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salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti

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Cosa succede a Lugano? (IV)

Proponiamo l'intervista apparsa sul "Corriere del Ticino" (quotidiano che ha dedicato intelligentemente un lungo dibattito sui beni culturali a Lugano) del 28 giugno 2011, a firma Giuliano Gasperi e Claudio Meier, al sindaco di Lugano perché è molto istruttiva: permette di capire il pensiero del sindaco della città più importante del Ticino. E come lui ragiona la quasi totalità dei sindaci.

Ci siamo limitati a numerare le domande; leggete con particolare attenzione le domande-risposte: 1, 5, 7, 9, 13, 14, 15 e 16 perché particolarmente significative e sulle quali torneremo.

 

  

«Bello o brutto è soggettivo. Serve una crescita intelligente» - Riflessioni con il sindaco sulla città che si trasforma

Durante i suoi trentatré anni di Municipio, Giorgio Giudici lo sviluppo della città l'ha osservato molto da vicino. Diciamo anche con un occhio particola­re, vista la sua professione di architetto. Il sindaco quindi non poteva non par­tecipare al nostro dibattito pubblico sul tema, conclusosi sabato scorso. Con lui abbiamo parlato della crescita edilizia della sua Lugano (ponendogli an­che alcune domande emerse durante il forum): dall'estetica dei nuovi edifici alla protezione di quelli antichi di pregio, dalle polemiche su Gandria ai nuo­vi gruppi civici di difesa del territorio. 

1. Signor sindaco, che impressione le ha fatto il dibattito?
«La prima è stata di sorpresa, poi mi ha colpito la passione dei cittadini per i te­mi edilizi, anche se, purtroppo, c'è stata una buona dose di emotività, con giudi­zi non sempre razionali ma che comun­que devono far riflettere. Nel merito del­l'argomento, alcuni (fuori dal dibattito, ndr) hanno scritto che io ho il furore del­la demolizione... Posso solo dire che cer­te persone hanno il furore del conserva­torismo, che è altrettanto preoccupante, mentre io in realtà cerco il furore «della via di mezzo», cioè l'equilibrio fra lo svi­luppo della Città - che è fondamentale - e la promozione degli edifici caratteristi­ci del passato, non solo il loro manteni­mento. Già, perché se li conservo e ba­sta potrei addirittura perderli: conserva­re non vuol sempre dire mettere a posto; e fra proteggere e promuovere c'è un abisso. Il tema del dibattito, quindi, è tro­vare il giusto punto di equilibrio per uno sviluppo intelligente del territorio. Fra l'altro bisogna tener conto delle nuove norme edilizie, ad esempio sulla sicurez­za antincendio: possono creare diversi problemi logistici agli edifici antichi, che rischiano di essere snaturati all'esterno e all'interno».

 

3.Certo, ma esistono dei canoni estetici minimi.
«Sì, ma siccome ciò che è stato costruito è stato approvato dalle autorità e in que­ste c'è chi dà un giudizio sull'estetica, è inutile star qui a fare discorsi sui massimi sistemi. Ciò non vuol dire, però, che non difendiamo gli oggetti meritevoli. Nel 1978, quando entrai in Municipio, la mag­gior parte degli edifici più significativi di Lugano era stata distrutta. La prima cosa che ho fatto da capo dicastero è stato crea­re il perimetro del nucleo storico facendo l'inventario dei vari stabili, e devo dire che nell'insieme, negli ultimi vent'anni, non ci sono stati stravolgimenti».

 

4. 

Sono stati inseriti alcuni edifici più mo­derni.
«Sì, perché c'erano le basi legali che lo permettevano. Sempre nel nucleo è sta­ta allargata tutta la zona pedonale con relativa pavimentazione di pregio, poi è stato tutelato il perimetro del vecchio Maghetti creando una dimensione di strada pedonale, mentre più a Nord è stata recuperata tutta l'area di corso El­vezia, che nel Piano Regolatore del 1964 si prevedeva di allargare totalmente. An­che Villa Sassa rischiava di essere demo­lita: c'era un progetto già approvato, ma ci siamo battuti con successo per far co­struire dietro salvando l'edificio e il suo muro caratteristico. Potrei raccontare di tanti altri casi in cui, dialogando con i privati, abbiamo salvato degli stabili di pregio. Altri ovviamente sono andati per­duti, come le vecchie case in viale Fran­scini dove oggi c'è la Banca del Gottar­do, ma non si può congelare tutto».

 

 

5. Cosa ne pensa del rapporto con cui la Commissione della pianificazione pro­pone di aggiungere una trentina di edi­fici alla lista dei beni da tutelare?
«In Municipio abbiamo fatto un esame scrupoloso valutando possibilità edifi­catorie e conseguenze economiche per i privati. Non abbiamo condiviso il me­todo dei commissari: se noi inseriamo sessantatré edifici e loro vogliono ag­giungerne trenta, l'eleganza impone di chiamare il Municipio, perché ci sono aspetti che toccano proprietà private e che possono diventare costi per
la col­lettività. Ora ci prendiamo il tempo per analizzare e dare risposte alle osserva­zioni, spiegando perché abbiamo esclu­so certi oggetti. Poi non si può dire «se il costo non è sopportabile il Comune può sempre rinunciare»; ma che ragiona­mento è? Io preferisco difendere dall'ini­zio quello che sono sicuro di difendere».
 

