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9 gennaio 2020 4 09 /01 /gennaio /2020 00:27

Pubblico le domande che mi sono state poste da un giornalista in merito alla mia recente nomina a Presidente della Società ticinese per l'arte e la natura e le risposte complete. 

 

1. Negli ultimi anni la STAN ha ripreso vigore, con un importante ricambio. Lei assume la presidenza con quali obiettivi?

La Società ticinese per l’arte e la natura, sezione ticinese di Patrimonio Svizzero, ha seguito, dalla sua fondazione nel 1908, due vie principali di azione: in primo luogo, la divulgazione del valore culturale e civile del patrimonio storico-artistico e naturalistico del nostro Cantone; in secondo luogo, l’azione giuridica con opposizioni e ricorsi contro domande di costruzione particolarmente distruttrici e gli interventi presso le autorità politiche locali, cantonali e federali.

Gli obiettivi personali non si discostano dalla linea adottata nel passato e sono ispirati al concetto descritto dallo storico dell’arte Montanari: «la vera funzione del patrimonio non è assicurare il diletto privato di pochi illuminati volenterosi, ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, mezzo per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali». Li suddivido in quattro direttrici: 1) la diffusione della conoscenza del nostro patrimonio naturalistico e storico-architettonico-artistico, attraverso la rivista associativa «Il nostro Paese», visite guidate condotte da esperti e il sito web associativo, facebook e Twitter; 2) l’approfondimento di temi essenziali attraverso giornate di studio o pubblicazioni; 3) la ricerca del costante miglioramento dell’efficacia giuridica dei nostri ricorsi, con lo scopo di creare giurisprudenza innovativa a favore del patrimonio; 4) la collaborazione, su aspetti puntuali, con associazioni sensibili ai temi della protezione del patrimonio storico-artistico, della natura e dell’ambiente, come abbiamo fatto in questi ultimi anni con l’Alleanza Territorio e Biodiversità.

Sono attività che necessitano di finanziamenti che speriamo ottenere da Fondazioni private, alcune delle quali, benemerite, ci hanno sostenuto nel recente passato e ci sostengono, apprezzando lo sforzo profuso in particolare nella rivista.

2. Come valuta lo stato attuale del beni culturali in Ticino?

A rischio, tanto per i molti beni che non sono ancora protetti, quanto per quelli già protetti.

La legge sulla protezione dei beni culturali (LBC) prevede che il Cantone definisca e protegga i beni culturali di interesse cantonale e che i Comuni scelgano e tutelino i beni culturali di interesse comunale attraverso varianti di Piano regolatore. Se a livello teorico gli enti locali dovrebbero conoscere meglio il proprio territorio e i beni culturali che vi si trovano, nella realtà gli interessi a favore della rendita fondiaria e della speculazione edilizia hanno un peso diretto sulla politica locale e in moltissimi casi hanno condotto e conducono alla scomparsa del nostro patrimonio paesaggistico e storico-artistico. L'autonomia rivendicata dai Comuni in questo campo spesso non è stata positiva e i ritardi nell’elaborazione delle varianti per i beni culturali locali sono numerosi.

Un altro elemento che pone problema è la verifica sistematica dello stato in cui si trovano i beni culturali già protetti, anche a livello cantonale. Vi sono carenze che devono essere risolte.

3. La STAN è attiva con ricorsi, opposizioni e critiche. Venite ascoltati dalle Autorità? 

Vorremmo essere ascoltati non solo e non prioritariamente per la nostra attività di contenzioso. Proprio per questo abbiamo promosso nell’autunno 2014 l’iniziativa popolare legislativa generica «Un futuro per il nostro passato: per un’efficace protezione del patrimonio culturale del territorio ticinese», su proposta del nostro vicepresidente arch. Antonini, che è stata sottoscritta da 14'774 cittadine e cittadini ticinesi. Come conseguenza il Dipartimento del territorio ha elaborato una revisione della LBC attraverso un messaggio che è attualmente pendente in Gran Consiglio.

Inoltre, siamo in attesa da diversi anni dell’aggiornamento della scheda «P10 Beni culturali» del Piano direttore da parte del Dipartimento del territorio, secondo l'evoluzione della giurisprudenza del Tribunale Federale: confidiamo che il Consigliere di Stato on. Zali lo faccia a breve, vista l’importanza del tema.

 4. C’è sensibilità nel Paese in merito alla difesa dei beni culturali e del patrimonio architettonico?

Molta, nei cittadini e in diverse Fondazioni. Infatti, la nostra associazione riceve moltissime sollecitazioni da ogni parte del Cantone a intervenire: dovremmo avere un segretariato con un architetto e un giurista a tempo pieno per soddisfare tutte le richieste. Cerchiamo di fare il massimo possibile con i mezzi limitati di cui disponiamo e grazie al volontariato di tutti i membri attivi del Consiglio Direttivo e di amici che ci aiutano su casi puntuali. Vi sono anche cittadini che ci chiedono di intervenire poiché desiderano che le loro proprietà siano tutelate dai Comuni.  

5. Le due iniziative nazionali costituzionli «Contro la cementificazione del nostro paesaggio (Iniziativa paesaggio)» e «Per il futuro della nostra natura e del nostro paesaggio (Iniziativa biodiversità)» che Heimatschutz ha lanciato si preoccupano per la cementificazione del paesaggio. La legge federale è severa ma non basta. I Cantoni e i Comuni non sono abbastanza sensibili nella salvaguardia del territorio?

