salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
Pubblico il bellissimo ricordo del prof. Piero Bianconi scritto dal prof. Renato Martinoni e apparso oggi su La Regione.
Mi capita di parlare abbastanza spesso con una persona che ha avuto Bianconi come professore e vedo la bellezza dell'arte attraverso le sue parole: Bianconi ha trasmesso una rara capacità di andare al cuore dell'arte e ringrazio la vita di poter godere di un simile privilegio.
Tiziano
Trent’anni fa, alla fine di maggio del 1984, moriva tragicamente, investito da una moto, davanti alla sua casa di Minusio, lo scrittore Piero Bianconi. Aveva ottantacinque anni e molti lo conoscevano: avevano letto le sue pagine, nei libri o sui giornali, lo avevano sentito alla radio, lo avevano avuto come professore alla Scuola Normale di Locarno, o più semplicemente lo avevano osservato tante volte, con i capelli argentati al vento, sfrecciare in sella al suo ‘Velosolex’. Incuriosiva molto vedere quell’uomo tanto serio e austero, così lontano dalla civiltà delle macchine, girare impettito sul suo motorino come un giovanotto di vent’anni.
L’odore delle vecchie pietre
Nel corso della sua lunga esistenza Bianconi aveva lavorato molto, come scrittore, come traduttore di grandi autori, specie francesi, come storico dell’arte. A settant’anni aveva pubblicato il suo libro più bello e noto, ‘Albero genealogico’: dove da un lato faceva la cronaca dei suoi antenati e dall’altro coglieva l’occasione per cercare di capire meglio, confrontandosi con chi era venuto prima di lui, i nodi del proprio carattere. Due i temi che lo avevano attratto negli ultimi anni della sua vita: l’emigrazione, cioè la storia passata, e la trasformazione selvaggia del territorio, cioè la storia presente. Un cambiamento che stava segnando irrimediabilmente la scomparsa di una civiltà, quella contadina (e montanara), povera ma molto rispettosa, anzi ammirevole per come aveva saputo ricavarsi degli spazi di vita, pensiamo ai grotti, integrandosi nella natura. Senza mai fare violenza al paesaggio naturale. Negli anni della guerra lo scrittore aveva studiato a fondo l’arte popolare alpina, insistendo sul ‘sentimento architettonico’ che aveva consentito all’homo ticinensis di vivere in misurata armonia con il territorio. E precisava: «Perché c’è da dire questo: che l’aspetto più appassionante del Ticino sta nella continua intima mescolanza di quello che è elemento naturale e di quello che invece è opera dell’uomo; sta in questo incessante incidere dell’attività umana sulla natura: senza violenze, anzi con un senso meravigliosamente vivo della misura, con una capacità inesauribile di adattarsi, di inserirsi nel modo più naturale e facile, almeno apparentemente, a quanto esiste e preesiste». Confessava anche, Bianconi, di sognare di «potersi sedere accanto a qualche vecchia chiesa abbandonata e respirare l’odore delle vecchie pietre fedeli, per sentire da vicino il gusto amaro della vita complicata di tante anime ».
Sotto una campana di vetro
Poi però, dopo la guerra, arriva il tempo del boom economico e della speculazione urbanistica. È allora che il Cantone Ticino, per secoli retto sì dalla povertà, ma anche dal ‘senso della misura’ e ‘dal sentimento umano’ che vegliano sul paesaggio, si trasforma radicalmente. In pochi anni il paese, diventato preda di troppa gente senza scrupoli, è sottoposto a una trasformazione sconsiderata frutto di una nuova civiltà attenta solo ai benefici economici e altrettanto irrispettosa dell’eredità del passato: di una cultura di vita, insomma, vecchia di secoli. Già ‘terra antica e scabra’, il Cantone sta ora cambiando in fretta, subendo trasformazioni violente: la svendita del territorio, lo sfruttamento idrico in favore delle dighe (alcuni fiumi, scrive Bianconi, sono ridotti oramai ‘a una misera pisciatina’), un turismo irrispettoso, basato su valori falsi e su un folclore tanto teatrale e insincero quanto lontano dalla realtà. In testi come ‘Lo strazio di Bignasco vecchio’ e ‘Corippo o il museo inevitabile’ (1980) lo scrittore denuncia con forza l’abbattimento di interi nuclei di villaggi o magari la loro museificazione: come se fosse possibile mettere un paese sotto una campana di vetro e pensare che possa ancora restare autentico e vivo.
Distruggere è un crimine
Si può concordare oppure no con quanto scriveva l’autore dell’‘Albero genealogico’. Forte comunque era in lui l’amore e il rispetto del paesaggio che si accompagnava all’idea di un ‘Ticino tradito’, di una ‘terra svenduta con una deplorevole facilità’, complice la corruzione di chi voleva fare solo affari e la ‘mancanza di orgoglio’ dei Ticinesi. L’opera più severa ma bella da leggere (è tradotta anche in tedesco) si intitola ‘Occhi sul Ticino’ (1972). «Appena presa la penna in mano», scrive Bianconi, «mi sono sentito dentro un rimescolìo di vecchie passioni e di nuove amarezze, amori e malumori, vagheggiamenti di care nostalgie: con quel tanto di reazionario che i tempi che corrono e gli anni parecchi mi mettono in corpo». Nel chiedersi: «Ma cosa è il paese, per te?», lo scrittore risponde deciso: «Per me, figlio di gente della terra, di un padre emigrante, il Ticino resta soprattutto una terra di gente attaccata alla terra, che la fame caccia nel vasto mondo (come il lupo dal bosco) e torna fedele tra le dure montagne e le valli limate dall’immemore pazienza dei ghiacciai ». E poi guardandosi intorno aggiunge amareggiato: «Come restare indifferenti davanti al rapido decadimento del paese, involgarito rumoroso e intimamente inquinato?». Riconosce poi: «So benissimo, intendiamoci, che tutto questo rammaricarsi e gemere sul rapido impietoso mutare e sconvolgersi del mondo non serve a nulla, non cava un ragno dal buco». Ammette anzi di cadere nella nostalgia, forse, troppe volte: «Ma per un paese che sta morendo, in certo senso e in certe parti, come questo Ticino ‘sacro’, che tono se non elegiaco, da compianto, si può usare?». Purtroppo il processo è irreversibile. Non resta allora che tirare i remi in barca e guardare da lontano con occhi perplessi. Di fronte all’‘insensato scempio’, il vecchio Bianconi non può non maledire con tutto il cuore «l’ottusa insensibilità di chi ha potuto concepire ed eseguire », e «l’indifferenza che ha permesso così orrendo strazio». E gli vengono alla mente le parole di Simone Weil: «Le passé détruit ne revient jamais plus. La destruction du passé est peut-être le plus grand crime». Un crimine che nessuno, per tanto tempo, riuscirà più a sanare.