salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
Negli scorsi anni il prof. Luigi Zangheri ha sostenuto attivamente l'attività del Comitato Parco di Villa Argentina. Lo ricordiamo con questo articolo del 2018 in cui si sofferma su alcuni aspetti legati al tema che ci appassiona, i giardini storici e la Carta di Firenze, e in cui menziona anche il nostro Comitato. È stato pubblicato anche su Il nostro Paese, rivista della Società ticinese per l'arte e la natura. (Tiziano)
“Il recupero dei giardini storici dalla Carta di Firenze a oggi” di Luigi Zangheri
Carmen Añon Feliù ha inviato ai partecipanti di questo simposio una sua Historiographie de la Charte de Florence che si rivela utilissima per aprire i lavori sul tema del giardino tra il recupero del passato e il dialogo con l’arte contemporanea. Dopo aver illustrato i precedenti della Carta di Firenze nelle Carte di Atene redatta nel 1931, e quella di Venezia formulata nel 1964, Carmen Añon Feliù ricorda come l’Assemblea generale dell’ICOMOS a Mosca nel 1978 decise di completare la Carta di Venezia con altri testi dottrinali in ambiti diversi tra cui quello dei giardini storici. Ovviamente se ne occupò il ‘Comitato Internazionale dei giardini e siti storici ICOMOS-IFLA’ costituito nel 1971 e presieduto da René Pechère. L’idea fu lanciata in una riunione del Comitato a Barcellona nel 1980 e, alla successiva sessione a Firenze del 1981, fu presentato un testo che ricevette molti commenti e riserve in particolare da parte italiana per la cattiva traduzione del termine restauration in ‘ripristino’. La Carta di Firenze, dopo essere stata ripetutamente esaminata, fu registrata nel 1982 e approvata dall’Assemblea generale dell’ICOMOS a Dresda nel 1984. Carmen Añon Feliù nella successiva analisi della Carta di Firenze riporta il testo dei primi articoli in cui si afferma che il giardino storico è una composizione architettonica e vegetale che dal punto di vista storico e artistico presenta un interesse pubblico e in conseguenza deve considerato un monumento. Un monumento vivente per la presenza della vegetazione che si rinnova e deperisce. Affronta poi il tema dell’autenticità del giardino storico, e della sua spazialità nel tempo, in una chiave utile a comprendere l’”anima nascosta del giardino”. Inoltre in materia di interventi afferma che devono essere rispettate le connotazioni storiche e artistiche delle aggiunte e delle trasformazioni di un giardino e si permette di affermare “che possono esistere numerose maniere di restaurare, tutte valide, attraverso le quali il restauratore lascia intravedere la sua personalità. Non esiste un restauro neutro perché, come in tutti i lavori ben eseguiti un compito così intrigante come il restauro di un giardino rappresenta sempre un engagement amoureux”. Con un simile sentire impregna ogni pagina dell’Historiographie de la Charte de Florence e rende il suo scritto prezioso perché testimone di una vita professionale trascorsa in un mutuo quanto solido incontro con l’esprit des jardins perché il giardino parle et il faut l’entendre.
A me il compito di notare come la ‘Carta di Firenze’ è stata anche definita ‘Carta per la salvaguardia del Giardini Storici’ oppure ‘Carta del restauro dei Giardini Storici’ fino a figurare ‘Carta del recupero dei giardini storici’. Si può intendere la stessa cosa per ‘restauro’ e per ‘recupero’? Forse è necessario un chiarimento metodologico e pragmatico sull’uso e significato di questi due diversi termini. A questo proposito occorre ricordare che la Carta di Firenze è stata seguita dalla Convenzione Europea del Paesaggio nel 2000 e, in Italia, dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio nel 2004-2008. In quest’ultimo, al comma 4 dell’articolo 29 il ‘restauro’ fu definito come “l'intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all'integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali”. Nei commi successivi dello stesso articolo il Codice affrontò il tema dell’insegnamento del restauro e della formazione delle figure professionali operatrici nelle attività complementari alla conservazione.
Appartengo al Comitato Internazionale ICOMOS-IFLA che, nel tempo, ha variato ripetutamente la sua denominazione. Quando è stato costituito nel 1971 a Fontainebleau da René Pechère si chiamava ‘Comitato Internazionale dei giardini e siti storici ICOMOS-IFLA’, nel 1998 ad Aranjuez con Carmen Añon Feliù è diventato ‘Comitato Internazionale dei giardini storici e paesaggi culturali ICOMOS-IFLA’ e, ancora nel 2006 a Coimbra ha assunto il nome attuale di ‘Comitato Internazionale dei paesaggi culturali ICOMOS-IFLA’. Cambiamenti di denominazione che non sono stati approvati all’unanimità dei componenti del Comitato ma che si resero necessari per passare da un’ottica europocentrica a quella mondiale, e per potere meglio corrispondere alle finalità dell’ICOMOS, dell’IFLA e del Centro del Patrimonio Mondiale.