Come ha detto il presidente di Patrimoine Suisse Genève, avv. Robert Cramer, uno degli ispiratori delle due iniziative, è fondamentale inserire nella Costituzione federale i principi enunciati nelle iniziative, che peraltro sono presenti nella legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LPN) e nella legge sulla pianificazione del territorio (LPT), risalenti agli anni Sessanta e Settanta, poiché queste due leggi sono costantemente minacciate da proposte di revisione fatte attraverso atti parlamentari in Consiglio nazionale o nel Consiglio degli Stati. L’inserimento nella Costituzione costituisce una maggiore garanzia, che possiamo fare valere davanti al Tribunale federale. Per questo è molto importante sottoscrivere le due iniziative, che possono essere scaricate dal sito web della STAN e delle altre associazioni copromotrici (Pro Natura, BirdLife, ATA e SLFP).

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11 settembre 2014 4 11 /09 /settembre /2014 22:14

L'anno scorso in uno scaffale di una libreria di una città italiana mi è capitato un incontro straordinario: la mia attenzione fu richiamata da un piccolo libro dalla copertina verde e dal titolo intrigante: E il giardino creò l'uomo - Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri. Le sue pagine mi hanno preso come, a suo tempo, quelle di un filosofo italiano e quelle di un poeta svizzero francese al quale è stata dedicata una bella mostra a Casa Croci, qui a Mendrisio.

L'arch. Marco Martella, autore del libro, è storico dei giardini e lavora in Francia, presso la Vallée-aux-Loups (Châtenay-Malabry dans les Hauts-de-Seine), dove visse François-René de Chateaubriand dal 1807 al 1818, un'area protetta come monumento storico dallo Stato. Merita una visita l'insieme e in particolare l'île verte - potreste leggervi E il giaridno creò l'uomo - e l'arboretum (di cui pubblicherò fra qualche tempo alcune fotografie di un albero straordinario).

A proposito del suo E il giardino creò l'uomo gli abbiamo posto alcune domande. Eccovi l'intervista che pubblichiamo con immenso piacere perché vibrante di passione civile e cultura (vera, non quella che ci sdoganano qui a Mendrisio certi personaggi), ricca di insegnamenti sul valore rivoluzionario dei giardini.

L'abbiamo invitato a Mendrisio, chissà che si riesca ad averlo tra noi per portare una boccata di aria fresca grazie alla sua filosofia che spinge all'azione pratica.

Tiziano

Giardini, luoghi di resistenza e di creazione

Intervista a Marco Martella

Possiamo definire la sua opera «E il giardino creò l’uomo» un manifesto a favore dei giardini e parchi intesi come luoghi dotati di unicità e pertanto luoghi di resistenza alla modernità, dominata dall’ideologia mercantilistica che banalizza e rende tutto uniforme?

Certamente. Ogni giardino è un luogo singolare, che non somiglia a nessun altro luogo. Ciò dipende, credo, dal fatto che un giardino è sempre un incontro unico tra l’uomo e il paesaggio. Sono convinto che la vocazione del giardino sia, da sempre, quella di fornire agli individui spazi in cui è possibile tentare altri modi di essere sulla terra, di coltivare e di produrre cibo per il corpo e per l’anima. Ma nel mondo contemporaneo, è venuta ad aggiungersi una nuova vocazione. Oggi chiediamo al giardino di rimettere equilibrio e benessere là dove la vita moderna crea squilibrio, sofferenza, impoverimento spirituale. Il giardino è diventato spazio di resistenza. Resistenza all’”omologazione”, per usare un’espressione cara a Pasolini, alla standardizzazione dei luoghi ma anche degli esseri umani che li abitano e della loro cultura. Un giardino, anche un semplice e banale giardinetto pubblico, puramente funzionale e apparentemente sprovvisto di poesia, non sarà mai un oggetto di consumo. E questo perché la materia prima che lo compone è la vita stessa: le piante, la luce, l’acqua, la terra. La vita è ciò che la nostra società dei consumi non riuscirà mai à trasformare in merce.

Perché ha scelto come periodo storico la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento? Le riflessioni sviluppate sono di una attualità assoluta: invitano ad agire prima che quei luoghi straordinari siano annientati …

L’Inghilterra della seconda metà dell’800, in cui la rivoluzione industriale era un fatto compiuto, è stata il primo paese a sperimentare quella che noi chiamamo modernità: il primato dell’economia, il materialismo e lo spirito mercantile, la standardizzazione del paesaggio e la perdita del senso del luogo, insomma il “disincanto del mondo” di cui parlò il sociologo tedesco Max Weber all’inizio del secolo scorso. Alcuni intellettuali e artisti inglesi di quel tempo (penso soprattutto a William Morris) erano del tutto consapevoli del carattere radicale di questa trasformazione della società e dell’impoverimento che essa rappresentava. Mi sembrava interessante assumere il punto di vista di un uomo di quel periodo, attento ai cambiamenti in atto, capace di analizzarli e di prevedere il loro aggravamento, e quindi di “avvertire” le generazioni future. E’ un modo per mettere in prospettiva il nostro presente da un punto di vista lontano ma non troppo. Infine, è nell’Inghilterra vittoriana che comincia a farsi strada l’idea di “giardino selvatico” (“wild garden”) – quasi cento anni prima del nostro giardino “ecologico”, “sostenibile”, “in movimento” ecc...

Possiamo dire che il giardino selvatico assume un ruolo salvifico non solo perché si contrappone, con i suoi valori specifici, ai caratteri distruttori della nostra civiltà (consumo, velocità, massificazione, omologazione), ma anche perché i giardini sono luoghi spirituali?

