Ripropongo due articoli sul consumo sconsiderato di suolo in Italia - che troppo ci assomiglia in questa irresponsabile distruzione di terre agricole -, apparsi su Il Fatto
Quotidiano e il 9 febbraio 2013 su eddyburgh.
Quanto attuale vista la votazione sulla revisione della Legge sulla pianificazione del territorio del 3 marzo, osteggiata dalle forze reazionarie (grandi organizzazioni economiche svizzere e
partiti politici loro sudditi).
Tiziano
Una colata di cemento ci seppellirà
Ancora una documentata denuncia della devastazione del territorio prodotto dall'ideologia dominante e dalle conseguenti pratiche. Il Fatto quotidiano online, 7
febbraio 2013
Otto metri quadrati di terreni vergini vengono ricoperti di cemento e asfalto ogni secondo. Ogni cinque mesi viene cementificata un’area pari a quella di Napoli; ogni anno una superficie uguale
all’estensione di Milano e Firenze. Sono questi i dati impressionanti che l’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha presentato ieri in un affollato e
qualificatissimo convegno.
L’Ispra ha avuto lo straordinario merito di aver sistematizzato tutti gli studi e le ricerche che negli ultimi anni avevano riguardato il fenomeno e di aver ricostruito per la prima volta
l’andamento del consumo di suolo in Italia dal 1956 al 2010. Cinquantatré anni fa era urbanizzato il 2,8% del territorio, contro la media europea del 2,3%. Al 2010 il consumo di suolo italiano è
pari al 6,9% e manteniamo il triste record europeo. Nel 1956 la graduatoria delle regioni più cementificate vedeva la Liguria superare di poco la Lombardia con quasi il 5% di territorio
“sigillato”, distaccando, Puglia a parte (4%), tutte le altre. Dopo mezzo secolo la situazione cambia:la Lombardia supera la soglia del 10%, ponendosi in testa alla classifica, seguita da Puglia,
Veneto, Campania, Liguria, Lazio e Emilia Romagna, ma quasi tutte le altre (14 su 20) oltrepassano abbondantemente il 5% di consumo di suolo.
Il dato è ancor più impressionante se si pensa che il territorio italiano è morfologicamente tormentato, presenta vaste zone collinari e montagne dove è pressoché impossibile costruire e
cementificare. Il consumo di suolo ha dunque aggredito le parti pianeggianti ed è ancora l’Ispra ad aver documentato che lungo la costa adriatica, quella ligure, quella romana e della
conurbazione napoletana i valori di occupazione del suolo raggiungono valori anche superiori al 40%. Per la pianura padana compresa tra Bergamo e Venezia era già stato l’Istat due anni fa ad aver
denunciato la esistenza di un gigantesca conurbazione a bassa densità che ha divorato milioni di ettari di campagna e non ha rispettato neppure i fiumi.
Ed ecco la prima conseguenza della follia italiana: con cadenza regolare le aree pianeggianti vengono investite da gigantesche ondate di acqua che non riesce più a defluire negli alvei fluviali.
Alessandria, Genova, le Cinque terre,la Lunigiana, Vicenza e tanti altri tragici esempi, forniscono la misura dell’insensata strada che l’Italia ha intrapreso. Piangiamo centinaia di morti
innocenti, di devastazioni urbane e paesaggistiche, di miliardi di euro di danni. Uno sviluppo cieco imposto dalla rendita fondiaria speculativa sta riducendo il nostro paese in una gigantesca
colata di cemento.
La seconda conseguenza sta nel disordine urbano e nelle disfunzioni che verifichiamo nella vita di ogni giorno. Ci si muove a fatica nelle nostre città: stiamo diventando un paese immobile perché
prigioniero del cemento. E perdiamo così preziose occasioni di lavoro in questi tempi di crisi. La delocalizzazione che nei decenni precedenti prediligeva i paesi più poveri, oggi riguarda la
Svizzera o la Carinzia, dove chi investe trova aree funzionali, trasporti che funzionano, servizi tecnologici di avanguardia.