Per quanto riguarda la Carta di Firenze ricordo che dopo il 1981 pervennero al Comitato ICOMOS-IFLA numerose proposte per la revisione o l’integrazione della Carta fino a quando, nell’anno 2001, in un incontro a Berlino il Comitato decise di non aggiornarla e di mantenerla inalterata come un documento datato, al pari delle Carte di Atene e di Venezia. Attualmente, è comunque attiva in seno al Comitato ICOMOS-IFLA una commissione per rivisitarla e formulare un nuovo e diverso documento in modo da sviluppare linee guida nel contesto dei paesaggi culturali. Non mi spaventano quindi le variazioni di denominazione ma mi preoccupo se il termine ‘restauro’ viene sostituito tout court col termine ‘recupero’. Ricordo che nell’ottobre del 2005 a nome del Comitato ICOMOS-IFLA interloquii con Richard Stiles responsabile del progetto ‘Le Notre’ nel quadro del programma Erasmus dell’ECLAS, il Consiglio Europeo delle Scuole di Architettura del Paesaggio. Il Comitato ICOMOS-IFLA era formalmente partner nel progetto ‘Le Notre’ e chiesi inutilmente a Stiles di dare importanza all’insegnamento del ‘restauro dei giardini e parchi storici’ come disciplina complessa e autonoma, nonostante una diversa opinione espressa da Peter Goodchild. Un’occasione purtroppo mancata che ritengo abbia avuto conseguenze negative.
La Convenzione Europea del Paesaggio invoca “la formazione di specialisti nel settore della conoscenza e dell'intervento sui paesaggi” assieme a “insegnamenti scolastici e universitari che trattino, nell'ambito delle rispettive discipline, dei valori connessi con il paesaggio e delle questioni riguardanti la sua salvaguardia, la sua gestione e la sua pianificazione”. Discipline che vanno da quelle giuridiche e urbanistiche a quelle a carattere culturale, ambientale, agricolo, sociale ed economico. Per l’Italia nelle facoltà di architettura si tratta degli insegnamenti della Storia del Paesaggio e del Restauro dei Parchi e Giardini Storici.
Nell’ordinamento italiano la ‘storia del paesaggio’ afferisce al settore disciplinare ICAR-15 (Architettura del Paesaggio). Solitamente è impartita assieme a quella del giardino con la denominazione di ‘storia del giardino e del paesaggio’, dove la ‘storia del giardino’ prevale e la ‘storia del paesaggio’ viene del tutto trascurata. Negli atenei italiani la ‘storia del paesaggio’ compare unita alla ‘storia dell’architettura’ (Venezia), alla ‘storia della città’ (Tuscia), oppure compare come ‘storia del paesaggio italiano’ (Bologna). Si registra addirittura una ‘storia del paesaggio e dell’ambiente’ per la laurea magistrale in Scienza e Tecnologia dei Sistemi Forestali a Firenze. Ad ogni modo non sembra che in Italia venga insegnata una ‘storia del paesaggio’ dove il ‘paesaggio’ corrisponda alla definizione della Convenzione Europea del Paesaggio, ovvero “una determinata parte di territorio come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. Nella Convenzione Europea del Paesaggio “tale definizione tiene conto dell'idea che i paesaggi evolvono col tempo, per l'effetto di forze naturali e per l'azione degli esseri umani. Sottolinea ugualmente l'idea che il paesaggio forma un tutto, i cui elementi naturali e culturali vengono considerati simultaneamente”; riconosce inoltre “giuridicamente il paesaggio, in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio, naturale, culturale, ambientale e socio-economico e fondamento delle loro identità locali”. Un ‘paesaggio’ che riguarda “tutto il territorio” nei suoi “spazi naturali, rurali, urbani e periurbani” e comprende “i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati”.
Quindi per impartire correttamente una disciplina come quella della ‘storia del paesaggio’ occorre disporre di una propedeutica conoscenza della storia sociale, economica e giuridica assieme a quelle della storia dell’urbanistica, dell’architettura, dell’arte, dell’agricoltura in modo, come rileva Carlo Tosco, da costituire uno “spazio di incontro tra discipline diverse che si confrontino con le loro competenze per tentare di costruire una collaborazione proficua”. Insomma un’impresa a cui la cultura italiana non è stata capace di corrispondere perché si è continuato a leggere il paesaggio con gli occhi settoriali del geografo, del geologo, dell’agronomo, dell’archeologo, dell’urbanista, del cartografo, del topografo, ecc. Mentre la pioneristica Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio Sereni è stata rivista e aggiornata dalla Storia dell’agricoltura italiana curata dall’Accademia dei Georgofili nel 2001-2002, ancora fa testo il volume Il Paesaggio pubblicato dal Touring Club Italiano nella collana di ‘Conosci l’Italia’ che, nel 1963, era stato affidato al geografo Aldo Sestini. Un volume rimasto apprezzabile per la lettura delle molteplici forme dei paesaggi italiani in chiave geomorfologica e antropogeografica, ma che risulta obsoleto e non corrisponde a cosa si intende oggi con il termine ‘paesaggio’ dopo la Convenzione Europea del Paesaggio.
