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26 febbraio 2020 3 26 /02 /febbraio /2020 21:32

Stravolgere il paesaggio, quale bene comune, determina la cancellazione della memoria storica collettiva quindi la distruzione del nostro futuro. Secondo Zanzotto «un bel paesaggio una volta distrutto non torna più, e se durante la guerra c’erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati alla sterminio dei campi: fatti che, apparentemente distinti fra loro, dipendono tuttavia dalla stessa mentalità».

A cura dell’Ing. Donato Cancellara, Associazione VAS per il Vulture Alto Bradano e Coordinamento “Salviamo il Paesaggio” per il Vulture Alto Bradano.

 

Il caso dell’impianto eolico alle porte di Matera

Ancora una volta il T.A.R. Basilicata si esprime sull’annosa vicenda dell’impianto eolico, denominato “Matine”, della Zefiro Energy S.r.l. alle porte del Comune di Matera. Un impianto costituito da 15 aerogeneratori e dalle relative opere connesse, di potenza elettrica complessiva di 37.5 MW. Pale eoliche di potenza 2.5 MW ciascuna con altezza torre di 100 metri, diametro rotore 90 metri ed altezza complessiva 145 metri. Sin dal rilascio dell’autorizzazione unica da parte della Regione Basilicata, nel lontano 2013, svariate le contestazioni da parte di alcuni organi istituzionali locali e di svariate associazioni ambientaliste per l‘ingiustificabile sfregio al contesto paesaggistico materano di altissimo pregio nonché al patrimonio storico, artistico e naturalistico. Prima di richiamare l’attenzione sulla recente pronuncia dei giudici amministrativi lucani, tramite la sentenza n. 23 del 3 gennaio 2020, occorre ritornare indietro con la memoria.

 

Prima importante pronuncia del TAR Basilicata sul caso Zefiro

Era il 20 dicembre 2014 quando il T.A.R. Basilicata pubblicò la sentenza n. 869/2014 successivamente confermata dal Consiglio di Stato con decisione n. 4947 del 29 ottobre 2015. Una sentenza che definimmo, sulla pagine di alcuni quotidiani locali, storica per la Lucania in quanto venne evidenziata la priorità dell’Ambiente, del Paesaggio e dei Beni culturali sulla realizzazione di un impianto eolico autorizzato dalla Regione Basilicata con D.G.R. n. 597/2013 a pochi chilometri da siti vincolati rispetto ai quali, pur non essendo direttamente interessati dalle croci d’acciaio rotanti, comunque avrebbe potuto arrecare negative conseguenze.

La società proponente il progetto “green” è la Zefiro Energy S.r.l. Tre furono i ricorrenti che nell’anno 2013 vollero affrontare la società Zefiro e la Regione Basilicata dinanzi al tribunale amministrativo: il Comune di Matera; la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici della Basilicata e l’Ente Parco della Murgia materna. Ricorsi che vennero unificati per l’analoga richiesta di annullamento della Deliberazione della Giunta regionale avente ad oggetto l’Autorizzazione Unica per la costruzione ed esercizio dell’impianto eolico della Zefiro con i relativi atti di istruttoria compreso il verbale della Conferenza di Servizi del 16 aprile 2013.

Sentenza lunga decine e decine di pagine, ma a nostro avviso la frase meritevole di apprezzamento fu sicuramente quella con cui viene bacchettata la Regione Basilicata. Nella sentenza si legge: “Alcuna norma o principio, a livello comunitario o nazionale, riconoscerebbe come prevalente l’esigenza energetica rispetto a quella di tutela paesaggistica, per cui il regime di favore per gli impianti eolici non potrebbe mai condizionare in maniera assoluta il giudizio di compatibilità ambientale, nel senso di obbligare il rilascio dell’autorizzazione in relazione ai benefici legati all’efficienza energetica per la collettività“. Ed inoltre, emerge che il parere della Soprintendenza non sarebbe stato presentato in seno alla Conferenza di Servizi motivo per cui, secondo il parere della società resistente Zefiro, il diniego espresso andava considerato inammissibile. Di parere opposto, il T.A.R. Basilicata secondo cui “tale assunto sarebbe errato […] l’omessa valutazione del parere obbligatorio e vincolante reso dalla Soprintendenza renderebbe, quindi, invalidi ed inefficaci tutti gli atti amministrativi emessi in Conferenza di Servizi e l’Autorizzazione Unica, quale atto finale e conclusivo del procedimento“.

Possiamo concludere che bene fece il T.A.R. Basilicata a ribadire ciò che di fatto è già insito nelle norme nazionali. Infatti, l’art. 12 comma 7 del D.lgs. n. 387 del 2003 consente la realizzazione, in area agricola, di impianti alimentati da fonti di energia rinnovabile purché ciò avvenga nel rispetto del paesaggio rurale.

 

Rilevante sentenza del Consiglio di Stato nel 2014

Quanto evidenziato dal TAR Basilicata nel 2014, sul caso Zefiro, venne ribadito dal Consiglio di Stato, con riferimento ad altra vicenda, con la sentenza n. 2222 del 2014: “il paesaggio è bene primario e assoluto, la tutela del paesaggio è quindi prevalente su qualsiasi altro interesse giuridicamente rilevante, sia di carattere pubblico che privato […] essere considerato come bene «primario» ed «assoluto», in quanto abbraccia l’insieme «dei valori inerenti il territorio» concernenti l’ambiente, l’eco-sistema ed i beni culturali che devono essere tutelati nel loro complesso, e non solamente nei singoli elementi che la compongono”.

Seconda importante pronuncia del TAR Basilicata sul caso Zefiro

La società Zefiro non ha voluto rinunciare alla realizzazione dell’impianto eolico così da ritornare all’attacco evidenziando, con una nota del 24 febbraio 2016, che i provvedimenti giurisdizionali non hanno riguardato il parere reso dal Comitato Tecnico regionale per l’Ambiente (C.T.R.A.) del 21 febbraio 2013 e che lo stesso andava considerato ancora valido ed efficace con necessaria conclusione del sub-procedimento di V.I.A. Tuttavia, è sfuggito alla società quanto affermato dalla Regione e condiviso dai giudici amministrativi: “benché non vi sia una disposizione che limiti l’efficacia temporale del parere del C.T.R.A., giova ricordare che, ai sensi del D.Lgs. n. 152/2006, il giudizio di compatibilità che ingloba il parere tecnico del C.T.R.A., ha una validità quinquennale, per cui un parere reso nel 2013 andrebbe, di fatto, riesaminato in ragione delle intervenute condizioni ambientali e normative“.

La Regione Basilicata non ha voluto dare seguito alle richieste della Zefiro, tanto da rendere necessaria la nomina di un commissario ad acta tramite Decreto prefettizio del 24 agosto 2017. Il Commissario si espresse per la conclusione negativa della Conferenza dei Servizi del 12.11.2018, costatando le criticità dell’impianto in relazione alla L.R. n. 54/2015 Recepimento dei criteri per il corretto inserimento nel paesaggio e sul territorio degli impianti da fonti di energia rinnovabili ai sensi del D.M. 10 settembre 2010“; le criticità rappresentate dal Comune di Matera, dall’Ufficio Urbanistica e pianificazione territoriale della Regione Basilicata e dalla Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio in ordine all’impatto visivo rispetto al Parco archeologico storico naturale delle chiese rupestri del materano,

Nella recente sentenza del T.A.R. Basilicata n. 23/2020, viene richiamata l’interferenza dell’impianto eolico con l’area buffer di 8.000 metri a partire dal perimetro esterno del sito UNESCO e con l’area buffer di 3.000 metri dal perimetro del manufatto “Torre Spagnola” su cui grava un vincolo archeologico – storico – monumentale diretto ed indiretto (Decreto del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali del 20.07.1988).

Viene affermato dai giudici amministrativi che la conclusione negativa della Conferenza di servizi non si è affatto limitata ad affermare un’assoluta preclusione all’istallazione del parco eolico nel sito prescelto. Infatti, l’esito negativo non è frutto dell’applicazione meccanica della legge regionale n. 54/2015 avendo tenuto conto anche dei motivati dissensi espressi dal Comune di Matera, dall’Ufficio Urbanistica e Pianificazione territoriale, della Soprintendenza e dell’Ente Parco quali amministrazioni preposte alla tutela paesaggistico – territoriale e del patrimonio storico – artistico.

Sono i giudici amministrativi ad evidenziare che “la ricorrente non si avvede che ben 3 aerogeneratori distano 734 mt, 2761 mt e 3758 mt da Torre Spagnola, dalla Masseria Danesi e dal limite esterno del Parco delle Chiese Rupestri, violando inevitabilmente, le prime due, la prescrizione di un buffer dui 3000 mt e la terza la prescrizione del buffer degli 8.000 mt“.

