Il Comune deve restare al centro della programmazione dello sviluppo del territorio e della pianificazione; pertanto fa riflettere quanto scritto da Salvatore Settis su “Il Sole 24 Ore” di domenica (l’articolo si intitola “L’Italia spezzata in quattro”). Nel riprendere quanto affermano Elena Granata e Paolo Pileri, Settis denuncia – e noi con lui – il fatto che la nostra legislazione divide l’Italia in quattro – suolo, ambiente, paesaggio, territorio – individuando norme di tutela e salvaguardia per ognuno di questi ambiti senza pensare che non è più il tempo di ragionare in termini settoriali, dove ognuno va per la sua strada, ma che ormai è indispensabile agire con iniziative integrate, altrimenti, scrivono Granata e Pileri, tra i cavilli delle varie norme si insinuano gli speculatori con tutte le disastrose conseguenze che possiamo immaginare.
Il tema, in buona sostanza, è quello della tutela del paesaggio, della lotta all’abusivismo e alle costruzioni inutili, della
lotta al consumo indiscriminato di suolo e della necessità di salvaguardare l’identità agricola e rurale del nostro Paese, sapendo che proprio ambiente, territorio, paesaggio sono le leve
su cui dovremmo puntare per un rilancio economico basato certamente sulla tutela ma anche sul buon progetto.
Ci sta provando, in questa direzione, il Ministro per le Politiche agricole Mario Catania con il lancio di un
Disegno di legge contro il consumo del suolo che, seppur condivisibile nello spirito, lascia perplessi in molti punti e, soprattutto, non determina lo stop del consumo di
suolo ma lo contingenta, di anno in anno, come dire che ogni volta si può consumare ancora un po’ di suolo, basta dirlo per tempo e non oltrepassare quel limite. Gli speculatori
ringraziano.
Il Disegno di legge, poi, mostra altri limiti, come l’aver definito suolo agricolo non consumabile solo quello già pianificato,
senza tener conto che vi è anche del suolo che prima era agricolo e poi è stato abbandonato, e che quindi può tornare alla sua funzione di produttore di beni. Ma fermiamoci qui, per il
momento. La Conferenza delle Regioni aveva proposto dei cambiamenti che miglioravano il testo, ma in Parlamento (se mai sarà discusso) ci arriverà con il discusso testo originale.
Mistero…
La tesi di Granata e Pileri, che evidentemente anche Settis condivide, è che “se adottiamo una prospettiva ambientale attenta
al suolo e ai beni comuni, la scala locale appare problematica e inadatta” e aggiungono che “i confini amministrativi generano più frammentazioni e separazioni che valorizzazione delle
identità e rafforzamento delle responsabilità” e propongono di “depoliticizzare le decisioni sull’uso del suolo” per sottrarle “al continuo ricatto esercitato sulle amministrazioni locali
dalle cricche elettorali dei titolari della rendita fondiaria e della speculazione immobiliare”.
Che le amministrazioni locali possano essere “oggetto di ricatto” e che vi siano amministratori pubblici che pur di mantenere
potere e consenso cedano al ricatto delle “cricche elettorali dei titolari di rendite fondiarie” è molto, molto possibile. Ma resta un punto. Chi decide che cosa? Il problema non sembra
tanto di limitare il potere locale nelle decisioni di carattere ambientale e urbanistico, quanto di fare in modo che una nuova cultura del “bene comune” diventi prassi quotidiana; occorre
educare sempre di più e non semplicemente limitare il raggio d’azione perché qualcuno si comporta male. Il Comune deve essere il primo garante della qualità della vita del suo territorio.
Certo, per farlo occorrono mezzi e risorse che oggi i Comuni, soprattutto i piccoli Comuni rurali e dei territori più marginali, non hanno. Ma non per colpa loro. Piuttosto per una
visione (?) a dir poco miope di chi ha governato il nostro Paese nel corso degli ultimi venti, trent’anni, che ha teso sempre più ad indebolire le funzioni delle amministrazioni locali
perpetrando un disegno disgregativo che si palesa dietro la comoda scusa della “revisione della spesa”, della necessità di risparmiare.
Questa continua corsa ai “tagli” agli enti locali li ha, di fatto, snaturati e indeboliti ed è anche per questo che alcuni sono caduti nella rete del “ricatto” delle “cricche elettorali” o hanno dovuto attaccarsi alle sole risorse disponibili, quelle degli oneri di urbanizzazione che poi sono serviti (più per necessità che per vera colpa) a reggere i costi dell’ordinaria amministrazione, le cosiddette spese correnti, anziché utilizzarli per migliorare l’assetto del territorio.
Settis, riprendendo Granata e Pileri, fa un giusto ragionamento quando rimprovera alla classe politica italiana, negli anni
Sessanta, di essere stata connivente con gli speculatori, ricordando come fu affossata la legge di riforma urbanistica che portava la firma di Fiorentino Sullo, allora Ministro dei lavori
pubblici. Da allora poco è cambiato nella politica, molto – e in meglio – nella coscienza civile dei cittadini e delle comunità locali.
Cosa fare oggi? Basta limitare la frammentazione locale della decisione sulla gestione del territorio? O forse non sarebbe più
opportuno ricostruire una nuova coscienza amministrativa che riporti al centro il “bene comune”? La visione pessimistica, per altro suffragata dalla cattiva politica che in questi ultimi
anni ha imperversato al centro come in molte periferie, non deve però far dimenticare che il Comune resta comunque l’ultimo punto d’incontro tra cittadino e cosa pubblica e da lì bisogna
ripartire. Ci sono tanti bravi Sindaci; anzi, sono la stragrande maggioranza, anche in territori difficili, come al Sud. Bisogna fare in modo che questi Sindaci siano premiati,
che vi sia il riconoscimento del merito, che si smetta con i tagli trasversali e indiscriminati o con il patto di stabilità che immobilizza le spese anche dove il denaro c’è, e si diano
ai territori virtuosi le opportunità che meritano.
Del resto, Aldo Bonomi, lo stesso giorno sempre sulle colonne de “Il Sole 24 Ore”, in un altro articolo fa
capire come sia possibile che proprio dai territori marginali, dalle terre e dai paesi un tempo abbandonati, “spaesati”, possano maturare esperienze di positivo rilancio socio economico
locale. Se governate con intelligenza, innovazione, condivisione, queste esperienze di rinascita dei borghi e delle comunità dimostra come sia possibile, dal basso, “far rivivere
la microstoria degli spaesati”. A queste comunità va data la possibilità di riscattarsi attraverso le buone leggi di governo del territorio a cui affiancare le buone pratiche di
gestione.
L’Associazione Nazionale Città del Vino, su questo terreno (metafora inevitabile…), da quasi vent’anni sta portando avanti la
sua azione a sostegno delle buone pratiche (vedi, ad esempio, il progetto del Piano Regolatore delle Città del Vino), accompagnando i Comuni in un lento ma progressivo processo di
formazione e informazione. Occorre fare di più, e noi ci stiamo provando. Sarebbe opportuno che anche il Governo appoggiasse questa “rivoluzione” dal basso, non tagliando risorse
preziose, ma investendo nel progetto di una Italia più bella.