salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
Proponiamo alcuni articoli concernenti il dibattito dedicato a Lugano, scritti da Raffaella Martinelli Peter (Corriere del Ticino del 2 luglio) e da Melitta Jalkanen (Corriere del Ticino del 13 luglio 2011); vi proponiamo anche la lettera aperta di VivaGandria al sindaco di Lugano, apparsa il 29 giugno 2011 sul blog dell'associazione che difende Gandria (visitatelo perché è ben fatto e vi sono molti documenti interessanti). Infine proponiamo anche l'editoriale di Giancarlo Dillena del 4 luglio 2011 apparso ovviamente sul Corriere del Ticino.
Abbiamo messo in rilievo le parti che riteniamo essenziali e sulle quali torneremo.
1. VivaGandria
"Lettera aperta a Giorgio Giudici
Caro Sindaco,
la sua recente intervista sul Corriere del Ticino è senza dubbio stupefacente.
Pensiamo che le questioni del bello, del bene e della democrazia sono intimamente interconnesse e hanno grande rilevanza nella storia del pensiero.
Ciononostante, in questa sede, non vogliamo entrare nel merito delle sue considerazioni, che non condividiamo, sulla difesa del patrimonio architettonico di Lugano, ma venire al suo modo di concepire la politica, la democrazia, il rapporto tra eletti e elettori.
A Gandria lei si è “stufato” per non essere riuscito a far passare un suo progetto, per la verità non brillante. A suo dire le persone che aderiscono alla nostra Associazione (e alle altre sorte in città) non sono in “buona fede”, sono malate di “protagonismo”, “sprovvedute”, sono “sempre negative, sempre contro, sempre critiche...” ed esprimono solo “astio”. Più in generale, partendo da quelle premesse, lei ritiene che pianificare la città coinvolgendo i cittadini sia “una follia totale” che “uccide la democrazia”.
Allora vorremmo ricordarle come ci siamo mossi in questi ultimi tre anni a Gandria.
- 8.10.2008: quando lei ha introdotto il progetto delle note palazzine non abbiamo criticato ma abbiamo promosso una petizione al Consiglio di Stato per la protezione integrale di Gandria: due terzi dei cittadini l’hanno sottoscritta. Attualmente ha superato lo scoglio della Commissione dei beni culturali ed è al vaglio dell’ufficio cantonale che dovrà fornire il preavviso per la decisione del governo.
- 5.11.2009: le abbiamo inviato una lettera proponendo, tra l’altro “di far allestire un inventario rapido del contesto culturale/paesaggistico di Gandria” per porre un freno al degrado quotidiano - anche per mano pubblica - del delicato tessuto del villaggio. Per questo progetto, come abbiamo avuto occasione di esporre a un membro dei municipio, offrivamo un modello, la collaborazione dell'Ufficio cantonale dei beni culturali e una direzione scientifica di qualità. Ma la proposta non è stata accolta.
- 19.11.2009: abbiamo organizzato una conferenza/dibattito con relatori qualificati - “di spessore”, direbbe lei - e folto pubblico per discutere del tema “Gandria: nucleo da salvaguardare?”. Il Municipio ha delegato ufficialmente l’architetto Marco Hubeli, responsabile della pianificazione comunale, per cui sa che dal dibattito sono scaturiti suggerimenti interessanti da prendere in considerazione.
- 26.7.2010: abbiamo proposto al Municipio la partecipazione della Città a un Mandato di studio parallelo per la tutela e la valorizzazione architettonica e ambientale dell'antico villaggio di Gandria. Il Cantone lo desiderava, la SIA e la FAS - società di architetti e ingegneri - ne avevano approvato il bando e volevano patrocinarlo, garantendo anche la pubblicazione e la mostra dei risultati. La STAN aveva aderito. L’allora capo Dicastero del territorio Paolo Beltraminelli e l’architetto Marco Hubeli avevano espresso il loro accordo di principio, il Municipio diceva di seguire “con interesse l'iniziativa dell'Associazione VivaGandria”. Due giorni dopo la maggioranza municipale in cui si riconosce ha declinato frettolosamente l’offerta, senza comunicare ai municipali il testo del mandato - elaborato da architetti “di spessore” - e senza inoltrarlo per esame, come consueto, ai competenti uffici amministratvi. Un’occasione mancata, che avrebbe permesso fra l’altro di affrontare quello che lei considera “il vero sfregio di Gandria, quell'autosilo sopra la testa: osceno, oppressivo”. Su questo punto siamo totalmente d’accordo con lei: allora perché non affrontare insieme il problema?