Pertanto, le disposizioni di cui alla L.R. n. 54/2015 non si pongono affatto in contrasto con le disposizioni previste dalle Linee Guida nazionale, D.M. 10 settembre 2010, così come alcun contrasto viene rilevato con l’art. 12, comma 10 del D.Lgs. n. 387/2003.

Nel rigettare il ricorso della Zefiro Energy S.r.l. secondo cui il diniego alla realizzazione del suo impianto si sarebbe posto in violazione delle norme costituzionale e comunitarie tese all’applicazione del principio della massima diffusione delle fonti di energia rinnovabile, i giudici del T.A.R. Basilicata sentenziano che “non si versa in ipotesi di totale preclusione dell’installazione di impianti eolici in tutto il territorio del Comune di Matera, bensì in una ben delimitata area in cui è ritenuto prevalente, con motivazione non manifestamente erronea o irragionevole, l’interesse costituzionalmente protetto alla tutela dell’ambiente e del paesaggio“.

Il Consiglio di Stato ribadisce la rilevanza costituzionale della tutela paesaggistica e del patrimonio culturale

Non ci potrebbe essere conclusione migliore se non quella offerta dal Consiglio di Stato la cui recente pronuncia sancisce, nuovamente, la rilevanza della tutela paesaggistica e del patrimonio culturale quale principio costituzionale e, come tale, prevalente su altre materie legate al governo del territorio che sono evidentemente collocate in posizione subordinata ai principi della nostra Costituzione. Prendendo in prestito alcune frasi della sentenza del Consiglio di Stato n. 7839/2019, si spera in un anno 2020 maggiormente rivolto alla salvaguardia della memoria storica collettiva insita nel Paesaggio nel quale il nostro territorio, quindi tutti coloro che lo abitano, rappresenta parte integrante ed inscindibile:

Giova premettere che la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico è principio fondamentale della Costituzione (art. 9) ed ha carattere di preminenza rispetto agli altri beni giuridici che vengono in rilievo nella difesa del territorio, di tal che anche le previsioni degli strumenti urbanistici devono necessariamente coordinarsi con quelle sottese alla difesa di tali valori.

La difesa del paesaggio si attua eminentemente a mezzo di misure di tipo conservativo, nel senso che la miglior tutela di un territorio qualificato è quella che garantisce la conservazione dei suoi tratti, impedendo o riducendo al massimo quelle trasformazioni pressoché irreversibili del territorio propedeutiche all’attività edilizia; non par dubbio che gli interventi di antropizzazione connessi alla trasformazione territoriale con finalità residenziali, soprattutto quando siano particolarmente consistenti per tipologia e volumi edilizi da realizzare, finiscono per alterare la percezione visiva dei tratti tipici dei luoghi, incidendo (quasi sempre negativamente) sul loro aspetto esteriore e sulla godibilità del paesaggio nel suo insieme. Tali esigenze di tipo conservativo devono naturalmente contemperarsi, senza tuttavia mai recedere completamente, con quelle connesse allo sviluppo edilizio del territorio che sia consentito dalla disciplina urbanistica nonché con le aspettative dei proprietari dei terreni che mirano legittimamente a sfruttarne le potenzialità edificatorie“.

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23 maggio 2019 4 23 /05 /maggio /2019 22:56

Luca Mercalli e i cambiamenti climatici

«Sei disposta a rinunciare a volare in aereo?» Questa domanda, posta dal climatologo Luca Mercalli giovedì 2 maggio nella Biblioteca cantonale di Lugano a una giovane che gli chiedeva cosa lei potesse fare concretamente per ridurre il suo impatto sulla Terra e quindi sul clima, riassume il centro del dibattito seguito alla conferenza «La crisi climatica è rapida, la politica ambientale è lenta», organizzata dal Club Plinio Verda.

A cosa siamo disposti a rinunciare del nostro odierno modo di vita per contribuire a diminuire l’impatto umano sugli equilibri vitali mondiali? La giovane ha ipotizzato una rinuncia all’aereo a condizione che diminuiscano i prezzi dei trasporti pubblici, in particolare del treno. E, con la stessa mentalità, moltissimi si dicono disposti a rinunciare a qualcosa ponendo però condizioni, avanzando se e ma. Eppure, dice Luca Mercalli, a breve – questione di qualche decennio – saremo di fronte all’impossibilità tanto di avanzare condizioni per un cambiamento del nostro modello di vita, quanto di essere liberi di decidere a cosa rinunciare: saranno i fatti a imporre cambiamenti drastici a tutti.

Come spiega il conferenziere il problema del mutamento del clima non è una scoperta scientifica del XXI secolo: dal 1979 vi è la piena coscienza scientifica del legame tra aumento della temperatura e CO2 (rapporto Charney, «Anidride carbonica e clima: una valutazione scientifica», pubblicato dall'Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti); da decenni il mondo scientifico internazionale (quello indipendente, che non è finanziato indirettamente o direttamente dalle lobby economiche dominanti) ha fornito spiegazioni scientifiche circa le alterazioni che l’azione dell’uomo sta provocando sul clima e, più in generale, sul tessuto ecologico che ha garantito per milioni di anni la vita sulla terra. Molti di questi scienziati hanno subito attacchi e denigrazione, esattamente come li subì la biologa Rachel Carson nel 1962, quando pubblicò il libro «Primavera silenziosa», nel quale denunciava il pericolo dell’uso di pesticidi clorurati come il DDT, partendo dall’analisi delle alterazioni ai cicli biologici, constatate a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’industria chimica promosse campagne denigratorie contro la signora Carson, rea di aver scoperto e documentato le devastanti intossicazioni provocate dai prodotti chimici creati per combattere zanzare e altri insetti nocivi all’agricoltura.

Ma al di là dell’industria del fango massmediatico che ha tentato di screditare i ricercatori indipendenti che hanno dato i primi allarmi, il vero e drammatico problema è rappresentato dal tempo, che viene a mancare per intervenire con incisività: secondo il climatologo Mercalli e i suoi colleghi non si potranno più scongiurare i danni e i disastri ma solo, in parte, mitigarli. Questo è anche il risultato di un fenomeno descritto dal biologo statunitense Commoner, nel 1971: «ciò che è reale nelle nostre vite, e in contrasto con la logica razionale dell’ecologia (…), è l'inerzia, apparentemente senza speranza, del sistema economico e politico (…)». È proprio questa inerzia che porta a rinviare l’adozione delle necessarie e drastiche misure per ridurre l’impatto dell’uomo. Un’inerzia politica che si scherma con lo "sviluppo sostenibile", in nome del quale le autorità giustificano sempre nuove infrastrutture, crescita urbana e sfruttamento della natura, dopo una (per lo più ridicola) "ponderazione degli interessi in gioco" che, nella stragrande maggioranza dei casi, favorisce quelli di quel tipo di economia fondata sulla distruzione degli ecosistemi.

Non c’è speranza, allora? Luca Mercalli scrive nel suo ultimo libro «Non c’è più tempo – come reagire agli allarmi ambientali», che «la fotografia istantanea di un presente tutto sommato accettabile per il nostro mondo occidentale, seduto sugli allori dell’abbondanza e della tecnologia, non permette di cogliere gli scricchiolii che preludono a un futuro difficile, e quindi spazzano via ogni possibilità di prevenzione efficace. Il tempo utile scorre via, e la società si distrae con altri temi, del tutto marginali, eretti a fondamentali».

Le marce per il clima di questi mesi, nate grazie alla determinazione della ragazza svedese Greta Thunberg, sono un segnale che induce a una minima speranza poiché mostrano un'apparente presa di coscienza della gravità della situazione. Ma non bastano. Al di là dei proclami, conterà solo la capacità di modificare subito il modello di vita consumistico di tipo occidentale impostosi negli ultimi settant’anni, che oggi si estende su quasi tutto il pianeta, e di abbandonare l’ideologia della crescita illimitata (compresa quella demografica, indicata dal conferenziere come la causa prima dell’impatto devastante della nostra specie).

 

Tiziano Fontana, consigliere comunale I Verdi

 

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15 settembre 2018 6 15 /09 /settembre /2018 00:15

 

Il prossimo 23 settembre votiamo a favore di due importanti iniziative popolari riguardanti l’agricoltura: "Iniziativa per alimenti equi" (promossa dai Verdi) e "Per la sovranità alimentare" (promossa dal sindacato dei contadini romando Uniterre)!