Il giardino selvatico, in cui il giardiniere rinuncia a una parte (una buona parte) del suo potere sulla natura che lo circonda, ci rimette in contatto immediato con le energie all’opera nel mondo, con un’immanenza che possiamo definire, senza necessariamente fare appello a una religione, come “sacro”. E ci rimette al nostro posto come elementi di un ecosistema, vale a dire di un insieme di forze vive e che interagiscono, in un dialogo costantemente rinnovato con la terra. Il giardino selvatico ci offre oggi più che mai la possibilità di unavera e propria rivoluzione culturale perché sovverte i valori della civilità occidentale moderna, quella in cui, come affermava Cartesio, l’uomo è “signore e possessore della natura” e di cui possiamo osservare oggi i risultati catastrofici.

Lei sostiene (giustamente) che l’arte dei giardini ha come sola regola il rispetto del luogo in cui opera, poiché il giardino «possiede una storia in cui abbiamo il dovere di entrare in punta di piedi». Ogni luogo ha un genius loci da rispettare. Come riconoscerlo? Come farlo rispettare?

Per riconoscerlo bisogna prendere il tempo di guardare e di aspettare che le risposte arrivino. Perché arrivano sempre. All’inizo del 700 il grande poeta inglese Alexander Pope, che aveva creato un parco nella sua residenza di Twickenham, scrisse, in un’epistola rivolta ai suoi colleghi amanti dei giardini: “Per ogni cosa consultate il genio del luogo...” C’è un tempo dell’azione per il giardiniere ma c’è anche un tempo, forse più cruciale, in cui deve aprirsi, quasi passivamente, al giardino e lasciare che questo gli parli, gli dica cosa fare, di cosa ha bisogno. Credo che per un giardiniere orientale tutto ciò sia facile da comprendere, una pratica quotidiana. Ma forse chiunque si dedichi al giardino selvatico oggi ha accesso a questa esperienza. L’importante, io credo, è far prova di umilità oltre che di pazienza. Quell’umiltà che manca nei grandi progetti territoriali, almeno qui in Francia.

«Il bisogno di vivere in un mondo provvisto di significato, capace di esprimere il vero, intimo spirito del luogo e quello della comunità umana che lo abita» è un bisogno sentito da moltissime persone. Eppure nel mondo occidentale i luoghi sono travolti dall’ideologia utilitaristica che li sostituisce con spazi funzionali. Come fermare una tendenza sempre più presente costituita dalla sostituzione dei giardini con «parchi urbani» ridotti, al di là della retorica delle autorità che li realizzano, a semplici spazi artificiali asettici?

Credo che ognuno possa contribuire a modo suo. Scrivendo, facendo giardini (e non “spazi verdi”), lottando, quando è necessario, per proteggere i luoghi “veri”, i giardini che possiedono una storia, una poesia, spiegando che vanno salvaguardati anche se possiedono uno scarso valore economico, come luoghi della memoria colletiva, come luoghi in cui l’uomo-massa ridiventa individuo grazie al rapporto con la natura... Ricordando che questi giardini sono ci sono necessari anche se sembrano superflui e che possiedono un ruolo educativo alla portata di tutti, come ci ha spiegato anni fa il filosofo Rosario Assunto. In un’epoca in cui il nostro rapporto al mondo si fa sempre più astratto (penso ovviamente a internet, ai social network, all’onnipresenza delle immagini, al nomadismo contemporaneo) e in cui i ritmi di vita e di lavoro ci allontanano dalla realtà immediata, la presenza dei giardini diventa vitale. Forse i politici, gli urbanisti, coloro che si occupano di assetto del territorio finiranno per comprenderlo e per rispondere a questo bisogno degli uomini, di cui spesso non ci rendiamo neppure conto. Ma non possiamo aspettare i politici. Forse i cambiamenti importanti, in una civiltà, non scendono mai veramente dall’alto. Si fanno dal basso, o perlomeno cominciano dal basso. Insomma, possiamo tutti – giardinieri, paesaggisti, vivaisti, scrittori, giornalisti, attori politici – contribuire a ricostruire una cultura del giardino e a diffonderla.

Nel Novecento, in particolare dopo la II Guerra Mondiale, vi è stata una scomparsa fisica di molti giardini causata soprattutto dall’urbanizzazione e l’arte dei giardini ha conosciuto – o almeno così è sembrato - un declino a livello di committenza e in generale di società. Quali le cause? Negli ultimi decenni questa tendenza negativa sembra essere mutata grazie agli approfondimenti teorici e alle battaglie culturali condotti da eminenti studiosi – per esempio Grimal in Francia, Assunto in Italia – e da associazioni – l’ICOMOS che ha elaborato la Carta dei giardini storici, per esempio –, che si sono opposti a questo declino. Sono nati anche corsi specifici nelle università. È corretta questa percezione? È in atto un cambiamento nei cittadini e in parte anche nelle autorità politiche?

A volte mi pare di sì. C’è ora une certa coscienza della necesità di proteggere i giardini storici, ad esempio, di reintrodurre la natura nelle città, di ricreare un legame tra città e campagna. In certi momenti in cui sono meno ottimista mi sembra che questi cambiamenti siano solo apparenti, un modo per “salvare la faccia”, se posso esprimermi così. Un po’ come lo “sviluppo sostenibile”, che, anche se nato da buone intenzioni, è diventato un modo per limitare i danni del nostro sistema economico distruttivo, senza rimetterne in discussione i fondamenti. Il nostro sistema di vita è sempre più distruttivo rispetto all’ambiente ma abbiamo la coscienza a posto perché ora creiamo corridoi ecologici, zone naturali protette, eco-quartieri e così via. Io credo piuttosto che sia necessaria quella rivoluzione culturale a cui accennvo poco fa, che implica un vero ripensamento del nostro rapporto al mondo, capace di andare oltre l’opposizione natura/cultura. E’ all’interno di questa trasformazione che potremo ritrovare il giardino perduto.