6. Vi siete posti un tetto di spesa per gli eventuali indennizzi ai proprietari de­gli stabili da tutelare?
«Teoricamente, fra dare e avere, la nostra proposta dovrebbe essere a costo zero. È per quello che alcuni oggetti sono ri­masti fuori».
 

7. Non crede che la collettività sia dispo­sta ad investire qualcosa per salvare al­cuni edifici?
«Sono convinto di no. Poi cosa vuol di­re collettività? Quanta parte di essa s'in­tende?»
 

8. Un altro problema sono gli edifici di pre­gio abbandonati a loro stessi e imbrut­titi dai segni del tempo. Così, quando si discute se demolirli o meno, non sem­brano più così belli. Sono ipotizzabili degli incentivi economici ai proprieta­ri che investono per risanarli?
«Si potrebbe stanziare un credito qua­dro, però deve trattarsi di edifici di valo­re. Rientra nel discorso della promozio­ne: sottraggo un bene dallo sviluppo eco­nomico ma collaboro con il privato per valorizzarlo».

9. Nelle costruzioni odierne, stando a quello che vede, si ricerca l'estetica?
« Secondo me sì, sempre. L'approccio è cambiato rispetto agli anni '70-'80. Non bisogna dimenticare che è anche una questione di costi e di disponibilità del committente ad accettare soluzioni ar­chitettoniche più onerose. Si potrebbe istituire una commissione di accompa­gnamento per l'estetica degli edifici, ma... non dovrebbe essere composta da poli­tici, bensì da esperti di spessore».

 

10. Un dibattito sull'estetica e l'impatto edi­lizio di un progetto l'ha vissuto perso­nalmente con il caso Gandria.
«È stato un discorso di lana caprina. Co­me architetto professionista mi hanno commissionato uno studio, non un pro­getto, e io ho detto «se dovessi realizza­re questo tipo di stabile, questo è quello che mi dice il Piano Regolatore» (che per­mette di edificare su di un prato all'en­trata del nucleo, ndr), punto. Né più, né meno».

 

11. Ripensando a tutta la vicenda, non si pente di nulla?
«Non mi pento quasi mai di niente».

12. Come mai si è ritirato dal progetto?
«Perché mi hanno stufato. Se fossi stato solo un architetto, sarei andato fino in fondo. Il progetto rispettava tutte le nor­me edilizie in vigore, infatti il Consiglio comunale si è rifiutato di fare un espro­prio. Il problema è che c'erano una stra­da e un terreno in pendenza, un'altezza massima di quindici metri e una distan­za minima di quattro metri dalla strada. Non potendo fare una casa in pendenza e dovendo garantire gli accessi, ho do­vuto disegnare una struttura «a scalet­ta», i blocchetti erano obbligati. Fra l'al­tro, il mio primo schizzo era tutto vetro... L'unica cosa di cui mi pento è la torre del­l'ascensore, che potevo benissimo im­maginare a livello. D'altronde le macchi­ne non potevo lasciarle in strada. Co­munque, il vero sfregio di Gandria è quel­l'autosilo sopra la testa: osceno, oppres­sivo».

13. Il dibattito di Gandria ha visto la nasci­ta di un gruppo civico di difesa del ter­ritorio e col tempo ne sono arrivati al­tri in città. Crede che portino avanti so­lo un'ideologia politica o delle preoc­cupazioni condivisibili?
« Non lo so. Non credo che queste perso­ne siano al 100% in buona fede, perché mi sembra ci sia anche un aspetto di pro­tagonismo spinto all'eccesso. Oggi an­che il più sprovveduto scrive. La media­tizzazione ha creato una banalizzazione dei problemi».

 

14. Beh è anche un indice di passione, co­me ha riconosciuto lei commentando il nostro dibattito. Meglio questo del­l'indifferenza, no?
«Sì, però dipende da qual è l'obiettivo vero. Se uno scritto porta una proposta costruttiva va bene, invece tanti sono sempre negativi, sempre contro, sem­pre critici... ma mi chiedo, cosa ha fat­to questa gente nella vita a favore della collettività?».

 

15. Si tratta comunque di sensibilità di cui la politica deve tenere conto.
«Certo, ma le prendo con molto distac­co. In certi articoli si esprime solo l'astio. Ma come si fa? Bisognerebbe fare delle riflessioni ponderate, ogget­tive, invece si ragiona solo di pancia. Su cento scritti, in genere quindici o venti portano qualcosa di utile. Un al­tro limite è che tanti parlano con i sol­di degli altri, non si prendono la re­sponsabilità delle conseguenze delle loro riflessioni. Così è troppo facile! Pensi al dibattito sulla demolizione di Villa Branca a Melide: ci si dimentica che internamente era distrutta, prati­camente una crosta. È stato giusto ab­batterla».

 

16. Immagino che lei sia contrario all'idea (emersa durante il nostro dibattito) di pianificare la città in modo partecipa­to, cioè coinvolgendo direttamente i cit­tadini.
«Certo, è una follia totale. Ci sono le strutture politiche elette per svolgere questi compiti. Il cittadini hanno la fa­coltà di promuovere iniziative, raccolte di firme eccetera. Troppa democrazia uccide la democrazia. Bisogna avere il coraggio di decidere, nel bene o nel ma­le. E in questo paese, purtroppo, questo potere piano piano si sta annacquando. Siamo diventati iperdemocratici, e i ri­sultati si vedono».

 

 

   
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