Entrambe vogliono un’agricoltura svizzera ed estera più sana per i consumatori e per l’ambiente. In comune hanno la volontà di sostenere lo sviluppo sostenibile e l’agricoltura regionale, condizioni di lavoro eque e dazi d’importazione; i Verdi chiedono, inoltre, un’alta qualità per i prodotti importati, un commercio equo, una migliore dichiarazione dei prodotti e l’adozione di misure contro lo spreco alimentare; Uniterre rivendica più aziende piccole, più agricoltori, più superficie agricola, il divieto di OGM (per il momento esso esiste ma viene prorogato ad ogni scadenza) e prezzi giusti regolamentati dallo Stato.

Il settore agricolo e l’agricoltura più in generale sono beni vitali per una società poiché forniscono la base alimentare e curano il territorio. Dovrebbero quindi essere oggetto di una politica accorta, volta a garantire la sovranità alimentare a ogni Paese e dovrebbero essere sottratti alle logiche mercantilistiche speculative e agli appetiti della finanza.

Vediamo a livello internazionale esattamente il contrario, con le ripercussioni che ci coinvolgono, direttamente o indirettamente: Stati e fondi di investimento (anche le nostre stesse casse pensioni, banche e assicurazioni) vanno a caccia di terre agricole (land grabbing) a livello internazionale (dall’Africa all’America latina, dall’Asia al cuore stesso dell’Europa), provocando, per esempio in Asia, America latina e Africa, l’espulsione di centinaia di migliaia di contadini che vivevano sulle terre demaniali ora privatizzate e che vanno così ad ingrossare le periferie delle grandi metropoli diventando emigranti forzati che cercano il futuro altrove, Europa compresa); nelle Borse si contrattano le produzioni agricole come merce qualsiasi, con speculazioni che conducono anche all’aumento dei prezzi; i grandi distributori spuntano prezzi stracciati ai produttori agricoli costretti a cedere perché abbandonati dallo Stato.

L’ideologia liberista oggi imperante e la conseguente politica applicata dal Consiglio federale che promuove la liberalizzazione dei mercati considera l’agricoltura come un qualsiasi altro settore economico e spesso essa viene sacrificata sull’altare degli “altri interessi superiori” (finanza, industria ecc.) nelle trattative di libero scambio. La politica settoriale federale favorisce le grandi aziende agricole che aumentano sempre più la loro estensione, a detrimento delle aziende di medie e piccole dimensioni che sono invece preponderanti nelle valli e nei Cantoni di montagna.  Negli ultimi 30 anni sono scomparse 35mila fattorie e 100'000 mila posti di lavoro.

Dinamiche mondiali, nazionali e regionali suggeriscono una svolta nell’approccio all’agricoltura, alle terre agricole, alla salute umana e al cibo. Queste due iniziative vanno in questa direzione.

La Svizzera del resto non è sola in questa via, poiché anche a livello europeo si muovono agricoltori e associazioni con la campagna «Good Food, Good Farming» per attirare l’attenzione sulla prossima riforma della politica agricola comune europea, che entrerà in vigore nel 2020. Si vuole ottenere una nuova PAC europea che sostenga i piccoli agricoltori e il mondo rurale, che non incida sul cambiamento climatico o sulla sofferenza degli animali e soprattutto che fornisca cibo sano per tutti. Ciò naturalmente include la protezione di suolo, acqua, ecosistemi e biodiversità.

Spetta a noi scegliere un futuro migliore, tenendo conto anche dei cambiamenti climatici in atto che porteranno a sconvolgimenti nel commercio internazionale dei generi alimentari.

 

Tiziano Fontana, consigliere comunale i Verdi

 

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12 settembre 2017 2 12 /09 /settembre /2017 22:39

Riprendo da Internazionale online questo interessantissimo articolo sui cambiamenti climatici e le ripercussioni che si avranno in Pianura Padana: dovrebbe aiutare a far riflettere anche i nostri politici ticinesi, magari, sempre che abbiano voglia di togliere la testa china sui tavoli carichi di atti notarili di compra-vendita, domande di costruzione, transazioni immobiliari e finanziarie, megaprogetti di "sviluppo", mega-opere di pseudo-privati finanziate con soldi pubblici ecc. 

Tiziano   

Il cambiamento climatico minaccia la pianura padana
di Marcello Rossi   

Il clima sta cambiando, i suoi effetti sono evidenti e le responsabilità delle attività umane sono innegabili. Internazionale online, 11 settembre 2017 (p.d.)

 

A Fiorenzuola d’Arda, un piccolo comune a sudest di Piacenza, Franco Varani si china per vedere come stanno le piante di pomodoro che occupano la maggior parte degli 80 ettari dell’azienda agricola di famiglia. Dopo aver staccato un frutto, me lo mostra indicandomi la parte inferiore, annerita e secca. “Succede quando la pianta non riceve acqua a sufficienza”, mi spiega. È una mattinata afosa di metà luglio, ci sono già più di 30 gradi e l’aria è appiccicosa. Una strada taglia in due i campi di Varani. Le piante di pomodori formano lunghe file simmetriche e non sembrano passarsela bene: nonostante manchino ancora due settimane alla raccolta, molte stanno già appassendo e gran parte del raccolto andrà perduto. Le terre di Varani confinano con quelle di altri coltivatori. E anche nelle loro, sotto il sole cocente, molte piante stanno morendo. La causa è una delle peggiori siccità degli ultimi decenni, che nei mesi scorsi ha investito l’Italia e che secondo Coldiretti ha fatto perdere più di due miliardi al settore agricolo nazionale.

Anche se ha riguardato l’intero paese, costringendo sindaci e governatori a dichiarare lo stato d’emergenza, alcune zone ne hanno risentito di più. La pianura padana, dove si concentra il 35 per cento della produzione agricola nazionale e dove si produce circa il 40 per cento del pil italiano, è una di queste: la sua principale riserva d’acqua, il bacino idrico del Po, si è ridotta drasticamente proprio nei mesi in cui c’era più bisogno di irrigare i campi. “L’acqua da queste parti non è mai stata un problema, ora invece dobbiamo scegliere quali coltivazioni innaffiare e quali lasciare al loro destino,” dice Varani. Come molte altre aziende della zona tra Piacenza e Parma, anche la sua ha dovuto fare i conti con disponibilità di acqua inferiori rispetto al passato. “Su circa 60 ettari coltivati a pomodoro, siamo riusciti a irrigarne 13. Poi l’acqua è finita”, dice.

La struttura che fornisce a Varani l’acqua per i suoi campi, ovvero la diga di Mignano – una piccola chiusa costruita su un affluente del Po – a giugno è stata chiusa, mettendo in difficoltà molti agricoltori. È la prima volta che accade in ottant’anni. “Non avevo mai visto niente di simile in tutta la mia vita e nemmeno credevo fosse possibile”, aggiunge Varani. “Abbiamo vissuto momenti di crisi anche in passato, ma siamo sempre riusciti a cavarcela. Questa volta però è diverso, non so proprio come faremo ad andare avanti”, conclude.

Campane a morto
Il Po è il più lungo dei fiumi italiani, a volerlo seguire per intero si percorrerebbero 652 chilometri. Alimentato da 141 affluenti, il suo bacino idrico attraversa sette regioni, tocca più di 3.200 comuni e copre un’area di circa 71mila chilometri quadrati. Le sue acque sono un elemento centrale della pianura padana e hanno dato vita a storie e leggende in cui non a caso viene chiamato Grande fiume. Osservarlo da vicino, vedere l’acqua fluire normalmente in alcuni punti e abbassarsi in altri, quasi a diventare un ricordo di giorni più fortunati, aiuta a capire gli effetti della siccità su un pezzo consistente del nostro paese.

Per ragioni geografiche e climatiche, i periodi di secca sono ricorrenti nell’area. Negli ultimi vent’anni, episodi di siccità ci sono stati nel 2003, nel 2007 e nel 2012. Ma l’estate del 2017 sarà ricordata come una delle più calde e meno piovose della storia recente in Italia. Me lo conferma il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), secondo cui durante i mesi estivi sono state registrate temperature al di sopra della media rispetto al trentennio di riferimento 1970-2000.

I periodi di siccità sono diventati sempre più numerosi, così come le piogge torrenziali che colpiscono il nostro paese. “Il clima sta già cambiando e aumentano i fenomeni meteorologici estremi”, denuncia Legambiente. “Dal 2013 al 2016 ben 18 regioni sono state colpite da 102 eventi estremi che hanno provocato alluvioni o fenomeni franosi”, si legge nel rapporto Le città alla sfida del clima. Per quanto possano sembrare distanti, per quanto possa sembrare che si neghino a vicenda, questi eventi sono collegati all’irruzione sulla scena di un unico fattore, e cioè il cambiamento climatico. Tuttavia, ogni volta che si pronunciano queste due parole, si alzano i sopraccigli degli scettici. A molte persone sembra di muoversi in un terreno sconosciuto, lontano, quasi fantascientifico. Ma per vederne gli effetti, basta spostarsi da Fiorenzuola d’Arda a Volpedo, in provincia di Alessandria.