E mentre i paesi europei, Germania per prima, approvano regole che limitano l’espansione urbanistica, nel Veneto dove i capannoni industriali abbandonati rappresentano il 50% della “capannonia”
costruita negli anni della crescita economica si sta ad esempio dando il via alla costruzione di 5 nuove “città del divertimento” che divoreranno altri 200 ettari di campagna. Tutte le città,
piccole e grandi, continuano ad espandersi senza fine mentre aumentano le case vuote. Si costruisce per favorire gli investimenti della grande finanza internazionale, anche con le grandi opere
inutili: dal Ponte sullo stretto, all’Alta velocità della Val di Susa, dal raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino, alla folle corsa a costruire porti turistici che, come ad Imperia, nascondono il
malaffare. L’Ispra ha compiuto dunque un atto di grande rilevanza: ha reso noti i dati nazionali e ha dato l’allarme su quanto potrebbe accadere se non blocchiamo per sempre l’espansione
urbana.
Ma di questo, come noto, i tre maggiori contendenti (Pd, Monti e Pdl) non parlano in campagna elettorale. Il sistema Sesto San Giovanni, e cioè l’assoluta discrezionalità con cui si aumentano a
piacere le volumetrie da realizzare è un comodo giocattolo che permette guadagni illeciti e consenso sociale.
Stop al consumo di suolo e
Salviamo il paesaggio sono invece le due grandi spine nel fianco di questo sistema di potere cieco e insensibile al bene comune. E sarà la voce delle popolazioni che
non ne possono più di vedere devastato il paesaggio italiano a invertire il corso degli eventi. Anche grazie al prezioso lavoro dell’Ispra.
Otto metri quadri al secondo, zero cibo per 19 persone ogni ora
Consumo di suolo non è solo devastazione del paesaggio e della natura. E' anche minaccia all'alimentazione. Una riflessione per eddyburg sollecitata dal rapporto ISPRA presentato lo scorso 5
febbraio a Roma.
I dati presentati dall'
Istituto superiore per la protezione
e la ricerca ambientale (ISPRA) lo scorso 5 febbraio fanno fare un passo in avanti al nostro Paese, aumentando la consapevolezza verso un tema di enorme attualità ed urgenza e mettendo
le istituzioni in una posizione di rapida decisione in merito. Ma il tema del consumo dei suoli è anche urgente perché è straordinariamente legato alla contrazione della produzione di cibo.
Insomma per forza di cose, se avanza il cemento, indietreggia il cibo. E se indietreggia il cibo, aumenta la dipendenza di una nazione dall’approvvigionamento di materia prima agricola dal
mercato estero. E probabilmente il continuo aumento di questi ultimi anni della nostra spesa per importare rispetto a quella per esportare cereali e prodotti agricoli di base non è disgiunto dai
consumi di suolo agricoli. Nel 2011 il saldo tra import ed export agricolo è di molto peggiorato andando a -1,2 Miliardi di EURO contro i -768 milioni del 2010…insomma spendiamo sempre di più per
comprare materia prima per cibo e sempre meno la esportiamo (fonte: Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali - Rivista telematica –
www.aiol.it).
Ma non solo aumenta la dipendenza con l’estero. Aumenta anche l’esposizione al rischio di non essere più in grado di assicurare cibo ai propri abitanti con le risorse di suolo esistenti. Questo
si chiama attacco alla sovranità alimentare o alla sicurezza alimentare (e il ministro Catania lo aveva ben evidenziato nel rapporto tecnico che accompagnava la prima proposta di legge). E in
effetti se si fanno due calcoli trasformando i consumi di suolo in cibo, vengono fuori cose sorprendenti.
Se accettiamo per un italiano una dieta calorica di 2500 kcal/giorno e assumiamo, rielaborandole, le indicazioni di uno studio INEA riportato da Luca Mercalli (1) con cui si stabiliva la
corrispondenza tra fabbisogno calorico, varietà della dieta mediterranea (cereali, latte, grassi, carne, burro, uova, etc.) e superficie agricola necessaria per sostenere quella dieta, esce che
occorrono circa 1500 m2 per persona per garantire il proprio fabbisogno annuo. In altri termini vuol dire che con 1 ettaro mangiano 6,6 persone.
