salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
Pubblico un ricco e stimolante contributo del prof. Sergio Rossi apparso su La Regione del 17 settembre 2012, dedicato all'insegnamento dell'economia e non solo. Il prof. Rossi ha pubblicato l'anno scorso un contributo che analizzava il medesimo tema (lo riproporremo a breve).
Non possiamo sperare di modificare i parametri economici finché domineranno l'ideologia neoliberista che da parecchi anni s'è imposta come pensiero dominante e quasi unico nelle università e negli istituti di ricerca, così come nei partiti politici; bisogna assolutamente rompere questo monopolio, che è una monocultura del pensiero, poiché sta distruggendo l'economia, la politica e la Terra: e quindi tutti noi.
Tiziano
LEZIONI DALLA CRISI, di Sergio Rossi
Dai mutui ‘subprime’ alla crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona l’approccio politico e accademico alla soluzione è sempre lo stesso. C’è bisogno di una nuova generazione di economisti non abbagliati dall’impostazione neoliberista, per evitare che si ripetano gli errori ideologici del passato
È ormai trascorso il quinto anniversario dallo scoppio ufficiale della
crisi finanziaria legata ai mutui ‘subprime’ concessi senza ritegno negli Stati Uniti. Nonostante tutto il clamore e i dibattiti, sia nella società civile sia tra gli ‘addetti ai lavori’,
l’insegnamento della scienza economica a livello accademico non è cambiato: la forma (matematica) e la sostanza (di carattere dogmatico) continuano a ipotizzare che il funzionamento del sistema
economico nel suo insieme possa essere capito e addirittura regolato attraverso le forze della domanda e dell’offerta (di lavoro, di prodotti e di capitali) che esprimono gli agenti economici nei
diversi mercati. Secondo questa visione (neoliberista), “la società non esiste, ma esistono soltanto gli individui”, come era solita rammentare Margaret Thatcher negli anni in cui era al governo
nel Regno Unito.
Chi ha letto le Opere di Blaise Pascal, tuttavia, non ha alcuna difficoltà nel capire che la visione neoliberista è essenzialmente sbagliata: non basta certo un migliaio di immobili per definire
una città, così come non è sufficiente riunire ventimila persone per formare un esercito. Fuori di metafora, il sistema economico è composto da una rete di relazioni sociali strutturanti, vale a
dire che “il tutto è diverso dalla somma delle sue parti” (Paul Ormerod). Il funzionamento, ordinato o disordinato, dell’insieme del sistema economico non può pertanto essere capito, né a maggior
ragione influenzato, considerando semplicemente le forze della domanda e dell’offerta che si confrontano nei diversi mercati. Sarebbe come pretendere di capire le proprietà fisiche e
organolettiche dell’acqua studiando gli atomi di idrogeno e di ossigeno che compongono le sue molecole.
L’anno accademico che inizia oggi in Svizzera rappresenta una occasione magistrale per imprimere una svolta radicale, seppure lenta e graduale, nella formazione degli economisti universitari che nel corso della loro carriera professionale occuperanno delle posizioni di responsabilità all’interno del sistema economico elvetico o in un’altra nazione. In effetti, la crisi economica e finanziaria globale tuttora in corso nel mondo occidentale offre, a chi ha la capacità e la volontà di coglierla, una possibilità straordinaria per indirizzare una nuova generazione di economisti verso la soluzione di diversi importanti problemi che riguardano l’intero sistema economico contemporaneo (l’instabilità finanziaria, la disoccupazione delle persone che desidererebbero lavorare, il sovraindebitamento delle persone povere o del ceto medio, per fare soltanto tre esempi di stretta attualità). Come affermò Max Planck, ‘Premio Nobel per la fisica’ nel 1918, “una nuova verità scientifica non trionfa mai convincendo i suoi oppositori e conducendoli a vedere la luce, ma piuttosto perché finalmente questi suoi avversari muoiono e appare una nuova generazione cui questa verità è familiare”.
La verità per quanto riguarda la crisi economica e finanziaria attuale è
sempre più evidente, benché sia complessa e con più sfaccettature che sono spesso strumentalizzate per interessi privati oppure per ragioni ideologiche. Le lezioni che questa crisi impone agli
economisti accademici sono due principalmente.