Nel cuore della val Curone, a circa 200 chilometri dalla sorgente del Po, alberi da frutto si inerpicano sulle colline che circondano il paese. Gianpiero Chiapparoli, responsabile della cooperativa Volpedo, mi spiega che qui questo tipo di coltivazioni si è diffuso tra le due guerre mondiali proprio grazie al fatto che fosse un territorio ricco d’acqua. Molte famiglie vivono ancora di questo, ma tante cose sono cambiate rispetto al passato e la situazione per alcuni è drammatica. Gran parte delle mele, delle ciliegie, delle albicocche e delle susine hanno subìto danni ingenti, così come il 70 per cento delle pesche di Volpedo, uno dei frutti più pregiati della zona. L’emergenza ha spinto l’amministrazione comunale ad annullare la festa tradizionale di fine luglio e a far suonare le campane a morto in segno di protesta. “Per quel che riguarda le pesche, parliamo di 800mila euro di fatturato in meno rispetto all’anno scorso”, dice Chiapparoli. “Nel complesso, il fatturato della cooperativa Volpedo passa da tre milioni di euro nel 2016 a 1,3 nel 2017”.

E la situazione non è migliore nella zona del delta del Po. Nell’area del Polesine i raccolti di mais e soia si sono dimezzati, impedendo anche la produzione di foraggio per il bestiame. Mentre nella provincia di Venezia il basso livello delle falde ha favorito l’infiltrazione dell’Adriatico lungo le foci dei fiumi in secca. Il fenomeno prende il nome di cuneo salino ed è uno dei problemi che fa più paura agli studiosi. “Nel delta del Po si verificava già negli anni cinquanta, ma la risalita non andava oltre tre chilometri dalla foce”, spiega Alessio Picarelli, dirigente dell’autorità di bacino del fiume Po. “Mentre oggi è stata rilevata a più di 20 chilometri dal mare. I motivi sono tanti, dall’abbassamento del canale di scorrimento del fiume per il continuo prelievo di sabbia e pietrisco agli stati di magra del Po, un fenomeno in netto aumento a causa del cambiamento climatico”, aggiunge Picarelli. Nelle campagne del litorale veneto il cuneo salino ha reso inutilizzabile l’acqua per irrigare e ha così causato danni ingenti agli agricoltori, facendo registrare quasi il 30 per cento di raccolto in meno rispetto al 2016.

L’influenza umana
I numeri delle aziende e i racconti degli agricoltori fanno pensare che il cambiamento climatico ci riguardi molto più di quanto crediamo e che la situazione sia più grave di quanto si immagini. L’aumento della temperatura media globale nel 2012 è stato di 0,85 gradi rispetto al livello preindustriale, spiega un rapporto delle Nazione Unite. L’Italia non fa eccezione, anzi. Nel 2015 la temperatura è aumentata di 1,58 gradi rispetto alla media annuale. “Il valore più elevato dal 1961”, si legge nello studio dell’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra).

Nel caso della pianura padana, l’analisi dell’agenzia regionale per la protezione ambientale dell’Emilia-Romagna (Arpae) conferma i dati delle Nazioni Unite e dell’Ispra: “Dal 1960 a oggi sul bacino del Po si osserva un aumento delle temperature medie annue di circa due gradi, che potrebbero arrivare a tre o quattro alla fine del secolo”. Al tempo stesso, rispetto a trent’anni fa le precipitazioni medie annue sono diminuite del 20 per cento. Secondo uno studio del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici(Cmcc), il cambiamento climatico ha giocato un ruolo determinante nel ridurre le riserve idriche del bacino. La situazione è evidente grazie ai dati raccolti dalla stazione di Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara.

“I numeri ci dicono che più ci si avvicina al presente, più le temperature aumentano e più le precipitazioni diminuiscono”, dice Paola Mercogliano, una delle autrici dello studio del Cmcc. “La combinazione tra questi due fattori influisce sulla disponibilità idrica in diversi modi. Il ciclo idrologico alterato provoca uno scioglimento anticipato dei nevai e le stagioni di coltivazione diventano più lunghe, facendo così crescere la domanda d’acqua e i prelievi: è un circolo vizioso”, spiega Mercogliano.

A Pontelagoscuro i rilevamenti sono effettuati in corrispondenza di un ponte ferroviario dei primi del novecento, una struttura che collega le due sponde del fiume lungo la linea Bologna-Ferrara. Nella banchina sono ormeggiate alcune chiatte per la ghiaia e un rimorchiatore. Lungo il bacino del Po c’è una rete navigabile di oltre 900 chilometri, che serve una manciata di porti commerciali e alcuni attracchi industriali privati. Ogni giorno gli operatori ricevono un’email dall’agenzia interregionale per il fiume Po (Aipo) con gli aggiornamenti sui livelli del fiume. “Lo scorso marzo, qui il livello segnava -4,9 metri, lo stesso che di norma si registra ad agosto e due metri in meno rispetto allo stesso periodo del 2016”, mi dice Dario Barborini, che da più di vent’anni lavora come manovratore sulle chiatte. “Io qui ci sono nato e non ricordo nulla del genere”. Secondo lo studio del Cmcc, la situazione è destinata ad aggravarsi. “Abbiamo simulato lo scenario nel periodo tra il 2021 e il 2050. Nella valle del Po le temperature continueranno ad aumentare e le piogge saranno sempre meno, la portata del fiume si ridurrà in estate e gli eventi di magra saranno più frequenti e severi”, dice Mercogliano.

Verso nord
Carlo Cacciamani, responsabile del servizio idrometeorologico dell’Arpae, mi spiega a cosa ci dovremmo abituare nei prossimi anni: “È probabile che l’aumento delle temperature comprometterà i raccolti sia in termini di quantità sia di qualità, mentre la richiesta d’acqua sarà sempre maggiore. Inoltre, il clima dell’Europa meridionale diventerà sempre più tropicale, e animali e coltivazioni saranno costretti a spostarsi verso nord e verso altitudini più elevate. Quelle di ulivo sono arrivate a ridosso delle Alpi, per dire”.

Il cambiamento riguarderà anche i cicli stagionali, che saranno meno definiti di un tempo. “Le coltivazioni potranno essere esposte a rischi che prima non correvano, come quello di gelate tardive”, conclude Cacciamani. Gli esperti temono inoltre che non sarà possibile garantire le stesse quantità d’acqua usate oggi per irrigare i campi. Ogni anno vengono estratti dal bacino del Po circa 20,5 miliardi di metri cubi d’acqua. Gran parte – 16,5 miliardi di metri cubi – è destinata al settore agricolo. “Il cambiamento climatico ridurrà la disponibilità di acque superficiali, la ricarica delle falde sarà inferiore rispetto a oggi e i livelli si abbasseranno, causando una riduzione delle risorse idriche”, dice Alessio Picarelli dell’autorità di bacino del fiume Po.

Adattamento e pianificazione
Viene da chiedersi cosa si possa fare di fronte a queste previsioni. Quali provvedimenti si debbano prendere per salvare il paesaggio stupefacente che rapisce chi si addentra nell’area del delta. Qui, sotto il sole impietoso di questa estate caldissima, le ramificazioni del fiume sembrano infinite, qua e là si intravedono golene secche e polverose, mentre sullo sfondo antichi casolari si fanno spazio tra dune fossili e pioppi bianchi. Navigando tra il verde e il blu delle lagune non è raro imbattersi in gabbiani reali e aironi rossi, così come negli operai delle aziende specializzate nell’acquacoltura, anch’esse in difficoltà. Cosa ne sarà di tutto questo?

Le strade per affrontare la situazione sono due: quella della mitigazione e quella dell’adattamento. La prima riguarda l’adozione di politiche per ridurre le emissioni di gas serra ed è fondamentale nel caso della pianura padana, visto che nella valle del Po si respira l’aria peggiore di tutta l’Europa occidentale, dice l’Organizzazione mondiale della sanità. “Intanto, si potrebbe applicare una rotazione delle colture, così da aumentare o almeno mantenere la fertilità dei terreni”, dice Silvano Pecora, responsabile del servizio idrologia dell’Arpa dell´Emilia-Romagna e vicepresidente dell’Organizzazione mondiale per la meteorologia. Per quanto riguarda l’adattamento alle mutazioni del clima, Pecora è convinto che “bisognerà produrre alimenti in modo più efficiente, adottare nuovi combustibili biologici, usare tecniche di irrigazione che consentano un maggiore risparmio idrico, scegliere materiale genetico più adatto alle nuove condizioni climatiche e colture che abbiano bisogno di meno acqua”.

