supporto e al confronto reciproci, è di estendere questa lotta ad altre città e territori, creando una voce plurale e potente di critica al modello turistico attuale che si alzi dal Sud Europa. Questo manifesto è il primo passo per la internazionalizzazione della lotta alla turistifcazione delle città e dei territori, attraverso il quale continuiamo il dibattito, la riflessione e la mobilitazione comune.


Riferimenti

Il manifesto della rete SET (Sud Europa contro la Turistificazione) è stato presentato pubblicamente il 24 Aprile in tutte le città coinvolte. Nato sotto la spinta di una serie di organizzazioni e movimenti spagnoli, ha cercato sin dall'inizio di coinvolgere altre realtà europee, soprattutto dei paesi mediterranei, più fragili ambientalmente e più aggrediti dal turismo di massa, diventato oramai la nuova forma di colonizzazione, che relega ai margini - fisici, economici e sociali - i residenti delle città turistiche.
Qui potete accedere al video della rete e alla pagina facebook.

Segnaliamo alcuni dei numerosi articoli sugli effetti dannosi del turismo raccolti in eddyburg. Intramontabile l'articolo di Luigi Scano del 2006 sul Turismo insostenibile, che già allora sosteneva come il turismo minaccia di devastare Venezia. Un breve, ma significativo estratto del libro di Marco d’Eramo, Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo, dove si spiega come il turismo non solo devasta le città a causa per la sua invadenza nella vita quotidiana dei residenti, ma la uccide in modo più sottile, svuotandola di vita, privandola dell’interiore, proprio come nella mummificazione, facendola diventare un immenso parco a tema, un’immensa Disneyland storica.

Su Venezia, consigliamo il testo di Clara Zanardi Non solo navi. Sull'impatto antropico sul turismo contenente una profonda analisi dell'impatto del business croceristico sulla città. L'intervista al sociologoveneziano Giovanni Semi, Venezia stregata dal turismo urge rompere l'incantesimo sul nuovo capitalismo finanziario che attraverso la monocultura turistica accelera i meccanismi di espulsione e di disuguaglianza abitativa. Dalla penna di Paola Somma si legga Bella gente, sulla quale il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro focalizza le sue politiche urbane, moltiplicando i favori all' industria del turismo e regalando sostanziosi incentivi agli sviluppatori immobiliari che stanno distruggendo il territorio lagunare.

Su Firenze, segnaliamo gli articoli di Ilaria Agostini Firenze. Il turismo consuma il diritto alla casa, che spiega come politiche mercantilistiche hanno cambiato la natura antropologica della residenza, e di Paolo Baldeschi Firenze. La movida, il turismo e la città desiderata, con un ampia analisi dei problemi derivanti dal turismo sregolato di massa e la svendita della città al turismo "ricco".

 
 
 
 
 
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12 ottobre 2018 5 12 /10 /ottobre /2018 17:50
Il turismo può diventare un serio problema per gli abitanti di città, borghi e località prese d'assalto da investitori e turisti

Tiziano

 

Prosegue a Napoli il cammino italiano della rete SET (Sud Europa di fronte alla Turistizzazione)
 
di SET Italia   
 
Rete SET - Italia, 07 Ottobre 2018. Si consolida in Italia la costruzione di una rete di città unificate dalla volontà di costruire una voce critica ed una forma attiva di resistenza contro l'attuale modalità di gestione dello sviluppo turistico nel nostro Paese. (c.z.)

Si terrà a Napoli, tra il 18 ed il 20 Ottobre 2018, il secondo incontro della rete SET nazionale, dopo la presentazione iniziale del progetto che ha avuto luogo a Venezia in Aprile. La rete nasce in sinergia con le mobilitazioni di collettivi e comitati che hanno interessato in questi anni la penisola iberica, dove lo sviluppo rapido e massivo del turismo ha determinato fenomeni acuti di overtourism, favorendo la diffusione di un pensiero critico capace di contestare la retorica dominante del turismo come indiscussa "gallina dalle uova d'oro" con un'analisi attenta e puntuale dei suoi reali costi ambientali, sociali, antropologici. Il ramo italiano, in via di costruzione in questi mesi, si avvia quindi a sua volta a elaborare in maniera collettiva e plurivoca una tramatura di narrazioni e pratiche condivise che dal basso, a partire dagli abitanti delle città, possa porsi come alternativa reale al modello di sviluppo che oggi ci viene imposto. Infatti, nonostante ogni luogo sia connotato da specificità e contraddizioni proprie, la turistificazione rimane un fenomeno globale, sistemico, diretta emanazione del capitalismo contemporaneo, e come tale richiede uno sforzo comparativo e connettivo tra le singole realtà che possa produrre un orientamento comune ed una sinergia tanto nella teoria quanto nelle prassi. E' in questa direzione che si muoverà l'incontro di Ottobre, di cui qui pubblichiamo l'invito pubblico e il programma, riunendo le voci di alcune tra le principali mete turistiche italiane (Napoli, Venezia, Firenze, Roma, Bologna, Genova...) in un momento di scambio e ideazione comune.
 
