salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
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Inauguriamo il 2012 con le riflessioni del poeta Andrea Zanzotto (scomparso il 18 ottobre 2011, poco dopo aver compiuto novant'anni): 1. alcui passaggi del bellissimo "In questo progresso scorsoio" (Grazanti, 2009) che propone la conversazione avuta dal poeta con Marzio Breda: tutto il libro merita d'essere letto. Sono interessanti in particolare le riflessioni sulla natura, il paesaggio, l'essere umano, l'identità e la memoria; e quelle sulle contraddittorie spinte che animano le azioni nella nostra vita quotidiana. 2. l'intervista fatta da Marco Alfieri e apparsa su La Stampa del 10 ottobre 2011.
I poeti riescono ad andare all'essenza delle cose con poche folgoranti parole, come ha fatto mirabilmente Andrea Zanzotto; egli ha anche combattuto battaglie concrete in difesa del paesaggio e del territorio: un intellettuale che si è battuto con le parole e con l'azione pratica. Chi abita nel Mendrisiotto e nel Ticino si rende conto che quanto il poeta afferma a proposito del suo Veneto vale purtroppo anche per il nostro territorio ticinese.
È bene soffermarsi su un punto essenziale sollevato da Zanzotto, secondo cui il vivere in luoghi in cui prevale la bruttezza comporta fenomeni regressivi al limite del disagio mentale: altri pensatori, in particolare il premio Nobel per la medicina Lorenz (ma anche altri filosofi, medici, psichiatri, storici, urbanisti e sociologi) hanno messo in risalto questo aspetto, che purtroppo la maggioranza dei politici ignora volutamente perché è troppo presa dagli affari. Bisognerebbe creare un reato di "bruttezza paesaggistica", così finalmente si potrebbero perseguire penalmente gli amministratori responsabili di scempi paesaggistici. Andrea Zanzotto è un esempio sia per la profonda riflessione che propone sia per la costante lotta in difesa del bene più prezioso che abbiamo: la terra, un bene comune vitale. Ecco perché riteniamo che sia bene iniziare il 2012 con le sue parole e il suo esempio.(TF) 1. "Il giorno in cui hai superato la soglia degli ottant'anni hai detto, con l'aria di chi indica una sorta di programma esistenziale: "per andare avanti bisogna procedere con un piede nell'infanzia, quando tutto sembra grande e importante, e un piede nella vecchiaia estrema, quando tutto sembra niente". Osservando il tuo impegno degli ultimi tempi pare che, in questo viaggio dentro te stesso tra le diverse età della vita, tu tenga tutti e due i piedi, se non proprio nell'infanzia, almeno nella giovinezza, vista la passione con cui ti batti per certe cause, come l'ambiente e il paesaggio ... In fondo ho continuato a comportarmi come facevo sempre, ma a un certo punto mi sono accorto che i problemi che trasprivano dai miei vecchi versi, quasi come una premonizione, erano compresi da un numero crescente di persone. Insomma, i temi dell'ambiente e del paesaggio si erano fatti ogni giorno più acri e indignati, nei sentimenti della gente, e oggi vanno ormai oltre il malessere o l'inquietudine ... Si profilava un fatto spiegabile con certi fenomeni dell'Italia prima che scattasse la grande corsa a uno sviluppo divenuto ben presto soprasviluppo senza regole e qui, nella coiddetta "megalopoli padana" più che altrove. Però, se incombeva ormai come emergenza quanto prima era solo allarme, allo stesso tempo persistevano anche controspinte di segno opposto: si scatenavano forme di ottusità localistica che indicavano come "nemico" chiunque entrasse in scena con qualche obiezione. Nemico anch'io, dunque, certe volte ... A me sta capitando di essere chiamato a difendere anche cose apparentemente minime: una valle minacciata, un prato che sta per sparire, un bosco secolare ammalato, un antico convento il cui "brolo" si pretenderebbe di cancellare ... E ogni volta cerco di muovermi, firmo petizioni, rilascio interviste mirate, partecipo ad assemblee popolari, telefono ai giornali. Ma troppo spesso è fatica sprecata, perché chi oggi vorrebbe salvare qualche angolo superstite del proprio paesaggio, il giorno dopo vuole magari il contrario ... Un'instabilità che si rivela anche nel pendolo schizofrenico del voto politico italiano, divenuto voto messianico. ( pp. 15-16) [...] Torniamo ad aprire la botola del paesaggio. Se "anch'esso ha una propria semiologia che indica quello che è, a un certo momento, una civiltà", come hai detto a proposito degli studi del geografo Eugenio Turri, quali riflessioni ti suscita la metamorfosi degli ultimi decenni? Andando sotto la crosta dei luoghi comuni che perseguitano il Nordest, che tipo di disarmonie, slogature, scissioni dell'inconsio collettivo e devastazioni sociali ti hanno colpito? L'aspetto più urtante, almeno visualmente, di come è cambiato il Veneto è proprio l'aggressione al paesaggio. Alla scomparsa del mondo agricolo ha corrisposto una proliferazione edilizia inconsulta e casuale, che ha dato luogo a una specie di città-giardino (ma sempre meno giardino e sempre più periferia di città), con un'erosione anche fisica del territorio attraverso diverse forme di degradazione macroscopica dell'ambiente. Ora, tutta questa bruttezza che sembra quasi calata dall'esterno sopra un paesaggio particolarmente delicato, "sottile" sia nella sua parte più selvatica come le Dolomiti, sia in quella più pettinata dall'agricoltura, non può creare devastazioni nell'ambito sociologico e psicologico. Vivere in mezzo alla bruttezza non può non intaccare un certo tipo di sensibilità, ricca e vibrante, che ha caratterizzato la tradizione veneta, alimentando impensabili fenomeni regressivi al limite del disagio mentale. Per esempio, aggressività, umori rancorosi, intolleranze e spietatezze mai viste, secondo al logica di sbrogliare la crisi sociale - che si fa sempre più acuta - etnicizzandola. E così è successo perché, in realtà, quell'orrenda proliferazione è scaturita appunto dall'affievolirsi di antiche virtù. (p. 28) [...]