I costi per tradurre tutto questo in realtà sono trascurabili rispetto a quelli da sostenere se non si fa niente, ma gli ostacoli per farlo sono molti. Il primo è di ordine burocratico. Il Po è stretto tra un’intricata rete di norme e un numero indefinito di consorzi, agenzie, autorità e commissioni. Un sistema così complesso che “diventa quasi impossibile applicare certe misure di adattamento”, dice Pecora.

Un problema di comunicazione
Il secondo ostacolo riguarda la comunicazione. “Comunicare i cambiamenti climatici non è facile. Sono argomenti complessi, basati su dati scientifici non sempre di immediata comprensione, descritti il più delle volte con grafici e tabelle”, mi dice Luca Mercalli, presidente della società di meteorologia italiana. “Non c’è preoccupazione o negazionismo, c’è piuttosto un clima di indifferenza”, spiega. “L’informazione non manca. Quello che manca è invece una discussione costante che aiuti a comprendere quali saranno le conseguenze nel breve e nel lungo periodo”. I problemi, secondo Mercalli, sono due. “Da una parte, gli intellettuali che hanno deciso di spendersi per la causa sono pochi; dall’altra, manca una visione politica autorevole in grado di trasformare iniziative singole in azioni collettive”. La conclusione è amara: “Allo stato attuale, diventa difficile far passare il concetto che l’impatto del cambiamento climatico è una questione ineludibile”.

Il romanziere Guido Conti ha scritto che il fiume che “passa per Torino e accarezza il parco del Valentino è diverso da quello dell’Oltrepò pavese e da quello che comincia a Piacenza, e non è lo stesso che solca la pianura fino a Mantova; da Ferrara al delta, il fiume cambia di nuovo aprendosi come un fiore di canali verso il mare”. Ha ragione a dire che il Po ha mille facce, mille colori, mille forme. Purtroppo, ad accomunarle oggi è l’ombra del cambiamento climatico sulle sue acque, la minaccia che venga recisa una delle arterie principali di questo paese.

Da sapere
L’accordo di Parigi. Il testo è stato approvato il 12 dicembre 2015. Alla conferenza che si era tenuta a Copenaghen nel 2009, l’obiettivo era di limitare l’aumento della temperatura globale rispetto ai valori dell’era preindustriale. L’accordo di Parigi stabilisce che questo rialzo va contenuto “ben al di sotto dei 2 gradi”, sforzandosi di fermarsi a 1,5 gradi.
 
Ecosistemi a rischio. Uno studio pubblicato su Nature ha analizzato gli effetti della siccità e i tempi di recupero degli ecosistemi. Nelle aree più vulnerabili la vegetazione può impiegare anni per riprendersi e diventa più esposta a malattie e incendi. L’aumento della frequenza dei periodi secchi previsto per i prossimi anni potrebbe portare molti ecosistemi al collasso.
 
Le ricadute sulla salute. Secondo un rapporto del Medical society consortium bambini, anziani, persone con malattie croniche, quelle con un reddito basso e le donne in gravidanza risentiranno del cambiamento climatico più di altre.
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14 luglio 2017 5 14 /07 /luglio /2017 00:10
Un bel pensiero ritrovato in un file dove avevo raccolto pensieri di saggezza antica
Tiziano
Non mi interessa cosa fai per vivere,
voglio sapere per cosa sospiri,
e se rischi il tutto per trovare i sogni del tuo cuore.
Non mi interessa quanti anni hai,
voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per l’amore,
per i sogni, per l’avventura di essere vivo.
Non voglio sapere che pianeti minacciano la tua luna,
voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore,
se sei rimasto aperto dopo i tradimenti della vita,
o se ti sei rinchiuso per paura del dolore futuro.
Voglio sapere se puoi sederti con il dolore, il mio o il tuo;
se puoi ballare pazzamente e lasciare l’estasi riempirti fino alla punta delle dita,
senza prevenirti di cautela, voler essere realista, o ricordarti le limitazioni degli esseri umani.
Non voglio sapere se la storia che mi stai raccontando sia vera. Voglio sapere se sei capace di deludere un altro per essere autentico a te stesso,
se puoi subire l’accusa di un tradimento e non tradire la tua anima.
Voglio sapere se sei fedele e quindi hai fiducia.
Voglio sapere se sai vedere la bellezza anche quando non è bella tutti i giorni
se sei capace di far sorgere la tua vita con la tua sola presenza.
Voglio sapere se puoi vivere con il fracasso, tuo o mio,
e continuare a gridare all’argento di una luna piena.
Non mi interessa sapere dove abiti o quanti soldi hai,
mi interessa se ti puoi alzare dopo una notte di dolore, triste o spaccato in due, e fare quel che si deve fare per i bambini.
Non mi interessa chi sei, o come hai fatto per arrivare qui,
voglio sapere se sapresti restare in mezzo al fuoco con me, e non retrocedere.
Non voglio sapere cosa hai studiato, o con chi o dove,
voglio sapere cosa ti sostiene dentro, quando tutto il resto non l’ha fatto.
Voglio sapere se sai stare da solo con te stesso,
e se veramente ti piace la compagnia che hai nei momenti vuoti.
 

Scritto da un'indiana della tribù degli Oriah (1890)

 

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1 novembre 2015 7 01 /11 /novembre /2015 22:02

Fermate il cemento nella nostra campagna e in Umbria torna la rivolta del Contado

di Tomaso Montanari (La Repubblica, 29 Ottobre 2015)

In Italia ci sono ancora popolazioni che protestano quando si vuole seppellire di cemento l'antico paesaggio nel quale si riconoscono, e combattono uniti contro il governatore che vuole abbattere il vincolo ambientale. Gli ultimi erano stati i Longobardi e i Bizantini: era dal VI secolo dopo Cristo che nel Contado di Porta Eburnea non si combatteva una battaglia altrettanto carica di futuro. Siamo a sei chilometri a sud-ovest di Perugia, tra le valli dei fiumi Caina, Genna e Nestore, in un territorio di bellezza spettacolare: centoventi chilometri quadrati di paesaggio intessuto di monasteri, torri, ville, piccoli borghi medioevali. L’Italia: al suo meglio. Quella che diresti che ormai non c’è più. E che invece resiste: almeno fino a quando lo consentiremo.

È un storia remota, quella che ha imposto al Contado la sua omogeneità culturale e visiva: è il 570 dopo Cristo quando i Longobardi non riescono a sfondare la linea delle fortificazioni di Narni, Amelia, Todi, Perugia e Gubbio. Si forma così il cosiddetto Corridoio Bizantino, che per quasi due secoli continuerà a connettere Roma a Ravenna, un resto di Italia romana sempre più accerchiata dai ducati longobardi. Nel 593 i Bizantini arrivano fino a creare un lago artificiale, che possa fermare l’avanzata dei “barbari”. Ed è in questa resistenza — militare e culturale — che affonda le sue radici l’immagine di questa parte d’Umbria: perché, intorno all’anno Mille, le numerosissime strutture difensive che punteggiavano quella parte di Corridoio Bizantino divennero altrettanti luoghi di abitazione e lavoro per i monaci benedettini. La Grangia di Monticelli fu un’enorme azienda agricola monastica, che fece subentrare le ragioni dell’economia rurale e della preghiera a quella della guerra. Cosa quasi miracolosa, gli ultimi mille anni (e soprattutto gli ultimi cento) non hanno cambiato le cose più di tanto, permettendo a Perugia di conservare (almeno su questo lato) ciò che un tempo era il vanto di ogni città italiana: il dolce trapasso tra il tessuto urbano e la campagna. Come scriveva Carlo Cattaneo nel 1858, «la città formò col suo territorio un corpo inseparabile»: una realtà che, mezzo millennio prima, il Buon governo affrescato a Siena da Ambrogio Lorenzetti aveva rappresentato con la forza delle immagini.