 
  INCONTRO DELLA RETE SET – ITALIA

 CITTÀ ITALIANE DI FRONTE ALLA TURISTIFICAZIONE

 Napoli 18 - 19 - 20 ottobre 2018

Il 24 aprile 2018 è stato pubblicato il manifesto fondativo della rete SET – Sud Europa di fronte alla Turistificazione. Un’iniziativa nata in particolar modo dall’esperienza di alcune città europee, tra cui Venezia e Barcellona, che prima di altre hanno dovuto affrontare gli effetti deleteri del turismo di massa. In Italia, nel giro di pochissime settimane la rete si è ampliata raccogliendo adesioni da parte di associazioni, movimenti, attivisti, ricercatori e cittadini che si sono mobilitati e uniti in molte città, a dimostrazione dell’urgenza di porre con forza la questione della turistificazione anche laddove il processo non ha ancora raggiunto i devastanti effetti dell’overtourism. Questo perché la trasformazione della scena urbana, all’aumentare del flusso turistico mondiale, avviene oggi ad una velocità tale che lascia ben poco spazio alle realtà locali per negoziare un proprio modello sostenibile di ospitalità e gestione del flusso. L’impatto del turismo si materializza in modo dirompente investendo l’abitare, il commercio, lo spazio pubblico, il lavoro, l’ambiente, non solo a Venezia e a Firenze, ma anche a Napoli, Bologna, Genova, Roma, Rimini e in molti altri luoghi di un Paese che vanta da sempre numeri da record nel settore turistico. Le ricadute sono complesse e non è sempre facile prevederne i rischi. Per queste ragioni SET sta creando uno spazio di confronto e di approfondimento continuo tra città e territori investiti dal processo di turistificazione, operando nell’Europa del Sud e in particolar modo contrastando l’idea, al momento egemone, che per alcune città non ci sia altra fonte di ricchezza economica se non il turismo di massa. La vita e la morte di questi luoghi sembra quindi giocarsi sulla sottile soglia tra il vivere anche di turismo e il vivere solo di turismo. Ma sappiamo bene che svendere la città e allontanare da essa il suo elemento costitutivo, la cittadinanza, non è la soluzione.

Il manifesto SET dello scorso aprile ha pertanto inquadrato gli aspetti critici comuni alle diverse esperienze locali: l’aumento della precarizzazione del diritto all’abitare, l’aumento del costo della vita, la trasformazione delle attività commerciali locali e dei servizi per i residenti in attività turistiche, la precarizzazione delle condizioni lavorative, l’ampliamento costante e spesso nocivo delle infrastrutture, la massificata occupazione di strade e piazze da parte del flusso dei visitatori, l’aumento dei tassi di inquinamento (rifiuti urbani, aerei, navi da crociera ecc.), fino alla trasformazione del centro storico in parco tematico. Tutto questo adesso diventa materia di discussione e di confronto in una densa tre giorni di incontri, dibattiti e tavole rotonde organizzata a Napoli dall’assemblea locale e dalla rete SET italiana. Giovedì 18, venerdì 19 e sabato 20 ottobre, discuteremo le varie modalità attraverso le quali il processo di turistificazione si declina nelle città italiane coinvolte, condividendo esperienze, strumenti e proposte da mettere in campo. Con noi ci saranno Salvatore Settis, Tomaso Montanari e Filippo Celata.