Vi è però un pericolo rappresentato dall’imporsi degli «spazi verdi» di architetti e pianificatori, spesso privi di cultura storica, paesaggistica e botanica. Come contrastare questa tendenza altrettanto distruttiva della speculazione edilizia? Inoltre: città e natura: realtà conciliabili?

E’ una questione complessa. Credo che la città, almeno nella cultura occidentale, si sia costituita come spazio anti-naturale, luogo puramente artificiale. Tuttavia, se si pensa ai boschi sacri dei romani, vale a dire quei boschi primitivi che venivano lasciati intatti e consacrati alle divinità, a volte nel cuore stesso delle città, ci si rende conto che il rapporto città/natura è assai più complesso. Per gli antichi preservare questi spazi di natura selvaggia era vitale. La città ne aveva bisogno perché permettevano di mantenere vivo il legame con il sacro, sempre legato al selvatico, all’energia pura della natura. Salvaguardare questi boschi era quindi una garanzia per il futuro della stessa civiltà. Mi pare che dovremmo ispirarci a questa saggezza, per quanto sia difficile, oggi, recuperare la visione sacra del mondo che la modernità “disincantata” ci ha sottratto. Insomma non dovremmo limitarci a creare nuovi “spazi verdi, “polmoni verdi”, corridoi ecologici” ecc. nelle città. Anche qui, occorre tornare all’idea del giardino come luogo che permette di conciliare ciò che appare inconciliabile e di superare la dicotomia natura-cultura.

Quali argomenti userebbe per convincere un’autorità politica a investire risorse finanziarie nella tutela e nella valorizzazione di parchi e giardini storici?

I giardini sono luogo della memoria comune, di benessere ma anche, come dicevo, di educazione estetica. E’ in questa loro dimensione che possono interessare le autorità politiche, gli enti locali ecc. Credo, invece, che rendere questi luoghi “interessanti” per le autorità politiche perché dotati di un valore economico (turismo, attrattività del territorio, rilancio dell’economia locale...) sia un errore. I giardini storici non vanno snaturati, allontanati dalla loro vocazione originaria, si rischia di privarli, a termine, della loro bellezza. Penso a Versailles, per esempio, ma anche a Villa d’Este. Cosa resta della loro poesia quando sono invasi da centinaia di turisti, quando è difficile ritrovare il silenzio propizio alla contemplazione, all’incontro con il genius loci? Ma fino a che punto le autorità sono sensibili a questi argomenti, a investimenti che non implicano né risultati economici né effetti immediati in termine d’immagine? E tuttavia, dobbiamo continuare a tentare di convincere...

Intervista all' ... arch. Marco Martella Intervista all' ... arch. Marco Martella Intervista all' ... arch. Marco Martella
Intervista all' ... arch. Marco Martella
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26 marzo 2012 1 26 /03 /marzo /2012 23:07

Proseguiamo con la pubblicazione delle interviste a personalità del mondo culturale, dopo l'arch. Rodel e il prof. Emery:  ringraziamo moltissimo  l'arch. Bernhard Furrer per la sua disponibilità.

L'arch. Bernhard Furrer è stato presidente della Commissione federale dei monumenti storici ed è prof. all'Accademia di Architettura di Mendrisio. Ha scritto numerosi articoli - sulla NZZ e sul Corriere del Ticino - dedicati ai monumenti storici e beni culturali del Cantone Ticino e alla loro distruzione, in particolare a Lugano (due sono stati riprodotti sul Blog in data 14 maggio 2011 e 19 maggio 2011).

Sul tema dei beni culturali e del paesaggio tornerò a scrivere nelle prossime settimane a proposito di due conferenze che ho organizzato nell'ambito del ciclo sui Beni Comuni per l'associazione culturale Club Plinio Verda:  la prima conferenza - 27 aprile - avrà come relatori l'arch. Riccardo Bergossi della STAN e il capo del Servizio inventario dell'Ufficio dei beni culturali Giulio Foletti; la seconda conferenza - 22 maggio - avrà come relatore il prof. Salvatore Settis, l'ex-direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, di cui abbiamo pubblicato sul Blog stralci tratti dal suo ultimo libro "Paesaggio Costituzione Cemento". 

 

     

Intervista all'arch. prof. Bernhard Furrer

(di Tiziano Fontana)

 

1.    Dalla fine degli anni Sessanta del Novecento in Svizzera si è imposto un processo di urbanizzazione senza precedenti che ha modificato – spesso radicalmente – il volto di molte città e di vasti spazi verdi (che fino ad allora erano campagna coltivata). Secondo Lei questo processo è stato governato con intelligenza dalle nostre autorità oppure è stato dominato dalla speculazione privata? Potrebbe eventualmente indicarci esempi virtuosi ed esempi negativi?

Dobbiamo fare alcune differenziazioni: il tipo di reazione all’enorme sviluppo è dipeso in primo luogo dai singoli Comuni e parzialmente dai Cantoni che hanno reagito con nuove leggi. In quasi tutti i Cantoni svizzeri sono i Comuni a definire  i piani regolatori e si notano differenze enormi. In generale, le grandi città sono state più soggette a uno sviluppo veloce e poco controllato; l’opinione pubblica ha accettato le grandi costruzioni che spesso non hanno rispettato la scala urbanistica e la popolazione ha accolto o richiesto un rapido sviluppo.