Ma come in tutte le favole, ad un certo punto arriva una strega cattiva: e la strega in questo caso si chiama speculazione edilizia. Perugia si espande, e sposta i suoi ospedali proprio verso il Contado. E nel cuore di quest’ultimo si cominciano a costruire complessi edilizi di cinque piani tra viali di tigli e ville storiche (sul crinale tra Pila e Badiola), si progettano strade a scorrimento veloce, si creano nuovi paesi di cemento accanto a borghi medioevali spopolati (115.000 metri cubi a San Biagio della Valle). È a questo punto che i cittadini del Contado insorgono. Nel gennaio 2010 otto associazioni nate dal basso, comuni cittadini, proprietari di dimore storiche chiedono al Ministero per i Beni culturali di dichiarare che la salvaguardia del Contado di Porta Eburnea è di particolare interesse pubblico: in pratica, chiedono di vincolarlo, cioè di salvarlo prima che sia troppo tardi. Una volta tanto, lo Stato c’è, esiste, risponde. Dopo lunghe battaglie, e a prezzo di molti compromessi ( l’area da difendere scende da 110 a 58,5 km quadrati), nel maggio di quest’anno il vincolo arriva. Tutto bene, dunque? Per niente: come in un film dozzinale, la strega apparentemente morta si rialza, più cattiva di prima. E, paradossalmente, la strega ha ora il volto della Regione Umbria e del Comune di Marsciano: i quali, invece di essere felici per la salvezza del loro stesso territorio, hanno deciso di ricorrere al Tar per annullare il vincolo. Non è un episodio isolato: insieme alla Liguria di Toti, l’Umbria di Catiuscia Marini è forse la regione oggi più amica del cemento. Basti dire che nel marzo scorso il governo Renzi (non propriamente verde: si ricordi lo Sblocca Italia) ha deciso di impugnare davanti alla Corte Costituzionale il Programma Strategico Territoriale dell’Umbria, che pretenderebbe di sottoporre ab origine il Piano del Paesaggio alle esigenze dello sviluppo, in una specie di condono preventivo tombale. Ma c’è di peggio: la giunta regionale è arrivata a confezionare un dossier di 34 pagine (si trova sul web) per chiedere al ministro Franceschini di rimuovere il soprintendente Stefano Gizzi, colpevole di fare il suo mestiere, cioè di difendere il territorio. Nel dossier si legge che il vincolo del Contado di Porta Eburnea osa imporre - udite udite - prescrizioni «molto dettagliate e restrittive, e di forte impatto sulla pianificazione urbanistica di livello comunale». Un vincolo che vincola: quale oltraggio! Naturalmente, l’argomento principe della Regione è l’eterna equazione cemento= lavoro.

Ed è esemplare che a smentire questa visione insostenibile e suicida dello sviluppo siano stati i lavoratori umbri dell’edilizia, che nel pieno della battaglia per il Contado hanno diffuso un documento in cui dicono che dalla crisi del settore (pesantissima: dal 2009 al 2014 le imprese edili umbre sono scese da 4.548 a 2.838, e le ore lavorate da 20 a 10 milioni) si esce «limitando il consumo di territorio », e invece «puntando al recupero, alla difesa del territorio, del paesaggio e del patrimonio storico-artistico-culturale, alla riqualificazione urbana, all’efficientamento energetico, alla messa in sicurezza delle scuole e di tutti gli edifici pubblici». Una bella lezione di lungimiranza, concretezza e responsabilità.

A giorni le associazioni di cittadini che difendono il Contado di Porta Eburnea depositeranno una diffida al Comune ed alla Regione, con l’invito a ritirare il ricorso contro il vincolo, in autotutela. Una copia della diffida sarà inviata alla Corte dei Conti chiedendo che, se il Tar rigetterà il ricorso, i consiglieri comunali e regionali paghino le spese di giudizio di tasca propria. Come dire: se proprio volete distruggere il paesaggio italiano, almeno non fatelo a spese nostre.

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2 giugno 2015 2 02 /06 /giugno /2015 23:17

Mendrisio, 31 maggio 2015

La Sezione dei Verdi del Mendrisiotto e la sezione dei Verdi di Mendrisio presentano le seguenti osservazioni sul comparto Valera:

1. Riteniamo che la domanda di costruzione per l’edificazione di un nuovo capannone per lo stoccaggio di inerti e materiali edili sul fondo no. 792 Mendrisio sezione Rancate, presentata negli scorsi giorni da Leonello Fontana, sia in contrasto con la pianificazione che il Municipio di Mendrisio sta elaborando;

2. Di conseguenza chiediamo al Municipio di Mendrisio di applicare l’art. 62 della legge sullo sviluppo territoriale (LST) che stabilisce che «Il Municipio o il Dipartimento sospendono per due anni al massimo le proprie decisioni se, in assenza di una zona di pianificazione, la domanda di costruzione appare in contrasto con uno studio pianificatorio in atto» e quindi di sospendere la domanda di costruzione di cui sopra;

3. Chiediamo inoltre al Municipio di Mendrisio di non più perdere tempo come ha fatto in questi ultimi anni e di rinunciare alla sua idea di creare un polo economico in quella zona poiché non è assolutamente necessario e si tradurrebbe in nuovo traffico, inquinamento, cementificazione, degrado territoriale;

4. Chiediamo con vigore che il Municipio di Mendrisio concluda la procedura pianificatoria proponendo una variante di Piano regolatore che concretizzi le richieste della popolazione (vedi la petizione “Restituiamo Valera all’agricoltura”, promossa dalla Società agricola del Mendrisiotto, su suggerimento di un membro dei Verdi, e fortemente sostenuta dai Verdi) e che segua le indicazioni contenute nell’esame preliminare del Dipartimento del territorio;

5. Volere creare la zona economica come ha proposto il Municipio di Mendrisio (e i partiti che lo guidano: PPD, PLR, Lega, Insieme a sinistra) nella bozza di variante presentata più di un anno significa favorire i maggiori proprietari di fondi del comparto e andare contro l’interesse generale di riqualificare un’area che è al centro del nuovo Comune di Mendrisio; 6. i Verdi sono pronti a promuovere referendum e ricorsi per imporre il rispetto di leggi e principi costituzionali e per garantire una qualità di vita che è sempre più minacciata dalle scelte sbagliate del Municipio di Mendrisio.

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13 gennaio 2015 2 13 /01 /gennaio /2015 22:54

2015, anno internazionale dei suoli: e noi?

«Il suolo è la risorsa non rinnovabile più esigua in Svizzera. Esso adempie numerose funzioni ed è quindi estremamente importante per gli esseri umani: per questo deve essere utilizzato con cura e protetto in modo duraturo» (Ufficio federale dell'ambiente). La consapevolezza di questa importanza ha condotto l'ONU a dichiarare il 2015 «Anno internazionale dei suoli».

Malgrado le indicazioni scientifiche e i forti richiami a un nuovo approccio nei confronti del suolo, le forze politiche ed economiche dominanti perseguono con un'ottusità patologica l'ideologia della crescita illimitata che devasta senza requie l'intero pianeta. Venendo al nostro microcosmo constatiamo le più evidenti conseguenze in Ticino, dove l'ambiente subisce continui attacchi sia a causa dei Piani Regolatori sovradimensionati (che, ad esempio, a Mendrisio solo i Verdi chiedono di ridimensionare con due mozioni presentate in CC) sia a causa di interventi puntuali poco ponderati.

In questo ambito, nel nostro piccolo, è sintomatica di quanto l'importanza di un'inversione di comportamenti non sia presa in considerazione la decisione riguardante i terreni dell'ex Prato Verde, sui quali si vuole insediare la nuova sede delle Aziende Industriali di Mendrisio. Lo scorso 15 dicembre i consiglieri comunali PPD, PLR, Lega-UDC, PS (con quattro astensioni) hanno approvato il credito per la progettazione di tale struttura. Solo i Verdi si sono opposti, contestando l'ubicazione. Se è vero che i terreni dell'ex Prato Verde sono stati acquistati nel 1997 proprio con lo scopo di insediarvi la nuova sede delle AIM, è anche necessario sottolineare che sono trascorsi diciassette anni da quella decisione e durante questo periodo sono intervenuti due cambiamenti di sostanza:

in primo luogo, la consapevolezza del valore vitale del suolo ha condotto a elaborare l'art. 75 della Costituzione federale del 1999 (!) che prescrive un uso parsimonioso del suolo. Ora, nel caso specifico della sede delle AIM, dalle riunioni di Commissione e dalle verifiche effettuate abbiamo constatato che non sono state cercate serie alternative e, alla domanda di valutare altri terreni di proprietà comunale, il Municipio ha escluso di volere entrare in materia. Ritengo che prima di cementificare nuove aree che hanno ancora una copertura prativa, un ente pubblico abbia il dovere di reperire aree aventi una superficie già compromessa (perché o adibita a posteggio o coperta da capannoni o infrastrutture in disuso che possono essere adoperati per altre funzioni).

In secondo luogo, i confini di Mendrisio si sono ampliati con le recenti tappe aggregative e quindi uno sguardo con una prospettiva più larga si imporrebbe.

Un'altra occasione sprecata: è ora di adottare finalmente le raccomandazioni di Confederazione e ONU per un uso responsabile del nostro territorio!