 
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9 ottobre 2018 2 09 /10 /ottobre /2018 00:36

Intervento  durante il Consiglio comunale dell'8 ottobre 2018 sul MM N. 71 /2018 Risposta alla mozione presentata in data 11 ottobre 2016 dai Consiglieri comunali Tiziano Fontana, Claudia Crivelli Barella, Daniela Carrara e Andrea Stephani sul tema “Pianificare Piazza del Ponte rispettando il contesto di elevato valore storico-culturale

 

Signor Presidente, signor Sindaco e signori Municipali, signore e signori Consiglieri comunali,

in via preliminare il gruppo dei Verdi chiede che il voto su questo messaggio sia fatto per appello nominale, poiché si ritiene che sia giusto che i cittadini-elettori possano sapere come ogni Consigliere Comunale voterà fra poco, tanto più che il rapporto di maggioranza prevede di votare a favore della mozione nei limiti enunciati nel rapporto preliminare del Municipio.

 

Nel merito, suddivido l’intervento in tre punti: 1) cosa vuole la mozione dei Verdi; 2) cosa vogliono i partiti e i Consiglieri Comunali contrari alla stessa e che presumo voteranno seguendo l’indicazione del Municipio; 3) cosa si potrà fare in futuro

 

1) la mozione chiede 2 cose:

a. di modificare il Piano particolareggiato di protezione del centro storico + suggerendo di inserirvi 11 fondi (di cui 5 di proprietà pubblica) oggi appartenenti al Comparto speciale “e” Piazza del Ponte;

b. di porre un vincolo quale zona attrezzature pubbliche (AP) con destinazione piazza/area di svago di interesse pubblico, suggerendo di applicarlo a 6 fondi, tutti di proprietà del Comune di Mendrisio;
 

sottolineo che, con la mozione, abbiamo suggerito di considerare certi fondi dopo aver studiato documenti di specialisti (ISOS, Perimetro di rispetto del Cantone elaborato dall’Ufficio dei beni culturali ecc.): evidentemente, come per tutte le varianti di PR, sarà il pianificatore del Comune ad analizzare la situazione e sarà l’Autorità politica a decidere la proposta di variante pianificatoria e, se del caso, la popolazione;  


tanto la richiesta di modifica del Piano particolareggiato di protezione del centro storico quanto quella di porre un vincolo quale zona attrezzature pubbliche (AP) con destinazione piazza/area di svago hanno lo scopo di dare normativamente una chiara e inequivocabile destinazione di area pubblica come piazza secondo una prospettiva unitaria, così da ristabilire una coerenza urbanistica attorno alla piazza del Ponte attuale e al contorno del nucleo storico, evitando che il futuro concorso urbanistico possa portare di nuovo a dover leggere quanto letto nel messaggio sulla variante bocciata dal referendum: «Il Collegio di esperti chiamato a valutare i progetti ha reputato che il concetto proposto dal gruppo condotto dallo studio di architettura Sergison Bates fosse quello in grado di dare complessivamente le risposte più convincenti sulle modalità con cui affrontare lo sviluppo urbanistico di tutto il comparto attorno a Piazza del Ponte, soprattutto per la forza della sua impostazione generale, caratterizzato dalla ricucitura del nucleo attraverso degli interventi in grado di contribuire in modo determinante a definire l'identità del Comune di Mendrisio per gli anni a venire».  Quell’identità era sottoscritta dal Municipio e dalla maggioranza del Consiglio comunale ma non è stata condivisa dalla maggioranza dei cittadini.

2) cosa vogliono i partiti e i Consiglieri Comunali contrari alla mozione?

- Il rapporto di maggioranza è chiaro: vuole lasciare la possibilità di edificare sul sedime dove ancora attualmente sorge lo stabile ex Jelmoli;
- il Municipio nel messaggio sostiene che «è ancora convinto che prima di procedere con una variante pianificatoria, che dia le basi per la realizzazione definitiva di Piazza del Ponte, si debbano avere tutti gli elementi necessari per determinarne i contenuti. Solo dopo un concorso urbanistico potranno essere acquisite e valutate le diverse visioni sulle quali impostare la pianificazione, mentre gli approfondimenti storici/urbanistici degli edifici di contorno della nuova grande Piazza, permetteranno di considerare in modo serio e completo i principi proposti dalla mozione».