L’entusiasmo cominciò a mutare in scetticismo verso la fine degli anni Settanta, quando in molte città nacquero iniziative per la salvaguardia di parchi verdi, per mantenere zone libere, per proteggere il tessuto urbano tradizionale. La politica – che si articola secondo le grandi tendenze dell’opinione pubblica – reagì proponendo alcune profonde modifiche degli strumenti di pianificazione. Così, per esempio, nella città di Berna nel 1985 un nuovo piano definì il mantenimento di spazi abitativi per proteggere gli appartamenti contro la loro ristrutturazione in uffici. E già qualche anno dopo un secondo piano ha limitato le operazioni speculative definendo chiaramente i volumi costruttivi.

Nei villaggi in zona rurale lo sviluppo è stato generalmente sotto controllo. Nelle agglomerazioni attorno ai centri invece le nuove costruzioni sono cresciute come un cancro. Ancora oggi si vede poco sforzo per frenare questo sviluppo.

Le ultime decisioni del parlamento federale lasciano sperare che uno strumento efficace possa essere installato per ridimensionare le zone edificabili troppo grandi. 

 

2.    Il Cantone Ticino ha conosciuto il medesimo processo, con – in particolare dalla metà degli anni Ottanta – un'accelerazione dello sviluppo urbano, della cementificazione degli spazi verdi e della distruzione di monumenti culturali (ville, parchi, giardini e quartieri storici, edifici moderni di pregio). In alcuni suoi articoli pubblicati sul Corriere del Ticino e sulla NZZ Lei ha evidenziato queste perdite importanti del patrimonio culturale. Potrebbe riassumere le sue tesi principali?

Non è di mia competenza commentare lo sviluppo in Ticino. Mi sono soltanto permesso di osservare con una certa distanza i fatti, soprattutto quello che succede a Lugano. Ho dovuto constatare che l’interesse del pubblico in generale, seguito dalle opinioni politiche e quindi dalla legislazione sono tali che in questa città il patrimonio costruito e i giardini sottostanno a una pressione che rispetto al resto della Svizzera è eccezionale. Lo sviluppo economico e i guadagni finanziari prevalgono in un modo quasi assoluto sulle considerazioni riguardo alla qualità urbanistica e alla salvaguardia delle risorse storiche. Anche dopo la recente definizione dei beni protetti a livello comunale, che è stata migliorata in modo considerevole grazie alla pressione dell’opinione pubblica, rimane il fatto che il numero dei beni sotto protezione è estremamente limitato se paragonato a quello di una città svizzera francese o tedesca.

Chiunque cammini nei quartieri di Lugano si rende conto che vi si trovano certamente edifici moderni di alta qualità architettonica e che fortunatamente esiste ancora qualche piccolo insieme della bellissima città ottocentesca. In tanti quartieri invece gli edifici storici si fanno rari, hanno perso una relazione tra loro, come le uve secche del panettone. Il costruito degli ultimi decenni e di oggi, nella sua maggioranza, non risponde alle esigenze minime di uno sviluppo adeguato della città. I volumi sono troppo massici, troppo alti e soprattutto la qualità architettonica tanto in struttura quanto in facciata non è soddisfacente. Ovviamente, né gli investitori né le autorità se ne interessano veramente e il pubblico accetta la mancanza di qualità urbanistica e architettonica.

 

3.    Le sue esperienze di architetto, di presidente della Commissione federale dei monumenti storici e di professore all’Accademia di architettura le permettono di avere una visione generale a livello svizzero delle politiche seguite dai singoli Cantoni nella salvaguardia dei monumenti storici. Come valuta quella del Cantone Ticino? Vi sono altri Cantoni che potrebbero essere presi a modello nel caso in cui si volesse migliorare o modificare la politica ticinese di tutela dei beni culturali? 

La politica di un Cantone dipende della volontà generale della popolazione. Pare che il pubblico ticinese abbia relativamente poca consapevolezza dell’importanza della salvaguardia di edifici storici se questi ultimi non sono di carattere sacro. Infatti, in merito ai monumenti ecclesiastici sono impressionanti gli sforzi compiuti per garantire loro sia una buona manutenzione sia restauri curati.

Generalmente, i monumenti profani non conoscono questo alto grado di attenzione. Per dare un esempio concreto: non penso che in qualsiasi altro Cantone svizzero la possibilità di demolire le due ville di Melide – la villa Branca e la villa Galli – sarebbe entrata in linea di conto. Tutte e due sarebbero state messe sotto protezione da anni o decenni, le misure necessarie sarebbero state incluse nel piano regolatore e oggi sarebbero in un buono stato di conservazione, avrebbero un uso appropriato e sarebbero oggetti di orgoglio tanto per i proprietari quanto per il Comune.

Riguardo alla legislazione vigente in Ticino, ovviamente, la divisione della responsabilità del patrimonio architettonico tra Cantone e Comuni crea una situazione nella quale ogni ente cerca di non occuparsi di un edificio storico per non dover pagare eventuali indennità. Sarebbe importante legare le responsabilità sotto la guida del Cantone.

La seconda difficoltà è che le risorse del servizio competente sono troppo scarse, le procedure troppo complicate. Anche il concetto della commissione specializzata, i cui membri intervengono direttamente nei restauri concreti – un sistema unico in Svizzera –, non può migliorare questa situazione. Dopo tutti gli eventi difficoltosi degli ultimi anni sarebbe magari il momento di ripensare l’intero sistema.

 

4.    Se dovesse difendere davanti ai responsabili politici di un Comune un edificio o un quartiere di ville storiche cosa direbbe loro? Cosa hanno di particolare o di unico questi beni culturali e perché sono importanti per una comunità? 