2. "Qui nell’alta marca trevigiana ci sono piccole zone incontaminate che resistono. Posti dimenticati come Refrontolo che hanno una felicità in sé e conservano un loro incanto. Ma ormai non si può più nemmeno pensarlo, il vecchio Veneto. «In giro c’è una ferocia tale che si esprime in un impulso alla velocità, alla fretta…» dice il poeta Andrea Zanzotto. Oggi compie 90 anni e per l’occasione verrà presentato un libro celebrativo intitolato Nessun consuntivo con un saggio di Carlo Ossola, contenente una lettera del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Da Pieve di Soligo, da quel mondo collinare che ha fatto da fondale ai quadri eterni di Giorgione, Tiziano e Tintoretto, poi devastato dall’industrializzazione selvaggia e dai capannoni del mitico Nord Est, il più cosmopolita dei nostri poeti continua a guardare alle cose del mondo e a tutti noi. Non senza rovelli e nuovi spettri. Zanzotto, a casa sua, è seduto al centro di un piccolo divano, coperto da un berretto rosso e un plaid marrone. Il suo viso è scavato dall’età e dagli acciacchi, ma gli occhi si muovono vispi. La testa mobile e curiosa, da indignato cronico.
È vero che segue da vicino la crisi
finanziaria mondiale? «Questa modernità
cannibale mi ossessiona. La stoltezza che circola si palpa come un vento».
Lei parla di illusioni. Però le sue battaglie
contro la cementificazione selvaggia che si sta mangiando mezza pianura del Piave, sono fatti molto concreti. Qui a Pieve di Soligo si ricordano tutti quella, vinta, a difesa del prato di
via delle Mura. Doveva nascere un mega palazzetto, lei è riuscito a fermare le ruspe…
Un’altra battaglia che combatte da anni è
quella contro l’imbroglio della cultura leghista… «Perché esiste una contraddizione molto forte tra la tradizione dell’Italia una e indivisibile e un paese reale diviso dal punto di vista economico. Questo dualismo lasciato marcire per anni ha confuso i piani producendo l’imbroglio di due paesi altri tra loro. Arrivando all’equivoco padanico».
Invece riaffermare nel corso del suo 150esimo
anniversario l’unità d’Italia è stato come un urlo liberatorio. Come se Napolitano avesse gridato: “il re è nudo”, sgonfiando d'incanto la retorica secessionista.
«La riaffermazione di Napolitano spero dipani anche questo grande equivoco identitario.
Come ci ricorda Gian Luigi Beccaria nel suo splendido libretto Mia lingua italiana , per prima è venuta la lingua. Non è stata una nazione a produrre una letteratura, ma una
letteratura a prefigurare il desiderio e il progetto di una nazione italiana. A partire da Dante, Petrarca e Boccaccio. Naturalmente ci sono mancanze e ritardi in un processo forse non
del tutto riuscito che ha portato all’Italia unita».
«Storicamente le lingue erano frazionate, c’era una radicalità di dialetti, questo è vero. I mille sbarcati in Sicilia non si capivano, Cavour e la classe colta piemontese parlavano francese. Pittoreschi contrasti che però convergevano verso l’unità del paese, perché la lingua e la nostra tradizione letteraria ci hanno insegnato cosa significasse essere italiani e non soltanto fiorentini, lombardi, veneti, piemontesi o siciliani...». Una lezione che i novant’anni di Andrea Zanzotto, veneto di Pieve di Soligo, la vandea leghista, ricordano a tutti a futura memoria." |