Quindi Municipio e partiti che sostengono il rapporto di maggioranza vogliono avere libertà assoluta in merito alla futura pianificazione di Piazza del Ponte e non vogliono porre determinati limiti al concorso urbanistico, poiché il Municipio, nella risposta a una domanda formulata in Commissione, dice che «non è ancora chiaro quali saranno i limiti posti al bando di concorso». Ora, dopo una petizione e un referendum è preoccupante leggere simili dichiarazioni.


Del resto ricordo che dal 1986 ad oggi sono stati indetti tre concorsi di architettura o urbanistici: il concorso di idee nel 1986, il mandato diretto all’arch. Mario Botta nel 2005/6 e il mandato per uno studio di idee nel 2009, vinto dal team Sergison.
Ricordo anche che lo scopo di quest’ultimo concorso era «ottenere delle indicazioni progettuali per la sistemazione urbanistica di Piazza del Ponte e degli spazi adiacenti, con lo scopo di ricucire il nucleo di Mendrisio e di ridare “dignità urbanistica” all’intero comparto».
Se non si pongono limiti chiari, come quelli contenuti nella mozione, si corre il rischio di ricadere nelle medesime proposte pianificatorie del passato.   
 

3) cosa si potrà fare in futuro


I cittadini hanno manifestato le loro preferenze attraverso due strumenti democratici: la petizione "Per una Piazza del Ponte degna del suo nome" nel novembre 2007 (sottoscritta da 3’212 persone) e il referendum del 25 settembre 2016 (con 2'853 cittadini contrari alla variante); ora, se si dovesse constatare che le autorità proseguono come in passato, non si potrà che promuovere una iniziativa popolare comunale così si arriverà al punto finale e non si dovranno più ascoltare interpretazioni arbitrarie di cosa vuole la popolazione.


Tiziano Fontana CC i Verdi

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4 ottobre 2018 4 04 /10 /ottobre /2018 23:49
riprendo un interessante articolo di Carletti e Giometti tratto da eddyburg dedicato alla conservazione dei beni culturali, oggi dimenticata poiché si punta tutto sulla "valorizzazione" che altro non è se non distruzione programmata del valore culturale del bene, ridotto a merce di consumo: mentre manutenzione, restauro conservativo, conservazione non "rendono" né per la propaganda di politicanti senza cultura né per i tromboni della pseudocultura imperante.
 
Tiziano
 
Beni culturali, è l’intero sistema che crolla
 
di LORENZO CARLETTI E CRISTIANO GIOMETTI   
il manifesto, 1 settembre 2018

Era il 1957 quando Cesare Brandi, fondatore e per vent’anni direttore dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma, denunciava in Parlamento «l’assoluta inadeguatezza, ma nell’ordine di uno ad un milione, dei fondi a disposizione per il patrimonio artistico; l’insufficienza quantitativa del personale; la mancanza di una coscienza politica dell’importanza della preservazione del patrimonio artistico». Sessant’anni dopo, il grido di dolore di Brandi è tanto più attuale: dal 2000 al 2008 gli stanziamenti del ministero per i Beni e le Attività Culturali ammontavano ad una quota pari allo 0,3% circa del bilancio dello Stato, riducendosi negli anni successivi fino allo 0,19% (2014-2015). Soltanto nel biennio 2016-2017 si è registrato un incremento rispettivamente dello 0,26% e dello 0,25% del bilancio dello Stato, nonostante ciò le percentuali rimangono incredibilmente basse sia per la diffusione capillare di opere d’arte ed edifici storici nel territorio nazionale sia rispetto a quanto gli altri paesi europei investono in questo settore.

Richiamare queste cifre a seguito dell’ennesimo disastro potrebbe sembrare la più semplice delle risposte. Eppure quando il Mibact nel 2016, sotto la direzione del ministro Franceschini, ha proceduto all’assunzione di 500 funzionari (architetti, archivisti, archeologi, restauratori, storici dell’arte, promotori ed esperti di comunicazione, bibliotecari, antropologi e demoetnoantropologi) era ben consapevole che il numero di posti vacanti nelle soprintendenze era tre volte superiore. Inoltre, soprattutto nel caso degli storici dell’arte, ai neoassunti è stata data la possibilità di scegliere come destinazione uno dei venti grandi musei autonomi appena creati dalla riforma voluta dallo stesso Franceschini. E se ci si aggira per i corridoi di qualsiasi soprintendenza territoriale si notano uffici vuoti, stanze chiuse e pratiche accumulate sopra le scrivanie.