Tiziano Fontana, consigliere comunale i Verdi (indipendente)

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20 dicembre 2014 6 20 /12 /dicembre /2014 22:04

Valera

tra interesse generale e interessi privati favoriti dal Municipio

La posizione espressa dall'esame preliminare del Dipartimento del territorio e dal suo Direttore on. Zali secondo cui l'area di Valera deve tornare a essere area verde coincide con la posizione dei VERDI di Mendrisio e del Mendrisiotto che valutano molto positivamente la presa di posizione del Consigliere di Stato Zali;

la proposta pianificatoria del municipio di Mendrisio è dettata dall'ideologia della crescita illimitata (industrie, strade, traffico, inquinamento) e da una visione privatistica del territorio che privilegia gli interessi di pochi a scapito dell'interesse generale e pertanto deve essere abbandonata, non solo per il comparto di Valera;

già in passato, per altre varianti pianificatorie, il Dipartimento del territorio ha indicato prospettive differenti rispetto a quelle volute dal Municipio di Mendrisio ma quest'ultimo non ha voluto seguire i suggerimenti cantonali (per esempio: variante di PR di Tremona, di Piazza del Ponte, di San Martino, del Parco di Villa Argentina): per i Verdi è ora di cambiare paradigma ma con le forze politiche rappresentate in Municipio (PPD, PLR, PS e Lega) che hanno partorito le varianti di Villa Argentina, Valera, Piazza del Ponte e terreni comunali in località Vignalunga sarà impossibile;

i Verdi sono pronti a promuovere referendum e ricorsi per imporre il rispetto di leggi e principi costituzionali e per garantire una qualità di vita che è sempre più minacciata dalle scelte sbagliate del municipio di Mendrisio.

Tiziano Fontana, Consigliere comunale I Verdi (indipendente)

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6 maggio 2013 1 06 /05 /maggio /2013 22:51

Paolo BerdiniL’informazione è potere, specialmente se si vogliono proteggere il paesaggio italiano e le sue inestimabili ricchezze dal cemento che le sta cancellando per sempre. Vi proponiamo questo dialogo con Paolo Berdini, ingegnere, urbanista e scrittore da tempo impegnato contro il consumo di suolo, sull’attuale contesto politico e culturale italiano in rapido mutamento, nel quale argomenti chiave per il futuro della collettività, come il consumo di suolo e l’espansione incontrollata delle città, drammaticamente ignorati in passato, stanno conquistando l’attenzione dell’opinione pubblica.

1) In questa campagna elettorale non si è parlato molto di consumo di suolo e “zero cemento”. Come possono i cittadini decidere consapevolmente su certi temi senza un’adeguata informazione?

Il controllo dell’agenda politica da parte dei partiti che hanno governato negli ultimi 20 anni è ferreo. Di bloccare la folle espansione edilizia e le grandi opere inutili non se ne deve parlare. Eppure, quanto è accaduto nelle elezioni nazionali ci dice che è in atto un profondo rivolgimento dentro la società civile che non sopporta più questa cappa di omertà calata sulle questioni fondamentali nella vita di tutti i giorni. La spinta giovanile che nel voto si è riversata verso il Movimento 5 Stelle è una straordinaria occasione per imporre temi che altrimenti vengono sistematicamente ignorati. Del resto, anche altri settori del mondo progressista, da Sel a Rivoluzione Civile sono molto sensibili alle tematiche della tutela del paesaggio e del recupero urbano. Hanno un consenso molto modesto rispetto al successo del 5 Stelle, ma mettono bene in luce che se nella prossima agenda di governo venissero poste le questioni dello stop al consumo di suolo e della cancellazione delle grandi opere inutili che devastano il territorio e asciugano le risorse pubbliche, ci sono le concrete condizioni per raggiungere risultati importanti. Ma c’è un altro grande merito del Movimento 5 Stelle. Attraverso l’uso intelligente della rete, si è creato un sistema alternativo di informazione che se ne infischia dell’omertà che circonda alcune tematiche e diffonde conoscenze e consapevolezza. Ormai la strada alternativa è stata tracciata e non ci resta che continuare ad imporre i temi della tutela di ciò che resta del paesaggio italiano.

2) I difensori del modello economico fondato sull’espansione edilizia etichettano spesso chi si oppone a tale visione citando l’atteggiamento noto con l’acronimo “Nimby”. Quali sarebbero, invece, le concrete alternative per salvare il suolo italiano e dare inoltre prospettive innovative all’economia?

Considero questa tua domanda la più importante per aggredire il dominio ideologico di coloro che distruggono il territorio e l’ambiente, guadagnano fiumi di denaro e non appena si manifestano le giuste e inevitabili proteste della popolazione residente tirano fuori l’anatema del Nimby. E lo fanno con indubbia efficacia, visto che la ricchezza enorme che ricavano dalla macchina dei grandi appalti pubblici serve anche per acquistare il controllo delle grandi testate della carta stampata nazionale. Il Messaggero e il Tempo di Roma e il Mattino di Napoli sono di proprietà di immobiliaristi. Nel gruppo di controllo del Corriere della Sera siedono uomini e banche che guadagnano con la speculazione fondiaria o con il controllo dei grandi appalti pubblici.

I comitati locali e i residenti che cercano sempre più spesso di contrastare grandi opere inutili, si pensi ai due casi più scandalosi oggi in campo, l’alta velocità che deturperà ancora di più la Val di Susa o il raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino dove si prevedono altri 1200 di terreno agricolo da cementificare e tanti altri esempi puntualmente denunciati dal vostro ottimo sito. Ogni volta scatta la fatwa: la popolazione locale difende i propri privilegi ed è guidata soltanto da un cieco egoismo. Di più, con quei no si impedisce “la ripresa economica”. Una vergognosa opera di capovolgimento della realtà dal punto di vista generale e nel merito.

Dal punto di vista generale, assistiamo ogni giorno ad una vera “istigazione alla felicità”, anche per cose futili. Dal fustino di detersivo fino ai biscotti delle nostre frettolose colazioni mattutine, non c’è prodotto merceologico che non venga veicolato senza far ricorso ad una promessa di straordinario benessere. Insomma siamo in una bolla mediatica che ci impone felicità ad ogni angolo e quando le popolazioni locali si oppongono ad un’autostrada che passa a dieci metri dalle loro finestre o un inceneritore che li riempirà di veleni, vengono bollati di egoismo. E invece no, applicano il principio di felicità o almeno di “minore infelicità” e questo deve essere rispettato, non demonizzato.

E veniamo al merito. La classe dirigente di questo paese ci ha portato dentro una crisi di dimensioni mai viste, ma non solo non si assume, anche dialetticamente, le proprie responsabilità ma addirittura rovescia le colpe su coloro che si oppongono agli scempi del paesaggio. Anche qui però il gioco strumentale è scoperto: basta frequentare il sito anti Nimby, (www.nimbyforum.it), per verificare che le opere così fondamentali per lo sviluppo del paese che vengono impedite dall’azione degli egoisti, sono soltanto inceneritori, rigassificatori o altri nastri stradali. La sfida del futuro è nella creazione di una rete immateriale di livello tecnologico innovativo, nella ricerca e nell’istruzione, e qui la linea del piave sono gli inceneritori.

3) Il cemento si sta letteralmente mangiando l’Italia, come testimoniano i dati Ispra resi noti in un recente convegno, “Il consumo di suolo: lo stato, le cause e gli impatti”, tenutosi a Roma lo scorso febbraio. Il consumo di suolo non è solo una questione di estetica, ma riguarda drammaticamente la qualità della vita delle persone. Se non ci sarà un’inversione di tendenza cosa potrebbe concretamente accadere al territorio italiano?

Le ricerche sul consumo del suolo in Italia hanno avuto un grande impulso in quest’ultimo periodo. Il WWF e il FAI hanno pubblicato nel 2012 “Terra rubata, viaggio nell’Italia che scompare”. Nel 2011 Ambienteitalia pubblicava “Il consumo di suolo in Italia”. Paolo Pileri dell’Università di Milano e Bernardino Romano dell’Università de L’Aquila stanno approfondendo la ricerca. Il tema è diventato di scottante attualità. Il grande merito dell’Ispra è stato quello di aver dato sistematicità ai dati rilevati sull’intero territorio nazionale e di aver saputo lanciare l’allarme a livello istituzionale. Altro importante merito dell’Ispra è stato quello di aver comparato i dati sull’occupazione di suolo in Italia con quelli degli altri paesi europei. Ne viene confermata l’anomalia italiana: i nostri valori sono molto più elevati, segno evidente che in quei paesi la mano pubblica guida e controlla le trasformazioni del territorio mentre da noi il dominio della rendita fondiaria non ha argini.