Siamo forse degli “sprovveduti” ma ci sembra di potere onestamente dire di aver sempre avanzato proposte positive e concrete. Questo e altre attività più capillari, storiche, culturali, sociali.., è ciò che abbiamo il piacere di fare “a favore della collettivita”.
E lei perché è così critico? Così negativo? In questo modo rischia di innescare un drammatico scenario fin de règne. La storia insegna che quando i governanti incensano i cittadini c'è odore di tirannia nascente e quando li insultano c'è odore di tirannia in declino. Ma siamo convinti che presto o tardi si aprirà anche a Lugano lo spazio della relazione, la politica del dialogo tra autorità e cittadini; quella per esempio sperimentata in città come Zurigo, con grande guadagno di intelligenza collettiva e beneficio per il tessuto e la progettualità sociale e urbana.
Se dubita veramente della nostra “buona fede” la invitiamo a venire a discutere da noi e l’aspettiamo fiduciosi. Potrà facilmente rendersi conto che il nostro interesse è per una città bella e vivibile e che per questo possiamo mettere a disposizione idee, creatività e savoir-faire.
Cordialmente,
VivaGandria
La protezione dei beni culturali nella città di Lugano ha suscitato nelle ultime settimane una discussione animata con molti interventi sui giornali da parte di cittadini preoccupati per il futuro della loro città. Un ulteriore tassello a questa discussione è stato portato dal Sindaco di Lugano, il quale si è espresso in un'intervista apparsa su questo giornale il 28 giugno. L'intervento del Sindaco lascia a dir poco perplessi e per più di un motivo. Innanzi tutto il Sindaco liquida con parole poco idonee, vista la sua posizione, l'attività svolta da gruppi di cittadini che si sono creati negli ultimi anni per difendere il territorio.
Pensiamo a Viva Gandria, ai cittadini della Via Moncucco, a Uniti per Brè, a Forum Abitat, e altri ancora.
Questi gruppi o associazioni di cittadini sono un segno di grande vitalità della nostra democrazia e indicano una volontà di partecipazione e di interesse per i beni pubblici da parte
della popolazione, che non si limita ad esprimere la propria opinione ogni 4 anni eleggendo i rappresentanti nei vari consessi, ma vuole occuparsi direttamente e attivamente dei beni
comuni. E il territorio, nel suo insieme è certamente un bene comune e il suo sviluppo è certamente un tema di primario interesse per
tutti i cittadini che ogni giorno vivono la città. Non capire questa evidenza e ritenere addirittura che questi cittadini attivi «non
siano in buona fede al 100%» significa aver perso il contatto con la realtà cittadina. Una realtà in movimento composta da cittadini che si impegnano, che vogliono partecipare e che
chiedono un maggior rispetto del tessuto urbano. Nell'intervista il Sindaco si esprime anche sul caso di Gandria e sullo studio da lui realizzato relativo alla costruzione di 4 palazzine su un
sedime che, secondo il parere della Commissione cantonale per il paesaggio e della Commissione federale per la protezione della natura e del paesaggio dovrebbe restare libero da qualsiasi
costruzione al fine di salvaguardare il sito ritenuto d'importanza nazionale. Il sindaco banalizza il tema affermando, nell'intervista, che si
sarebbe trattato di «un discorso di lana caprina», cioè un discorso inutile, una perdita di tempo. In realtà il discorso è molto importante, ritenuto che Gandria, per la sua unicità di
villaggio lacustre, è catalogato come insediamento di rilevanza nazionale secondo l'inventario federale ISOS. Quindi l'eventualità di costruire nuovi edifici a Gandria deve essere affrontata
con grande attenzione e competenza. L'architetto Tita Carloni si era espresso in proposito e aveva suggerito: «Si costruisca poco e adagio. Se si intende fare qualcosa di nuovo a
Gandria dev'esserci un progetto, un disegno architettonico capace di tratteggiare alcune case con la stessa delicatezza di un quadro». Una bella immagine questa che si scontra con la realtà
di un piano regolatore che il Municipio di Lugano dovrebbe finalmente ripensare. Rilevo infine che il Sindaco ritiene che la collettività non sia
disposta ad investire per salvaguardare alcuni edifici degni di protezione. Mi chiedo sulla base di quale sondaggio si possa giungere a questa conclusione. L'interesse dei cittadini per
questo tema farebbe pensare il contrario. E vi è da sperare che i cittadini continuino ad occuparsi del territorio, promuovendo dibattiti, raccogliendo documentazione e creando anche
occasioni di incontro, permettendo così di rompere l'isolamento nel quale a volte viviamo. Gregorio Arena, nel suo libro «Cittadini attivi» ricorda che le persone sono
portatrici non solo di bisogni, ma anche di capacità e che queste capacità possono essere messe a disposizione della comunità per contribuire a rispondere, insieme alle amministrazioni
pubbliche, alle esigenze collettive. Come cantava Giorgio Gaber, libertà è partecipazione.