La scissione tra musei nazionali e patrimonio artistico del territorio e la gerarchizzazione tra musei di serie A (venti grandi istituzioni dagli Uffizi a Capodimonte, da Brera all’Accademia di Venezia) e di serie B (i tanti e preziosi musei nazionali delle città di provincia) è indubbiamente il nodo più delicato della riforma Franceschini e spiega molte delle ragioni dell’estrema difficoltà in cui versano i nostri beni culturali. Tale criticità va di pari passo con la tendenza ormai decennale di privilegiare la valorizzazione a scapito della tutela. Ciò che nel Codice dei beni culturali del 2004 veniva strettamente collegato (conoscenza-tutela-valorizzazione), vede oggi l’assoluto predominio della commercializzazione e del marketing culturale, che genera un’attenzione compulsiva su poche eccellenze lasciando nel buio tutto il resto.

È stato giustamente sottolineato che la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami era stata restaurata appena tre anni fa con un finanziamento pubblico (Lr 27/90) e assieme della Conferenza Episcopale Italiana di 747.621,40 euro, ma qualcosa non ha funzionato, anche nei controlli sui lavori eseguiti. Un po’ ovunque avremmo bisogno di restauratori esperti, cantieri seguiti da bravi funzionari di soprintendenza perché tanti sono i crolli o i disastri annunciati.

Non ha suscitato lo stesso clamore del caso romano, ma a Pisa nel 2015 è crollato parzialmente il tetto della duecentesca chiesa di San Francesco, che accoglieva, tra le altre, due tavole di Cimabue e Giotto oggi esposte al Louvre: incredibilmente a tre anni di distanza non sono ancora cominciati i lavori di restauro, la chiesa è puntellata, mentre anche il chiostro minaccia di andare in rovina.

Se oggi è la valorizzazione ad attirare la maggior parte dei finanziamenti, tutela e conservazione sono attività sempre più rare. Tutto il contrario di ciò che stabilisce il Codice dei beni culturali e del paesaggio secondo cui la tutela «è diretta a riconoscere, proteggere e conservare» un bene affinché possa essere offerto alla conoscenza e al godimento collettivi. Per tutelare un bene bisogna prima riconoscerlo come tale, operazione quanto mai difficile in un paese in cui la storia dell’arte, grazie alla riforma Gelmini del 2008 ed alla legge 107 del 2015, è quasi sparita dai programmi delle scuole secondarie. D’altronde, se si conoscono appena una decina di acclamati capolavori, quelli e quelli soltanto si vogliono vedere e dunque tutelare. Il resto può anche crollare.
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16 agosto 2018 4 16 /08 /agosto /2018 00:05

Sul turismo di massa che distrugge luoghi e patrimonio culturale abbiamo già pubblicato. Ripropongo un bel contributo di Meneghetti tratto da eddyburg.

domenica 7 gennaio 2018

Carla Ravaioli aveva ragione di Lodo Meneghetti   

Sulle pagine milanesi dei quotidiani è riapparsa la questione del turismo, da una nebbia padana che non ha potuto nascondere le stolidezze che dicono o fanno gli amministratori pubblici (la bandiera nera spetta per una parte alle arie dei lavori per la nuova linea della metro, per un’altra al patto illegittimo per il riutilizzo degli scali ferroviari. Al turismo bandiera gialla).

Già alla fine di settembre 2017 il sindaco vantava grandi conquiste con sorprendente imprecisione: sette milioni di visitatori nell’anno, la notizia di un giorno; superamento degli otto milioni quella di un altro appena successivo. E «gli pare» che Milano batterà Roma; vittoria che «per l’economia e la reputazione di Milano è fondamentale». Tutti capiscono che il nostro spara palle di grosso calibro per abbattere la vecchia capitale reale, così che appaia più alta la capitale economica (non morale, con tutta quella ’ndrangheta che l’accompagna). Un assessore romano risponde che Roma sconfigge Milano 14 milioni a 7. Statistiche provenienti da La Stampa - Secolo XIX indicano che la capitale disperata resta pur sempre la regina di bellezza per italiani e soprattutto stranieri, 20 milioni gli arrivi e 40 le presenze nell’ultimo anno: incredibile dictu audituque? Ad ogni modo, fossero anche molti di meno, mostrerebbero la predominanza delle visite dette «mordi e fuggi» per additare un turismo rientrante nel grigio sistema del consumo di tipo culinario, anziché nella grande conca della cultura generale e dell’arte.

