salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
Riproponiamo l'intervista apparsa su La Regione del 5 marzo 2007 fatta da Leonardo Terzi all'arch. Tita Carloni concernente la distruzione di palazzi storici a Lugano e allo stravolgimento del territorio ticinese: è attualissima e molto stimolante per capire quanto sta avvenendo a Lugano ma anche a Mendrisio.
La Romantica e Villa Branca a Melide sotto le ruspe per far posto a “residence”; storiche dimore luganesi che seguono lo stesso destino, sostituite da palazzi di cemento alti 7 piani; improbabili complessi hollywoodiani che spuntano lungo le rive del lago nei pochi punti ancora incontaminati. La cronaca recente è piena di gridi d’allarme, liste rosse di edifici storici minacciati, tutto inutile: le ragioni del denaro sono più forti e le ruspe arrivano puntualmente a fare il loro lavoro. Tita Carloni, architetto di Rovio fra i più prestigiosi della scena svizzera, si occupa da tempo di questi misfatti e ha recentemente pubblicato un proprio contributo su “Area” su quanto sta succedendo intorno al lago di Lugano. Lo abbiamo intervistato per approfondire la questione.
Per cominciare, architetto Carloni, questi progetti rispettano i piani regolatori. C’è qualcosa di sbagliato proprio nei Pr, oppure alla cittadinanza va bene così?
«Sì, i progetti menzionati sono tutti in linea con i piani regolatori, i quali sono nati una trentina d’anni fa basandosi su un presupposto indicato come “regole” delle centrali della pianificazione ufficiale, federale e cantonale. Il dimensionamento di un piano regolatore si basava su un possibile raddoppio della popolazione locale come limite massimo. L’ipotesi era che nel giro di una ventina, trentina d’anni (durata media di un piano regolatore) ciò non avvenisse e si arrivasse al massimo ad utilizzare un 20% delle aree edificabili. In più vi era la convinzione (o ingenua o ipocrita) che la crescita avvenisse nell’ambito della popolazione locale, in un quadro di civiltà, di moderazione e di rispetto dei valori comunitari. I municipi ed i consigli comunali giocavano il gioco, spesso pilotati direttamente o indirettamente da interessi immobiliari e speculativi (imprese, fiduciari, immobiliaristi, professionisti, mediatori). Nessuno, o quasi nessuno, avvertì i cittadini di quanto avrebbe potuto succedere, e cioè che il mercato immobiliare si sarebbe appropriato di questi meccanismi di crescita traducendo un limitato bisogno reale in un affare su larga scala».
In fondo anche i signorotti di un tempo avevano invaso il territorio con le loro ville. Che erano pure meno “ democratiche” delle moderne case d’appartamenti. O no?
«Sulle rive dei laghi c’erano i vecchi villaggi e attorno campagne, boschi ed incolti. Alla fine del Settecento e nell’Ottocento l’aristocrazia illuminata e la nuova borghesia costruirono alcune ville con parchi attorno, in posizione di autonomia rispetto ai vecchi villaggi e con grandi spazi attorno. Ma quell’aristocrazia e quella borghesia oltre alla grande ricchezza (ottenuta spesso sulla pelle della povera gente) avevano la cultura: anche la cultura architettonica, in più di quella letteraria, scientifica, artistica. E chiamavano ad operare architetti ed artisti di valore. Ma cosa sono in generale i nuovi ricchi di adesso? Che cultura hanno? Che conoscenza del territorio? Come abitano? Chiaro che l’800 aristocratico borghese non era particolarmente democratico; ma è forse democratico il mondo attuale della borsa, degli investimenti speculativi, delle imprese immobiliari con i loro sprechi, i loro consumi, la loro incontenibile mobilità e loro condomini occupati per qualche settimana all’anno, le loro seconde e terze case per le varie stagioni e così via? Il territorio che nasce adesso riflette semplicemente questo disordine, altro che “democrazia”».
La percezione negativa rispetto alle novità non è forse dovuta al fatto che la tendenza a costruire sempre più fitto sembra irreversibile? Non ci vorrebbe una facoltà di de-architettura, che insegni a demolire gli orrori ?
«Ogni edificio ha in sé un valore incorporato di lavoro, di materiali, di merci, di costi
finanziari che non può essere cancellato con un semplice colpo di spugna. Affinché un edificio diventi oggettivamente demolibile devono passare almeno cinquant’anni, ma di regola occorrono
anche di più. Le città medioevali hanno potuto essere demolite sono nell’ 800 (Parigi, Vienna, il Sassello di Lugano addirittura nel ’ 900). Le ville borghesi della prima metà del ‘900 sono
divenute “demolibili” negli ultimi 20 o 10 anni, a Lugano ed a Locarno.
Quindi non è che occorra in sé una
facoltà di de-architettura. Al momento opportuno bastano le ruspe. Ma una facoltà che si interessasse di più ad una riconversione praticabile ed intelligente del territorio sarebbe molto utile.
Nelle facoltà di architettura si continua ad insegnare che crescere è bello, che l’architettura è una pratica estensiva per natura, destinata a sottrarre felicemente ed artisticamente sempre
maggiore spazio alla natura.
Riparare e magari un po’ ridurre quello che c’è non interessa, si direbbe, a nessuno. Non è abbastanza creativo. E allora c’è poco da sperare, almeno per il momento».
L’architetto ‘obiettore di coscienza’ - La categoria ha
responsabilità, ma anche attenuanti.
Lei come architetto non sente di avere delle responsabilità in questo processo?
«Per l’architetto esiste, in una certa qual misura, l’obiezione di coscienza. C’è chi la esercita un po’, e chi niente. Fare l’obiettore di coscienza (cioè non
accettare determinati mandati) è difficile perché bisogna anche campare e pagare i propri collaboratori. Ma non è del tutto impossibile. Ognuno fa poi quello che si sente di fare. Ma ci sono certamente delle soglie che non possono essere superate, quando l’iniziativa è altamente speculativa, distruttiva, in poche parole
sporca.
Se chiede a me personalmente le dirò che ho cercato di fare il possibile per un’architettura ed un territorio decenti. Progettando qualche volta anche case d’appartamenti in città dove l’arte consisteva nel cercare di creare, entro limiti finanziari molto restrittivi e tempi molto serrati, locali un po’ più grandi, qualche piccola comodità in più, qualche spazio un po’ più godibile, facciate pubblicamente accettabili.
Sento di aver mancato più volte sul piano pubblico, non denunciando pianificazioni cattive, politiche del territorio scadenti, singole operazioni negative. Ma sono fiero di un piccolo episodio. Una volta a Ginevra una signora mi chiamò per progettare una grande villa su una collina. Andammo a visitare il terreno. Era un grande campo di grano con alcune querce secolari attorno. Rinunciai al mandato e, conigliescamente, raccomandai alla signora un mio collega. Devo aggiungere che me lo potei permettere perché insegnavo e alla fine del mese ricevevo regolarmente un salario».