 

Il patrimonio nel suo insieme ci fornisce una base sulla quale possiamo capire da dove veniamo e dove possiamo andare. Tra il patrimonio in generale, gli edifici storici nella loro autenticità e integrità sono una specie di documenti tridimensionali. E chiaramente non penseremmo mai di buttar via un vecchio documento d’archivio. Nel suo insieme il patrimonio edificato testimonia della nostra storia; la sua presenza nella nostra vita di ogni giorno ci accompagna, ci dà la sicurezza della costanza. Rappresenta un bene della comunità intera: anche se un monumento è proprietà di singoli, appartiene a noi tutti come ricchezza culturale. Quindi la sua salvaguardia è in primo luogo  di ordine culturale; l’esempio di altri Cantoni fa capire che non è una questione finanziaria.

 

5.    L’ex-direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, prof. Salvatore Settis, in un'intervista televisiva ha detto che difendere il paesaggio e il patrimonio culturale equivale a difendere la democrazia poiché ritiene strettamente legati lo sviluppo della personalità umana, i diritti di libertà, il senso generale del bene comune, la democrazia: condivide questa idea?

Certamente, il patrimonio costruito inteso come bene comune, condiviso da tutti, e la sua protezione sono un elemento importante nel collegare l’individuo alla società intera. Se il cittadino non provasse interesse per l’insieme dell’ambiente – del quale i monumenti storici sono un elemento particolarmente pregevole – il suo rapporto con la comunità sarebbe messo in pericolo.

 

6.    L’urbanizzazione di vasti territori e l’estensione delle grandi città sembrano inarrestabili. Lewis Mumford scrisse in un saggio che "se le esigenze, le interazioni e le reazioni degli uomini non costituiscono i parametri di giudizio primari, la città – in qualsiasi senso umanamente valido – non si può dire che esista, perché come disse tanto tempo fa Sofocle: «la città è la gente»". Oggi la città sembra essere stata trasformata quasi esclusivamente in un semplice luogo di lavoro e consumo, invece che luogo di relazione e di scambi tra esseri umani. Quale è la sua opinione in merito?

 

Oggi – e per i prossimi decenni niente lascia pensare che il processo non continuerà – viviamo un’accelerazione considerevole nello scambio di informazioni e nei contatti umani tramite i mezzi elettronici. Ma ognuno può rendersi conto che le nuove possibilità di comunicazione ultraveloci non sono in grado di rimpiazzare il contatto diretto, da uomo a uomo. Per tanto tempo i pianificatori hanno dimenticato che i luoghi pubblici dove la gente si dà appuntamento, dove ci si incontra per caso, dove sono possibili feste e manifestazioni sono indispensabili per formare e per rinforzare una comunità, specialmente in una democrazia. Oggi, fortunatamente, la consapevolezza per l’importanza dei luoghi pubblici comuni è più viva. Questi luoghi devono permettere ai cittadini di incontrarsi nel centro di un insieme costruito (città, quartiere, villaggio), senza avere la necessità di consumare merci, senza essere soggetti alle pressioni della pubblicità. Gli shopping-mall non sono posti di questa qualità, ma lo sono le piazze nel senso classico. Hanno un influsso enorme sulla vita comune. “Il luogo assume il carattere del gruppo e viceversa” diceva il filosofo francese Maurice Halbwachs.

 

 Mendrisio, 21 marzo 2012

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11 giugno 2011 6 11 /06 /giugno /2011 00:07

Proseguiamo con la pubblicazione delle interviste a personalità che ci aiutano ad aprire i nostri orizzonti mentali.

  

Oggi proponiamo l'intervista al prof. Nicola Emery, professore di filosofia e di estetica all’Accademia di architettura di Mendrisio, Università della Svizzera Italiana; docente di etica ed estetica del territorio presso la Scuola di Governo del territorio SUM-Università di Firenze; membro del Comitato di riferimento dei dottorati di ricerca in progettazione del Politecnico di Milano. È autore di numerose pubblicazioni e per la Christian Marinotti Edizioni ha pubblicato L’architettura difficile: filosofia del costruire (2007) e Distruzione e progetto. L'architettura promessa (2011). 

  

  

Intervista al prof. Nicola Emery

Beni comuni, Democrazia e Territorio

 

L’ex rettore della Normale di Pisa Salvatore Settis in un’intervista televisiva ha detto che difendere il paesaggio e il patrimonio culturale equivale a difendere la democrazia poiché ritiene strettamente legati lo sviluppo della personalità umana, i diritti di libertà, il senso generale del bene comune, la democrazia: condivide questa idea?

Condivido l’idea, ma aggiungo anche che evocare il concetto di “bene comune” equivale a richiamare un’idea non piva di problematicità. Certo, anch’io, da anni, ho fatto dell’idea dello “spazio come bene comune”, di memoria platonico-aristotelica, uno dei temi di fondo della mia riflessione su architettura e città. Ma se si vuole evitare il rischio della retorica, occorre anche aggiungere che l’idea stessa di bene comune – così come la sua cura – per noi, dopo il contrattualismo giusnaturalista e la modernità, è qualcosa di difficile da definire e ancor più da  raggiungere. 

Il bene comune non è più affatto un immediato, né una dimensione semplicemente ancora tramandata, è piuttosto  qualcosa che, piaccia o meno, va raggiunto, progettato. Anzi, il bene comune va inteso proprio come un progetto piuttosto che in termini statici o ‘cosalistici’. Dobbiamo essere consapevoli, almeno dopo Rousseau, che vi è una tensione, se non un conflitto, che caratterizza la democrazia, quello che contrappone la ‘volontà di tutti’ alla ‘volontà generale’. Il primo concetto esprime l’idea che ogni individuo è portatore di una volontà particolare, mentre il secondo concetto riassume il fine della politica.