Ugualmente Venezia. Da molto tempo le quantità (anche decisamente inferiori a quelle segnalate da istituzioni, da enti pubblici e privati, da amanti appassionati - etiam nos) paiono insopportabili dalla città storica - come fosse una persona tanto fisicamente fragile - con l’osteoporosi diffusa per cause persistenti dalla fine del XVIII secolo; ma dalla seconda metà del XX concentrata nella corporeità del torso, al limite della frattura, eppure selezionato dalle agenzie turistiche per darlo in pasto a irresponsabili grappoli umani: sarebbero questi a morsicare le ruskiniane pietre prima di fuggire? L’isola veneziana deve fronteggiare la parte gravosa dell’assalto al territorio comunale, tuttavia forse inferiore all’attesa preoccupata se crediamo ai numeri dell’annuario municipale dell’anno 2016. Infatti: riguardo all’intero comune si sarebbero registrati 4 milioni e mezzo di arrivi e 10 milioni e 200.000 presenze turistiche (cifre arrotondate); nella città storica i primi e le seconde si riducono al 60÷70 per cento, ossia rispettivamente a circa 2.800.000 e a 6.800.000: però in uno spazio urbano di meno che 50.000 residenti, spazio e abitanti fissi ancor più ridotti, fin quasi a zero secondo l’ipotesi di concentrazione in quel torso.

Esposti disciplinatamente i dati numerici, quanto sicuri non sappiamo, li accantoniamo riconoscendogli un peso generico assoluto ma non la capacità di raccontarci la realtà degli accadimenti nelle città malversate dal turismo. Sì, è così, il turismo nella maniera d’oggi e del passato prossimo è malversazione, Carla Ravaioli ce lo ha spiegato una dozzina di anni fa con l’articolo in eddyburg Il turismo inquinante (11 aprile 2005), da noi rilanciato dopo pochi giorni con Coraggiosa Carla Ravaioli (22 aprile 2005), entrambi ricordati da Salzano insieme al fondamentale quasi saggio di Luigi Scano Turismo insostenibile, 8 dicembre 2006 [1]. Niente è cambiato da allora.

Il turismo di folla, lasciato allo sfruttamento liberistico dai governanti, dallo stato al piccolo comune, o, peggio, profittato direttamente da questi per risanare i bilanci e diminuire i debiti, inquina con la propria impronta contro-culturale ogni ambito della vita, le città e il territorio; una maniera che seziona il 10÷20 per cento dei beni culturali, artistici, paesaggistici in conformità alla convenienza dell’azienda o dell’ente, li delimita teoricamente e materialmente, li spreme, li schiaccia, li tagliuzza, ne riduce il valore mentre aumenta il consumo di gruppo (gruppone); ossia ne cava il massimo di produttività quindi di incasso. L’80÷90 per cento è destinato all’avvilimento, se non al degrado, all’abbandono, infine al disconoscimento. A meno che si tratti di coste marine, montagne, laghi, colline che quanto più si estendano, si invadano e si denaturalizzino tanto più generano il compiacimento di massa per vacanze e divertimenti stagionali, intanto che la conquista della seconda casa in proprietà permanente ha soddisfatto o soddisfa in avvicendamento oltre cinque milioni di famiglie: in tutto questo risiede per Carla Ravaioli il peggio dell’«inquinamento turistico».

Seguirà l’invettiva di Luigi Scano verso azzardate soluzioni per la sua Venezia, del resto epitome al cubo del falso daffare e dei veri affari di politici, amministratori, manager pubblici e privati in tutte le città storiche. Scontata l’attenzione agli interessi dei pochi residenti, ben più decisivo sarà il principio «di non ledere, se non marginalmente e inavvertitamente [quelli] arroccatissimi e fortificatissimi delle categorie, delle sotto-categorie, dei gruppi, dei soggetti, individuali e societari, che, per lucrare sulla funzione turistica della città storica di Venezia e della sua Laguna, da anni e da decenni stanno, come locuste predatorie e voraci, sfregiando, sconciando, divorando, consumando l’una e l’altra». Eppure restano ai veri amici, piccola minoranza di conoscitori e amatori, le parti, non poche, trascurate dalle locuste; fortunatamente, vien da dire, giacché resistono riservate ad essi, cui raccontano la loro storia umana e sociale e la connaturata bellezza, ormai estranee agli intontiti residuali abitanti.