RAFFAELLA MARTINELLI PETER
Consigliera comunale di Lugano, relatrice del Rapporto sui beni culturali
3. MELITTA JALKANEN
"DEMOLIRE MA SOLO PER MIGLIORARE
Lugano Demolition City. A parte il sindaco di Lugano e il direttore del Corriere del Ticino, ormai tutti ammettono che durante gli ultimi decenni Lugano è diventata meno bella e meno attraente. Non si tratta di nostalgia. Nessuno vorrebbe lavare il bucato sul Lungolago, specie d'inverno. Nessuno vorrebbe condividere il gabinetto in fondo al cortile con venti altre famiglie. Siamo tutti grati delle tecnologie moderne che ci permettono temperature interne salubri e gradevoli, senza la necessità di appestare l'aria esterna con fumi e fuliggine.
Ci rendiamo conto che c'è la necessità per più costruzioni, perché siamo più numerosi e perché le nostre esigenze sono cambiate. È raro oggi trovare tre
generazioni in poche stanze. Non siamo più disposti a condividere nemmeno il telecomando del televisore con gli altri.
Consumiamo più metri quadri di spazio a testa che i nostri nonni.
Non vogliamo una Lugano-Ballenberg. Occorre adattare la città alle esigenze che cambiano. Ma quando si demolisce un edificio o si distrugge un albero,
occorre che vengano sostituiti da qualcosa di più bello e più utile. Non da qualcosa di più brutto, e inutile o addirittura dannoso, come nel caso dei numerosi appartamenti che non sono
residenze primarie bensì luoghi occupati pochi giorni all'anno, e che danno un'aria di abbandono a interi palazzi, interi quartieri. Il guadagno pecuniario non dev'essere una giustificazione
sufficiente per ottenere il diritto di demolire e costruire. L'intervento deve migliorare la città, non peggiorarla.
I Verdi sono felici di constatare che ormai tutti i partiti politici si stanno muovendo per salvare il salvabile. Persino partiti che fino a poco fa erano
votati al cemento. Tre sono le recentissime mozioni di cui trovate i testi completi su www.lugano.ch: numero 3636 (Cristina Zanini) che chiede una Variante di Piano Regolatore per Moncucco.
Numero 3637 (Angelo Paparelli) che chiede il «baustopp». Numero 3638 (Michele Kauz) che chiede un Regolamento per il taglio di alberi. Non ha importanza se gli interventi sono dovuti a un
genuino amore del bello e del giusto, o se anche i più affaristi si sono resi conto che distruggere la bellezza di Lugano comporta un danno economico. L'importante è che fermiamo la distruzione
e pianifichiamo i passi da prendere.
I Verdi sono fiduciosi che a questo punto ci sarà finalmente il consenso anche per riprendere la Mozione 3333 (dei Verdi Gianni Cattaneo e Fabio Guarneri)
del 5 febbraio 2007 che chiedeva un Regolamento per il verde pubblico e privato. A suo tempo la Commissione di Pianificazione la riteneva «interessante» ma che avrebbe «limitato» gli
interventi edili... Infatti era precisamente questo lo scopo. Necessario quattro anni fa, oggi lo è ancora di più.
Ci era stato promesso un manuale per la gestione del verde. Tuttora non c'è e ne vediamo le conseguenze: alberi tagliati a casaccio, senza pianificazione, per
motivi come «facilitare l'accesso all'autorimessa». Speriamo che la voglia, coralmente espressa, di proteggere il patrimonio culturale e naturale di Lugano abbia anche un effetto visibile
nei quartieri, nel paesaggio, e non resti lettera morta sulle asciutte pagine stampate. "
MELITTA JALKANEN, consigliera comunale di Lugano
4. G. Dillena, direttore del Corriere del Ticino
LUGANO - UN VOLTO PER UNA CITTÀ CHE VIVE
Ho trovato estremamente interessante, e rivelatore, il dibattito intorno allo stato di salute estetico della città ospitato nelle scorse settimane sulle pagine di Lugano del nostro giornale. Un confronto che fa seguito a quello dello scorso anno su Locarno e ne richiama, per molti aspetti, i temi e i toni. Il primo elemento che va messo in evidenza e salutato positivamente, al di là dei singoli giudizi, è certamente l'attenzione e l'emozione che il problema solleva.