Parlo per esperienza. Tra il 1994 e il 1998, ho curato la pubblicazione con Giovanni Cascio Pratilli dell’Istituto per la Documentazione Giuridica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di quattro volumi su La legislazione medicea sull’ambiente, contendente i bandi e le leggi promulgate in Toscana tra il 1485 e il 1737. Un primo sistematico contributo che dimostrò la stretta connessione della produzione legislativa toscana di età medicea con gli interventi urbanistici, la protezione e valorizzazione delle risorse naturali, e la salute pubblica. Si era negli anni 90 del secolo scorso, prima della Convenzione Europea del Paesaggio. Oggi, l’avrei chiamata ‘La legislazione medicea sul paesaggio’.
Per quanto riguarda l’insegnamento del ‘restauro di parchi e giardini storici’ questo è presente nelle facoltà italiane di architettura e addirittura le Università di Genova, Milano e Torino con il Politecnico di Torino si sono riunite per organizzare un corso di laurea magistrale interateneo in ‘Progettazione delle aree verdi e del paesaggio’ riservato ad architetti e agli agronomi dove sono attivati insegnamenti e laboratori sul restauro del giardino e del paesaggio. Quest’anno [2018, ndc], grazie all’Istituto Veneto per i Beni Culturali è stato anche promosso un corso gratuito di 200 ore sul ‘Restauro dei Giardini Storici’ riservato a disoccupati/inoccupati e occupati diplomati nelle tecniche del restauro o laureati in architettura del paesaggio, scienze agrarie e forestali e scienze biologiche. Inoltre a Capodimonte è stato avviato un corso biennale dedicato al ‘Restauro di Giardini, Parchi e Siti Unesco’. Invece più confuso mi sembra quanto accade negli analoghi insegnamenti offerti dalle facoltà italiane di agraria e biologia dove il restauro del giardino storico è stato visto in alcuni casi nell’ottica del solo ‘recupero’ dei ‘giardini all’italiana’ o degli ‘alberi monumentali’.
Che non siano tutte rose in questo sintetico panorama tutto italiano viene dimostrato dagli esiti del concorso recentemente indetto dal Comune di Reggio nell’Emilia per un “intervento di restauro e valorizzazione del parco e giardino segreto della Reggia Ducale di Rivalta”. Un bene monumentale vincolato dallo Stato con un decreto del 1987 che ha visto esaminare gli elaborati presentati al concorso da una commissione formata da non competenti nel settore disciplinare ICAR-15 (Architettura del Paesaggio). Circola la voce che tra i gruppi premiati ce ne siano alcuni che abbiano presentato i lavori senza condurre un preventivo sopralluogo a Rivalta. E’ insorta l’associazione ‘Insieme per Rivalta’ tra i volontari di quel quartiere urbano interessati al rafforzamento della loro identità comunitaria i quali, dopo l’esposizione dei rendering premiati al concorso, hanno scritto al sindaco: “Avete tradito le aspettative e non avete tenuto conto dei sogni delle persone”.
Analoga situazione si registra nel Ticino a Mendrisio dove spontaneamente si è formato il ‘Comitato Parco di Villa Argentina’ per evitare la costruzione di nuovi edifici all’interno del confine storico del parco pari a 3000 mq di SUL e alti nella facciata oltre 10 metri da destinare alla facoltà di architettura dell’Università della Svizzera Italiana. Un Comitato che ha visto sostenuti i suoi propositi in un documento dell’ICOMOS-Svizzera e da numero membri del Comitato ICOMOS-IFLA tra cui Michel Racine che in una lettera si è rivolto all’Accademia di Architettura di Mendrisio ideata da Mario Botta scrivendo “non sarebbe comprensibile che un’istituzione come la vostra sostenga un progetto che si scontra con i fondamenti dell’insegnamento dell’architettura e del paesaggio”.
Evidentemente in questi due casi il ‘paesaggio’ si è dimostrato vivo e reagisce all’ignoranza che lo ha offeso mancando purtroppo ancora quella “formazione di specialisti nel settore della conoscenza e dell'intervento sui paesaggi” invocata dalla Convenzione Europea del Paesaggio. Termino il mio intervento e, assieme a Carmen Añon Feliù, non posso che ringraziare l’Accademia di Francia a Roma e l’Associazione Parchi e Giardini d’Italia che ci hanno invitato a questo simposio attraverso il Comitato Scientifico presieduto da Alberta Campitelli. Un’occasione che ci permette di conoscere il progetto di restauro e manutenzione del giardino storico di Villa Medici affidato allo Studio Gatier. Un’occasione che ci consente di tornare a parlare del giardino e di ‘recuperare’ così un elemento basilare alla cultura di ogni tempo e di ogni luogo. Occorre davvero che il giardino torni al centro della nostra attenzione.