Si tratta di una cifra di molto approssimata e indicativa che non tiene conto di tanti altri fattori ma che qui ci è molto utile per farci un ordine di grandezza di cosa significhi il consumo di
suolo in termini di contrazione del cibo. Se quegli 8 m2 al secondo fossero terreni agricoli, sarebbe come dire che ogni ora 19 persone in meno sono alimentabili in questo Paese con le risorse di
terra del Paese. Gli italiani stanno attentando a se stessi! Con quelle cifre, secondo me ancora sottostimate rispetto ad un fenomeno che è probabilmente molto più acuto e diffuso (2), ogni anno
non si mettono a tavola 167.000 persone. È come se una città come Perugia o Reggio Emilia si trovasse da un anno all’altro senza cibo. E tutto questo calcolo è fatto immaginando di destinare
tutta la produzione nostrana al mercato nazionale, cosa che sappiamo bene non essere vero, visto che il nostro cibo viene esportato in tutto il mondo e attrae eno-gastronauti da tutto il mondo.
Pertanto i dati dovrebbero esser ancor più gravi. Quindi, come ho cercato di dire con questo semplice esercizio sicuramente perfettibile ma sufficiente a farci comprendere una parte
importantissima del problema, il consumo di suolo insidia il Paese su più fronti e lo sta mettendo in ginocchio.
Gli strumenti con cui gestiamo il suolo sono vecchi e inadatti. Abbiamo leggi inadeguate (il testo unico ambientale definisce il suolo come le infrastrutture e gli abitati…leggere per credere:
art. 54 L. 152/06) e non vi è consapevolezza che il suolo sia una risorsa ambientale fornitrice di servizi ecosistemici per tutti (anche questo si è detto a Roma in quel convegno: vd. relazioni
di Terribile, Claps, Marchetti, Gardi, etc.). Ma non solo. La dimensione ambientale della risorsa suolo non è affatto intercettata tra le competenze urbanistiche dei comuni e delle altre
amministrazioni. L’uso del suolo continua ad essere dominato dalla rendita. Gli effetti ambientali dei consumi non entrano in alcun bilancio. Ogni comune pianifica se stesso trattando il proprio
territorio come una sorta di regno completamente disgiunto dal vicino. Rarissimi i casi di cooperazione sull’uso del suolo. E questo non va bene perché paesaggio, suolo, ambiente, acqua…sono
risorse in confinabili che richiedono cooperazione pianificatoria che abbiamo perso del tutto soggiogati da ben altri interessi.
Così anche l’urbanistica oggi deve fare lucidamente i conti con le sue responsabilità che prendono nuovi nomi, come ad esempio la responsabilità verso la tutela della sovranità alimentare. Ma
molti amministratori e urbanisti ancora sono lontani dal misurarsi con questa dimensione che invece è urgente e grave (solo 8 italiani su 10 possono mangiare dai nostri campi).
Anche per tutto ciò credo sia urgente che, parlando di contenimento del consumo di suolo si parli di riforma seria delle competenze delle amministrazioni locali per quanto riguarda la materia
ambientale e quindi anche per l’uso del suolo. I comuni non possono più governare da soli, come sono stati di fatto ridotti ad essere (le province sono state svuotate e le regioni hanno spesso
delegato tutto verso il basso), un patrimonio collettivo di interesse generale e comune (3), verso il quale occorre una dimensione di responsabilità che supera i propri confini. Occorre aiutarli
con strutture di accompagnamento e di cooperazione per centrare un obiettivo comune, ben diverso spesso dall’obiettivo del Comune.
(1) Mercalli L. e Sasso C. (2004),
Le mucche non mangiano cemento, SMS, Torino, p. 225
(2) Solo in Lombardia sono 1,7 i m2/secondo di terreni agricoli persi. Fonte CRCS (2010), Centro di ricerca sui consumi di suolo. Rapporto 2010, INU edizioni
(3) Di questo abbiamo recentemente discusso in Pileri P. e Granata E. (2012), Amor Loci. Suolo, Ambiente e cultura civile, Raffaello Cortina Editore, Milano