Dicevamo della grande conca della cultura generale e dell’arte. Il turismo ufficiale contabilizzato che ne è fuori non vi rientrerà mai senza un rivolgimento sociale. Le masse guidate da un’azienda o da un ente pubblico verso quel 10÷20 per cento dei beni adatti o adattati a cavarne un plus-profitto applicando gli stessi metodi storici del capitalismo nell’utilizzo del lavoro, restano prigioniere della loro ignoranza così come gli operai restavano prigionieri della loro povertà. Se Venezia ne è testimone, Milano ne è primatista. Ne consegue d’altra parte un ostacolo ai desideri e alla libertà delle persone colte o propense a valersi del cervello e del cuore per continuare l’autoformazione e, attraverso la percezione dell’elevatezza dell’arte, goderne l’effetto di puro piacere e di elevamento del sé.

Prima di tutto: niente scalfisce il dominio del turismo commerciale. L’abbiamo mostrato nell’articolo La contesa degli identici a Milano, madre della compravendita [2]. E siccome nel gigantesco ruotante sistema delle entrate e uscite relative agli spazi commerciali i capitali della ‘ndrangheta si puliscono e si legittimano coprendo almeno il 25 per cento dell’intero affare (secondo la Procura milanese), ne desumiamo ancora una volta con Carla Ravaioli che li turismo milanese è intriso di mafiosità.

L’ente che indirizza le masse e ne ricava profitto forse più di ogni altro è la curia. Le indirizza verso la visita del Duomo e le governa nell’acquisto del biglietto, nell’ingresso, nell’uso dei sevizi igienici (costruiti addosso all’angolo meridionale della facciata). Uno spettacolo spiacevole che supera quant’altri ne esistano riguardo all’accesso «turistico» di altre cattedrali, anche una San Marco, o una San Pietro… Come bestiame incanalato mediante transenne metalliche in un percorso ritorto più volte, le si conduce anziché al macello alla biglietteria o ai servizi, poi a uno dei portali, adesso l’ultimo a destra dei cinque della facciata.

Sembra logico che per aumentare l’introito sia utilizzata e messa in risalto, dirimpetto al fianco destro della chiesa (guardando la fronte), la vecchia entrata al museo per accedere al nuovo Duomo Shop, punto di vendita ufficiale della Veneranda Fabbrica. L’allestimento commerciale si incentra sulla grande sala viscontea colonnata, alcuni anni fa esposizione di importanti testimonianze della signoria. Il museo, per dar spazio allo shopping, è stato spinto all’indietro nel corpo del Palazzo Reale, è accessibile dalla piazzetta del palazzo e a sua volta diventa un altro passaggio al magazzino di vendita [3].

Non siamo troppo scandalizzati per la gestione turistica della curia profittante dell’enorme richiamo in Italia e all’estero del Duomo e della piazza. È innegabile l’indirizzo commerciale prevalente rispetto alle domande della cultura. Che la manutenzione della cattedrale richieda un mucchio di quattrini è vero ma, di questo passo e generalizzando una condizione che non è soltanto milanese benché quest’ultima sia in testa alla classifica, dove verrebbe cacciata se non nella discarica delle buone idee e azioni la possibile mobilitazione politica e delle quasi-classi minoritarie consapevoli dell’ingiusta distribuzione delle risorse pubbliche?

Una divisione che rispecchia l’essere attuale del capitalismo italiano. Magari a scapito di più convenienti rese sociali futuribili, per un lato punta forte sulla speculazione (finanziaria, edilizia, commerciale), per un altro conduce una «nuova» lotta di classe per contrastare lo sviluppo delle classi operaia e media [4]: infatti, prende le iniziative più adatte a impedire la costituzione di risorse, nei bilanci economici dello stato e di ogni altra istituzione, che possano favorirlo. Così il potere capitalistico coarta tutte le funzioni che devono appartenere ai diritti sociali e popolari: la scuola, l’università, la ricerca sia scientifica che umanistica; deve diminuire costantemente, in proporzione e in assoluto, il sostegno pubblico delle arti, della musica, della cultura in generale, il sostegno di ogni popolazione e persino delle singole persone che aspirino alla conoscenza. La lotta anticapitalistica delle classi subalterne, che non sono affatto scomparse, comprende la riconquista di questi diritti.