Evidentemente, le volontà particolari come tali tendono a volersi affermare le une a discapito delle altre e da qui nasce il conflitto, che può essere governato solo dalla politica, voglio dire da una mentalità politica, anzi da una maturazione politica condivisa e tesa a riconoscere e a rispettare i beni comuni, e non già immediatamente controllato o soppresso da un governo o dalle istituzioni. Gli stessi ‘beni comuni’– come per esempio lo spazio e il territorio – non vanno semplicemente reificati, ossia ridotti semplicemente a cose, ma vanno pensati alla luce di una mediazione sociale, che è in fondo già  politica.

Le comunità che governano i beni comuni interpretandoli e governandoli come ‘proprietà collettive ad accesso regolato e delimitato  nei modi studiati dal nobel  Elinor Ostrom (e da lei difesi non senza qualche ambiguità, come ho sostenuto in un mio recente saggio[1]) attestano in modo molto chiaro che la mediazione sociale è già da sempre all’azione nella definizione-gestione dei beni. Questa gestione dovrebbe però essere articolata non sacrificando i principi dello stato di diritto, non regredendo a forme particolaristico- comunitarie che tendono a definirsi facendo essenzialmente perno sull’ idea di un confine ben definito  fra il proprio e il diverso, e come tali già potenzialmente complici di pratiche, già intrinsecamente sempre violente, di dislocazione dell’altro in un fuori da qui, in un fuori da noi.

A queste considerazioni, ovviamente del tutto incomplete,  aggiungo un altro elemento rilevante e molto concreto: la necessità di sviluppare un vero processo educativo, ossia critico- e già Gramsci parlava di  ‘educazione politica’ - che coinvolga tutti gli individui, una cultura politica che proponga il Buon Governo come autogoverno , ossia che favorisca la nascita e il consolidarsi di un cittadino caratterizzato da virtù, ossia da consapevolezza critica e autocritica.  

 

L’arch. Carloni, riferendosi allo sviluppo urbanistico conosciuto dal Mendrisiotto negli anni ’60 e ’70, ha detto che fu difficile rendersi conto di quanto stava avvenendo e di conseguenza tutti furono sopraffatti dall’evoluzione in corso. Oggi, possiamo ancora dire che siamo sopraffatti dalle attuali dinamiche economiche, urbanistiche, sociali? Non si è imparato nulla dagli anni ’60?

 Inoltre spesso i politici argomentano che l’attuale pressione sul territorio è dovuta a Comuni che desiderano migliorare la propria situazione finanziaria o a privati che desiderano investire, per esempio, costruendo centri commerciali, centri logistici, centri wellness, eccetera: si può condividere una tale impostazione o si dovrebbe porre il problema in altri termini (ricordando che alla politica è richiesto il governo del territorio)?



 La politica si trova in una posizione subalterna rispetto alle dinamiche economiche: è un dato di fatto strutturale. Per questo, il processo avviato negli anni ’60 che ha stravolto il territorio del Ticino prosegue ancora oggi, poiché è ancora nel campo di forze della  storia che sia così, anche se non si deve cadere nel determinismo e nel pessimismo impotente.

Detto di passaggio, c'è una frase di Max Horkheimer che mi piace ricordare, anche parlando di progetto del territorio: “La fine dello sfruttamento non  è più un’ accelerazione del progresso, bensì il salto oltre il progresso” .

 In ogni caso, evidentemente la politica non ha lo statuto che aveva nell’antichità, vale a dire essere un’istanza di governo in grado di orientare e subordinare a sé gli altri ambiti della società: oggi avviene esattamente il contrario, poiché essa è spesso come minimo scavalcata dalle dinamiche economiche, se non da esse semplicemente cannibalizzata e divorata.

 

Compito di chi possiede cultura politica è di cercare di ridare la giusta dimensione ai vari ambiti, lottando anche culturalmente per relativizzare l’ assolutismo dell’ economico. La teoria critica, la demistificazione del carattere ideologico della forma mentis che si ferma al fatto, all’ esistente, e lo assume come realtà ultima e insuperabile, resta più che mai importante.

 

Si deve certo resistere alle pressioni economiche che stanno conducendo a distruzioni sempre più irreparabili (penso all’economista Schumpeter e alla sua idea di “distruzione creatrice” , ora piuttosto capovolta come creazione-consumazione distruttiva), come attestano le crisi ambientali, la recente tragedia nucleare in Giappone, la devastazione del territorio.

A questo stadio può esserci uno spiraglio di speranza perché persone e comunità, essendo toccate direttamente nella loro esistenza (fisica e psicologica), si decideranno a resistere all’evoluzione storica descritta sopra, anche se non è per niente detto che avvenga automaticamente un passaggio dalle reazioni a favore del proprio territorio alla difesa dei beni comuni a larga scala, continentale e mondiale.

E’ difficile non essere almeno un po’ pessimisti.

 

Lewis Mumford scrisse in un saggio che “se le esigenze, le interazioni e le reazioni degli uomini non costituiscono i parametri di giudizio primari, la città, in qualsiasi senso umanamente valido, non si può dire che esista, perché come disse tanto tempo fa Sofocle, la città è la gente”: oggi la città è ancora luogo di relazione e di scambi tra esseri umani o semplice luogo di consumo?

Oggi sembra che la città sia esplosa o appunto che stiamo assistendo alla sua distruzione. Ma in realtà esistono molte città, molti tipi di città, una pluralità di città dentro quel grande spazio metropolitano che ci coinvolge tutti.

Questa molteplicità ha una sua potenzialità, vale a dire quella d’essere un luogo che garantisce apertura, fungendo quindi da antidoto a un comunitarismo chiuso, tendente all’ esclusione.