Il futuro assume, se non riusciremo in tempi brevi ad interrompere questa anomalia tutta italiana, contorni davvero preoccupanti. Abbiamo le periferie più disordinate e più brutte d’Europa; abbiamo le aree produttive localizzate in modo irrazionale e prive degli indispensabili servizi tecnologici; abbiamo i servizi di trasporto su rotaia peggiori. Oggi la crisi economica impedisce ai comuni di risanare le periferie invivibili; gli industriali stanchi di pagare per le diseconomie di sistema si delocalizzano in Svizzera, Carinzia o in Croazia dove possono godere di efficienti servizi telematici; le distanze tra le periferie metropolitane e le città più forti aumenteranno a causa dell’ulteriore deperimento dei già carenti servizi di trasporto pubblici. Il disordine del nostro territorio sta diventando una gigantesca palla al piede che aggrava il declino del paese.

E nonostante questo si continuano ad espandere le nostre città ed aggredire altre aree agricole. La regione italiana che ha la più alta diffusione insediativa è il Veneto. Sono migliaia i capannoni abbandonati e centinaia le aree produttive in declino. Di fronte a questa realtà, la regione Veneto si sta per avviare la costruzione di cinque nuove “città del divertimento” che si mangeranno altre centinaia di ettari di campagna che si potevano realizzare sulle aree già costruite e dismesse. Ripeto, siamo prigionieri della rendita speculativa.

La questione davvero grave, che viene sistematicamente occultata, è che le amministrazioni locali si sono indebitate fino al collo proprio per assecondare questo insensato sviluppo urbanistico. Sono infatti i comuni che devono trovare i soldi per realizzare e gestire i servizi urbani che servono a garantire i diritti degli abitanti. I risultati dei venti anni di abnorme espansione urbana sono che Roma ha 11, 5 miliardi di deficit. Torino ne ha 3 in gran parte dovuti all’avventura delle Olimpiadi invernali del 2006. Parma ha quasi un miliardo di deficit. E così via. Non si hanno più i soldi per far funzionare i servizi sanitari e scolastici e si continua a consentire l’espansione urbana. Napoli, che vanta anch’essa un deficit di circa un miliardo di euro, il 30 gennaio di quest’anno ha bloccato il servizio di trasporto urbano perché non aveva i soldi per pagare il combustibile. E’ una situazione insostenibile.

4) La politica spesso si schiera al fianco delle grandi lobby dell’edilizia. È una scelta che, pur dettata da convenienze, paga politicamente?

Purtroppo paga. Paga per due ordini di motivi. In questi venti anni di “restaurazione” culturale il governo pubblico del territorio è stato cancellato in favore dell’urbanistica contrattata che di volta in volta premia la grande proprietà fondiaria per consentire mostruose colate di cemento. Il caso da antologia è il comune di Sesto San Giovanni, dove, come è emerso dalla indagini della magistratura inquirente, la trattativa per la trasformazione della grande area ex Falk da tempo abbandonata si è svolta proprio secondo i principi dell’urbanistica contrattata.

La discussione è avvenuta senza trasparenza e senza considerare le legittime esigenze della comunità locale. Nelle intercettazioni telefoniche gli amministratori comunali trattavano con la proprietà aumenti di un milione di metri cubi, una dimensione gigantesca, solo sulla base di oscure convenienze. Ma il vergognoso modello paga. Il regista dell’operazione, e cioè l’ex sindaco Filippo Penati era avviato ad una folgorante carriera politica, presidente della provincia milanese, consigliere regionale lombardo e chissà quant’altro se non ci fosse stato l’intervento della magistratura.

Ma c’è anche un altro aspetto che non viene mai evidenziato e che fa parte sempre della stesso capitolo della cancellazione delle regole. In questo caso mi riferisco al comparto dei lavori pubblici, dove in base alle regole legislative vigenti si possono affidare appalti pubblici a trattativa diretta, e cioè scegliendo senza trasparenza le imprese cui affidare l’esecuzione delle opere, per importi dei lavori fino a 500 mila euro. Mi chiedo quante strade che deturpano il paesaggio locale, inutili rotonde stradali o parcheggi nascono dal cilindro di questa mancanza di regole. Del resto perché meravigliarsi? Siamo l’unico paese del mondo sviluppato che non punisce un reato gravissimo come il falso in bilancio. Dobbiamo ripristinare le regole se vogliamo salvare il paesaggio.

5) Il mercato immobiliare è fermo da tempo; nessuno compra e chi vende lo fa deprezzando. Perchè si continua allora a costruire nonostante, a un primo sguardo, la cosa non convenga a nessuno?

E’ vero che si continua a costruire senza soste, e se anche se siamo di fronte ad un evidente rallentamento dell’attività stiamo minando il futuro delle città. Una autorevole conferma viene dal Politecnico di Milano, che nel 2011 ha compiuto un’indagine sulla dimensione degli alloggi invenduti in alcune città della Lombardia. Con le decisioni prese attraverso l’urbanistica contrattata Bergamo (120 mila abitanti) avrà 135 mila alloggi nuovi invenduti nel 2018.

Brescia (190 mila abitanti) ne avrà 107 mila. Tra cinque anni, se non fermiamo con un provvedimento statale questa folle dinamica ci saranno case vuote sufficienti per ospitare due altre città grandi come le stesse Bergamo e Brescia. La rendita immobiliare sta creando le condizioni per un disastro sociale di dimensioni inedite: è urgente che lo Stato intervenga con forza e blocchi questi processi con un provvedimento deciso di emergenza.

La risposta sulle motivazioni strutturali che sostengono la creazione di nuova offerta edilizia pur in presenza di una domanda molto debole sta nelle caratteristiche dell’economia finanziaria che si è affermata a livello globale. Oggi sono i grandi fondi di investimento sovrani, i fondi assicurativi o pensionistici ad avere a disposizione una enorme liquidità: invece di destinarli ad attività produttive – sempre difficili e rischiose per rientrare dei capitali investiti – è più sicuro investire nel mattone. Anche se oggi non ci sono le condizioni per vendere, quei fondi scommettono nella ripresa del mercato edilizio che gli consentirà di rivalutare notevolmente i capitali investiti. Sono dunque le caratteristiche della finanza speculativa ad alimentare lo spreco del territorio.

6) I bilanci delle banche, oltre ai risultati di una cattiva gestione dei complessi strumenti finanziari come i derivati, patiscono anche per i cattivi investimenti immobiliari? C’è oggi una concreta possibilità che esploda una bolla immobiliare in Italia tale da scatenare un effetto domino?

L’azione della giunta comunale di Roma ci sta dando in questi giorni la più evidente dimostrazione che i bilanci delle banche soffrono di irresponsabili avventure immobiliari. Il Monte dei Paschi di Siena, attraverso la sua società Sansedoni, ha rilevato, proprio per rientrare dai crediti che vantava verso il gruppo Ligresti, un terreno nella periferia romana di proprietà Ligresti, a Casal Boccone. Il terreno era destinato a realizzare uffici che oggi versano in una grande crisi perfino nel centro storico, figuriamoci in quel lembo di estrema periferia. Il sindaco Alemanno vuole far approvare al consiglio comunale in queste ultime settimane di attività, si vota a fine aprile, una variante ad hoc, uno dei numerosi casi di urbanistica contrattata, con cui quelle volumetrie senza mercato vengono mutate in abitazioni che un mercato ce l’hanno ancora.

Insomma, le città sono dominate dai signori del mattone e quando spira brutta aria le banche che avevano finanziato allegramente per recuperare crediti applicano le ricette della speculazione immobiliare. Riguardo alla bolla immobiliare, di recente il presidente dell’Ance ha tentato di rassicurare tutti i proprietari di immobili che in Italia non esistono rischi di svalutazione radicale del valore degli immobili. Ottimismo di facciata. Giacomo Vaciago, uno dei maggiori economisti italiani, sulle colonne del Sole 24 Ore (“La “bolla” delle varianti urbanistiche” 16 febbraio 2012) aveva lanciato invece un motivato allarme sul rischio che se venissero attuate tutte le immense previsioni dei piani regolatori in vigore, ci sarebbe la concreta sicurezza dell’esplosione di una bolla immobiliare. [! come la pazzia dei nostri sovradimensionati piani regolatori!] Ripeto quanto dicevo in precedenza: è indispensabile un provvedimento di moratoria generalizzata delle espansioni edilizie. Per gli appetiti di qualche centinaio di proprietari di terreni edificabili rischiamo di provocare la svalutazione degli alloggi in possesso delle famiglie italiane.

L’Italia è arrivata ad un crocevia fondamentale della propria storia, e oggi la tutela del paesaggio e dell’ambiente si impongono all’attenzione dell’opinione pubblica come temi ineludibili dell’agenda politica. L’informazione libera della Rete ha dato una mano, ma ora tocca ad ognuno di noi portare avanti l’opera. Questa sì, veramente grande e utile al Paese.

(di Marco Bombagi - Salviamo il Paesaggio Coordinamento Romano)

 

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