Vi rientra, non è una forzatura affermarlo, anche il diritto di godere l’effetto di una visita esauriente, preparata e orientata, del Duomo di Milano sull’intelligenza e sul sentimento!

 

Il municipio con gli assessorati e altre istituzioni pubbliche o pubblico-private, dal momento dell’avvento del centrosinistra succeduto all’amministrazione del sindaco Letizia Brichetto Moratti, ex ministro dell’università e ricerca scientifica, ha in sostanza confermato una politica culturale frammischiata col turismo. Siccome quest’ultimo, come si è visto, trionfa dentro all’incessante ciclo della compravendita, le istituzioni indirizzano le masse aspiranti a conoscere i beni artistici e culturali della città allo stesso modo, cioè secondo la maggior resa economica.

Per questo «servizio» funziona oggi Milanoguida, un’organizzazione che propone con largo anticipo visite guidate a pagamento (biglietto d’ingresso più accompagnatore-narratore) in primo luogo alle mostre, poi a qualcuno dei complessi storici monumentali. Enorme lo squilibrio numerico delle visite offerte fra le prime e i secondi, peraltro scelti, quest’ultimi, secondo criteri inadeguati rispetto alla grandezza della dotazione milanese. Dev’esserci una specie di virus che infetta i decisori occulti per le visite d’arte e i relativi aspiranti. Infatti persiste inguaribile e diffusa la malattia denominata Frida Kahlo. Insomma, per una nuova mostra delle pittrice messicana (3 febbraio - 3 giugno 2018, Milanoguida vanta già ora 18 esauriti delle 31 visite guidate previste nel mese di febbraio (prezzo tout compris 22 euro). Per capirci senza altre discussioni: nello stesso mese, finora Sant’Ambrogio non ottiene alcuna indicazione mentre ha ospitato a gennaio due sole visite guidate. Per chiudere con un altro dei tanti esempi possibili riguardo agli squilibri che è la stessa politica a-culturale di Milanoguida a provocare: Santa Maria della Passione, la seconda chiesa di Milano per dimensione dopo il Duomo, magnifica l’architettura, bellissimi il decoro e le opere d’arte, unica la contrapposizione di due famosi organi del ’500-‘600 ai lati del presbiterio, dotati di ante dipinte e protagonisti di concerti in duo, non è stata selezionata per visite di gennaio e presenta una sola segnalazione per febbraio [5].


[1] Qui riportiamo il dato giornalistico di 12 milioni di visitatori annui. Che sarebbero diventati 20 secondo scritture o parlate dei giorni nostri.
[2] In
eddyburg, 21 aprile 2016.
[3] L’incentivo all’acquisto avviene rivolgendosi direttamente e paternamente al visitatore: «Potrai immergerti in un percorso coinvolgente e unico, suddiviso per tematiche ed esperienze: dal design all’abbigliamento e gli accessori, passando da oggetti per la casa, libri e souvenir originali e di qualità, presentati in modo suggestivo e attraente». Davvero un emporio in linea con il miglior consumismo.
[4] Vedi: Luciano Gallino,
La lotta di classe dopo la lotta di classe, Intervista a cura di Paola Borgna, Laterza, Roma-Bari 2012.
[5] Tutt’altra levatura culturale, generale e specialistica, presenta un’intraprendenza estranea alla macchina organizzativa di Milanoguida. La denominazione: Iniziative culturali di Pierfrancesco Sacerdoti, di Google Gruppi. Sacerdoti è un giovane architetto conoscitore, entro una competenza complessa di architettura e di arte, delle testimonianze milanesi a partire dall’eclettismo ottocentesco fino all’attualità, attraversando il Liberty, il modernismo e il Novecento, il razionalismo, la nuova critica post-razionalista e le contraddizioni dell’attualismo internazionaliste. Su queste basi egli conduce piccoli gruppi di cittadini, magari in bicicletta nelle buona stagione, alla scoperta di una città poco conosciuta o in ogni modo non esibita secondo l’effettiva qualità delle opere che la contraddistinguono.
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