Lo spazio contemporaneo è luogo di conflitto ma nel contempo, al suo interno, vi possono crescere molteplicità e dialettica. Esso, dal questo punto di vista, si caratterizza, nonostante tutto, per dinamismo culturale. Ma dovrebbe caratterizzarsi anche per un maggior dinamismo sociale, grazie a un più equilibrato accesso alle risorse e a una  redistribuzione, semplicemente più umana, più umana dei beni e degli spazi. Molteplicità e dialettica possono tradursi in desideri di nuove sintesi e relazioni, magari nel ricordo trasfigurato di una città futura.

 

 


 

[1] Cfr.N.Emery, Dalle ‘proprietà collettive ‘ all’ io comune, in Archivio Scialoja-Bola.Annali sulla proprietà collettiva, 1.2010, Giuffrè , Milano, pp.1-20.

 

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7 aprile 2011 4 07 /04 /aprile /2011 20:48

Con questa pubblicazione desideriamo inaugurare  una serie di interviste con personalità che ci aiuteranno a capire meglio la realtà in cui viviamo.  

 

  Arch. Heiner Rodel, coordinatore della Sezione ticinese della Federazione svizzera degli architetti paesaggisti (FSAP). 



 

 

Parco di Villa Argentina, uno dei più importanti giardini storici del Cantone Ticino



1. Nel 2009 la sezione ticinese della FSAP ha consegnato l'elenco dei giardini storici del Cantone Ticino: lavoro concluso o prima tappa per approfondire ulteriormente la conoscenza di questi beni culturali e per meglio proteggerli ? 

L'iniziativa di allestire un elenco ICOMOS/FSAP dei giardini storici nel Cantone Ticino rientra in un più vasto progetto nazionale. Fino ad oggi sono stati censiti - in circa 2266 Comuni svizzeri - più di 29000 oggetti, compresi i 4649 rilevati nel Ticino. Un lavoro immenso, eseguito nel nostro Cantone in gran parte da volontari, colleghi del gruppo regionale della Federazione Svizzera Architetti Paesaggisti (FSAP).

Si tratta di un elenco dei giardini storici e servirà, in futuro, quale base per un inventario più approfondito degli oggetti più importanti e che rischiano di scomparire. L'organizzazione ICOMOS Svizzera (International Council on Monuments and Sites) prevede la conclusione del progetto entro il 2012 e sta valutando vari scenari da intraprendere per allestire inventari scientificamente approfonditi, base per la tutela dei più importanti giardini storici, fra i quali sicuramente si annovera anche l'intero Parco della Villa Argentina a Mendrisio.

 

2. Nella popolazione si nota sempre più amore per il paesaggio e volontà di difendere il territorio in cui vive; la classe politica è cosciente di quest’attaccamento o ha altre priorità ?

Se si vogliono creare nuovi parchi e giardini pubblici nel tessuto urbano del Cantone bisogna partire dai parchi sopravvissuti delle vecchie ville. Il vero strumento per salvare queste oasi verdi ancora esistenti è costituito dai piani regolatori comunali e dalle schede del Piano Direttore Cantonale; ciò vuol dire che le autorità hanno il compito di pianificare e salvaguardare.

La cosiddetta classe politica dovrà prendere coscienza del rinato amore della popolazione per la tutela del paesaggio, con i suoi giardini e parchi. Volendo si può ancora fermare la distruzione di quanto è rimasto della città preautomobilistica e dare inizio ad un cambiamento culturale. Lo scontro tra interessi culturali condivisi e opportunità economiche effimere impedisce la presa di adeguate decisioni dettate da questa nuova sensibilità.  

3. Nel corso della conferenza del 9 febbraio 2010 tenuta da lei e dalla sua collega Cerinotti–Ponzio a Mendrisio ha sottolineato il valore unico del parco di Villa Argentina: può riassumerlo brevemente?  

Oltre alla testimonianza culturale della villa vi sono elementi del parco intimamente legati a questo edificio, come l'assialità, le delimitazioni, l'effetto scenografico e il suo rapporto con la campagna, l'intera estensione con i principali elementi rimasti quali: il contenuto botanico, i manufatti delle infrastrutture e degli arredi (muri di cinta, percorsi pedonali, la piccola grotta, il berceau col pergolato, la vasca in tufo, le inferriate) e l'infrastruttura tecnica (canalizzazione e condotte dell'acqua potabile) ecc.: tutti questi elementi sono importanti testimonianze di grande valore culturale, degne d’essere restaurate e conservate. 


4.
Quali suggerimenti può dare per ricostruire il Parco di Villa Argentina nella sua parte alta, vale a dire l’area
comprendente la collina e il pianoro retrostante il muro col berceau?

Già  nel 1881 l’area comprendente la collina, il pergolato, il berceau centrale (purtroppo oggi scomparsi), il muro di delimitazione e il pianoro retrostante, faceva parte integrante del Parco. L’insieme costituito da questi elementi esaltava l’assialità, l’aspetto scenografico del Parco e il contatto visivo ininterrotto con il bosco a monte.

Nel parco di Villa Argentina convivono elementi caratteristici dei giardini sia all’italiana sia all'inglese, la cui moda fu tramandata durante tutta la seconda metà del XIX secolo. Il parco è da considerare un insieme di notevole valore culturale e  ritengo importante un approfondimento  della ricerca  sulla sua storia in modo da poter trovare delle valide soluzioni ed escludendo così imperdonabili errori.

                                                                                                                                            

 

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  • : Blog di parcodivillaargentina.over-blog.it
  • : salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
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