salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
Pubblico un articolo dedicato al libro di Francesco Erbani, Antonio Cederna. Una vita per la città, il paesaggio, la bellezza, Legambiente 2012.
Chiunque difende il patrimonio culturale troverà spunti interessanti nella personalità di Cederna: un resistente del territorio e della cultura contro politici affaristi, corrotti e ignoranti e contro funzionari imbelli che hanno tradito il compito istituzionale loro affidato. Ovunque in Europa.
Tiziano
Antonio Cederna, l’instancabile
(di Tomaso Montanari, Il Fatto Quotidiano, 11.8.2012)
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«Scrivo da sempre lo stesso articolo, finché le cose non cambieranno continuerò imperterrito a scrivere le stesse cose», così ripeteva Antonio Cederna (1921-1996) alla sorella Camilla.
Ed è questo il destino di tutti coloro che mettono la propria penna al servizio della salvezza del patrimonio storico e
artistico e del paesaggio italiani: ma quanti sono, oggi? È impossibile non chiederselo, leggendo il bel libro che Francesco Erbani ha dedicato a Cederna (Antonio Cederna. Una vita per la
città, il paesaggio, la bellezza, Legambiente 2012). E la risposta è che si contano – alla lettera – sulle dita delle mani. In parte, invece, è colpa degli addetti ai lavori: quanti archeologi o storici dell’arte seri accettano l’impegno civile di una scrittura giornalistica che non si riduca alle proficue marchette degli ‘eventi culturali’ a cui i grandi quotidiani italiani dedicano ormai pagine e pagine a noleggio? Quasi nessuno tra i veri studiosi italiani di storia dell’arte pensa che tra i suoi doveri ci sia anche quella educazione dei cittadini al patrimonio e al paesaggio che è la premessa indispensabile di ogni tutela. E le cose peggiorano quando si parla di televisione: il piccolo schermo italico tollera il discorso sull’arte solo quando è ridotto ad una favoletta raccontata da intrattenitori, eccentrici quanto basta, ma rassicuranti.
Cederna, invece, era tutto tranne che rassicurante. La sua prosa incalzante, sarcastica e acuminata da far male ha bombardato per decenni una nazione di dormienti:
fedele a se stesso che scrivesse sul «Mondo» o sul «Corriere», su «Repubblica» o sul «manifesto», l’archeologo Cederna è stato uno dei grandi giornalisti italiani del Novecento. Se Cederna non è mai apparso una vestale piangente del patrimonio in rovina, ma piuttosto il comandante di una efficace resistenza civile, lo si deve al fatto che non era possibile tacciarlo di passatismo, nostalgia, elitarismo: «Solo le teste dure possono pensare, solo i distruttori d’Italia possono avere interesse a farci credere che la salvaguardia dell’antico è opera puramente passiva e di conservazione. Solo menti retrograde arrivano a pensare che si possano attribuire ai nuclei antichi, straziandone il tessuto, capacità e funzioni proprie dell’urbanistica moderna. Solo i vandali possono pretendere che la città moderna nasca dalle macerie della città antica. Dobbiamo inchiodarci nel cervello la convinzione che la salvaguardia integrale del vecchio e la creazione del nuovo nelle città sono operazioni complementari, due momenti indissolubili dello stesso procedimento, che antico e moderno hanno prerogative materiali e spirituali distinte e vicendevolmente necessarie … Insomma, solo chi è moderno rispetta l’antico, e solo chi rispetta l’antico è pronto a capire la necessità della civiltà moderna.» (dall’introduzione a I vandali in casa, 1956). Francesco Erbani ci ricorda che «Cederna ha perso molte battaglie, ma molte le ha vinte». E che molto spesso il successo del suo impegno va misurato sull’entità degli scempi evitati: a cosa sarebbe ridotta oggi la, pur devastata, Appia Antica, se Cederna non l’avesse strenuamente difesa con una lotta lunga una vita? Se Cederna potesse vedere oggi l’Italia delle associazioni (prima tra tutte la sua Italia Nostra), e dei comitati civici che crescono ovunque per difendere l’ambiente e il patrimonio dalle speculazioni e dal cemento in nome della Costituzione e del bene comune, sarebbe felice di constatare che il seme che ha instancabilmente sparso per tutta la vita ha, in qualche modo, attecchito. Come scrive ancora Erbani, «tra le lezioni che Cederna lascia, figura anche quella che battersi sia necessario, occorra farlo bene e convenga pure». A quindici anni dalla sua morte, dobbiamo riconoscere che il patrimonio storico e artistico italiano deve più a lui che a Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e Federico Zeri messi insieme. Possiamo dunque ben chiederci, con Leonardo Benevolo: «cosa sarebbe l’Italia se Cederna fosse stato pigro»? |