L'aspetto della città sta a cuore a molti, rivelando un attaccamento, una partecipazione, un senso di
identificazione con la sua immagine sicuramente confortanti. Perché non scontati, in un tempo in cui la mobilità professionale e residenziale porta spesso a ritrovarsi in luoghi con cui le
persone non hanno veri legami, se non quelli dati da contingenze e interessi momentanei. Un sentimento positivo dunque. Che talvolta assume però forme regressive, sulle quali qualche
riflessione va fatta. In una certa misura è sicuramente non solo comprensibile, ma anche difendibile la preoccupazione di salvaguardare edifici e angoli della città portatori di una
testimonianza storica significativa, doppiamente tale proprio nell'accostamento col nuovo. Ma quando questa preoccupazione si riduce all'esaltazione
sistematica del «vecchio» in contrapposizione al «nuovo», si finisce fuori strada. E alle spalle delle proclamate considerazioni estetiche emergono spesso piccole nostalgie per «la
città della mia gioventù» (che comunque «non torna più»); se non questioni più spicciole ed egoistiche (la palazzina dismessa procura meno fastidio al vicinato di un nuovo stabile abitato
«chissà da chi»...). In questo senso l'idea di «democratizzare» le decisioni circa le nuove costruzioni
affidandole magari ad un voto popolare presenta risvolti a dir poco inquietanti. Ma anche al di là di questi elementi poco «nobili», rifugiarsi in una sistematica valorizzazione acritica del
passato come sbarramento verso il futuro manifesta di per sé una mentalità di chiusura e immobilismo che va superata. Innanzitutto perché
fondamentalmente antistorica: se nel Rinascimento fosse prevalso questo approccio oggi ci ritroveremmo con i resti di troppi, tristi tuguri medievali e non avremmo le grandi
cattedrali.
Ma il problema abbraccia anche altre dimensioni. La città non è un monumento, più o meno bello, da tenere in formalina. La
città è un corpo vivente e pulsante, che cresce per effetto di una dinamica inevitabile, fatta di esigenze abitative, economiche, sociali. Altrimenti è condannata al declino, con
tutti gli strascichi negativi che esso porta con sé. In questa chiave bisogna dunque anche guardarla.
Ciò non significa che tutto va bene e tutto deve essere permesso. Le spinte che determinano la crescita della città - in
altre parole che la fanno vivere come entità urbana - sono spesso disordinate e in conflitto fra loro. Vanno dunque incanalate e, nel limite del possibile, armonizzate. E se in questo senso
devono anche essere utilizzati, quando occorre, limitazioni e divieti, essi non possono costituire lo strumento principale per disegnare e ridisegnare il volto della città. Il vero
nocciolo del problema è la qualità dei nuovi stabili e la loro collocazione. In particolare quei grandi edifici che, con la loro vistosa presenza (ma anche in ragione della loro funzione, si
pensi a quelli pubblici) da sempre costituiscono il punto di riferimento anche estetico di ogni tessuto urbano. Come fare in modo che «qualifichino» il volto della città? In altre parole, che
siano «belli»?
Non credo che possa esistere un criterio unico, oggi come in passato, a dispetto di ogni malintesa nostalgia. La Tour
Eiffel, quando sorse, suscitò orrore in chi vedeva in questo «mostruoso traliccio» una deturpazione della città di Notre Dame: oggi è l'irrinunciabile emblema della Ville Lumière! Le scelte
architettoniche, a maggior ragione se originali e innovative, saranno sempre destinate e suscitare discussioni e polemiche. Il che, in una certa misura, non guasta, poiché permette una
partecipazione allargata ad un dibattito di idee. Purché di idee si tratti e non solo di riduttivi pregiudizi. E purché ognuno faccia il proprio mestiere, nel rispetto delle prerogative
proprie e di quelle degli altri. Il dialogo e il confronto sono importanti, ma non devono sfociare in una confusa
baruffa in cui, alla fine, rischiano di prevalere soprattutto le posizioni negative ad oltranza. Sulle quali - questa è l'unica vera certezza è impossibile pensare di costruire il futuro di una
città viva e vitale, anche dal profilo estetico.
Mi piacerebbe che, al dibattito sulla salvaguardia di certe vestigia del passato, seguisse un altrettanto appassionato dibattito intorno a molte, diverse proposte
sul volto da dare alla Lugano di domani. Qualcuna anche un po' folle. Perché spesso sono proprio queste le idee che hanno fatto e fanno la
storia.