Pluralismo anche nel mondo accademico
La prima lezione, la più elementare e al tempo stesso la più difficile da mettere in pratica (a causa dell’ostruzione fondamentalista che domina nelle Facoltà di economia in generale), e che necessita dunque del sostegno dei cittadini e dei loro rappresentanti politici eletti ai vari livelli di governo, concerne l’esigenza di pluralismo negli approcci scientifici ai problemi e alle soluzioni di ordine economico-finanziario. Per evitare le tecniche di riproduzione autoreferenziali degli economisti neoliberali, che controllano non soltanto le suddette Facoltà ma pure la quasi totalità delle borse di ricerca, delle nomine in cattedra e delle consulenze a numerose autorità locali, nazionali e multilaterali, i governi eletti democraticamente devono esigere con fermezza il rispetto delle condizioni minime per il necessario e urgente ritorno al pluralismo intellettuale nella scienza economica contemporanea. Al pari della necessaria biodiversità per la Natura e la specie umana, e seguendo la stessa concezione che la dottrina neoliberista propugna per qualsiasi ‘mercato’ nel sistema economico, la concorrenza tra le differenti scuole di pensiero economico è indispensabile per il progresso della conoscenza scientifica sia sul piano teorico sia nell’ambito della politica economica.
La seconda lezione impartita dall’attuale crisi globale riguarda i programmi di formazione e di ricerca in scienza economica. La bolla immobiliare e finanziaria scoppiata cinque anni fa negli Stati Uniti mostra, in modo chiaro e drammatico, che il regime neoliberista di crescita economica è iniquo e insostenibile a livello finanziario, economico, sociale e ambientale.
Sul piano finanziario, la liberalizzazione, la deregolamentazione e la globalizzazione delle attività finanziarie hanno indotto l’apparizione di svariati prodotti e istituzioni finanziarie che sono diventati sempre più opachi e, in diversi casi, ampiamente interconnessi tra loro entro e attraverso i confini nazionali. In questo modo, il legame fra la ‘tracciabilità’ di un prodotto finanziario e la responsabilità delle istituzioni finanziarie a esso collegate è stato reciso o, perlomeno, è diventato meno evidente sia per gli attori nei mercati ‘globalizzati’ sia per le autorità preposte alla sorveglianza e alla regolamentazione finanziaria (che hanno tutt’al più una giurisdizione nazionale e che, generalmente, reagiscono agli eventi negativi anziché impedirli agendo in maniera proattiva a scopo preventivo).
Sul piano economico, i suddetti notevoli sviluppi nei mercati finanziari
hanno sostenuto il tasso di crescita economica in diversi Paesi occidentali, sebbene la distribuzione del reddito e della ricchezza sia diventata sempre più problematica per la sua iniquità e la
conseguente fragilità della stabilità economica e finanziaria di queste nazioni. Mentre la popolazione situata al vertice della piramide distributiva (pari all’uno per cento delle persone)
incassava delle remunerazioni e delle rendite finanziarie via via crescenti fino a diventare esorbitanti, facendo aumentare l’ammontare dei risparmi in questo sistema, alla base di tale piramide
il 99 per cento della popolazione ha vissuto in condizioni precarie. Questa situazione ha fatto aumentare in modo insostenibile il numero delle persone (sovra-)indebitate, a causa della generosa
e irresponsabile disponibilità di credito da parte delle banche e degli intermediari finanziari non-bancari. La bolla creditizia che si è venuta a creare in questo modo divenne di ordine
sistemico e scoppiò nel 2008 a seguito del fallimento della banca d’investimento Lehman Brothers, obbligando il settore pubblico a intervenire (per sostenere le banche e le altre società
finanziarie più che la popolazione nel suo insieme), generando una crisi delle finanze pubbliche che i detrattori dello Stato hanno sommariamente attribuito alla ‘cattiva’ gestione della pubblica
amministrazione (il caso della Grecia è un epifenomeno in questo contesto). Questa crisi delle finanze pubbliche è attualmente sfruttata dagli economisti che propugnano ‘meno Stato e più mercato’
per smantellare lo Stato sociale nei Paesi europei.
Coesione sociale e potere di acquisto ridotti
Di conseguenza, sul piano sociale, la coesione socio-economica e la capacità di acquisto del ceto medio della popolazione sono state ridotte notevolmente, esacerbando l’individualismo competitivo come pure la lotta di classe tra ricchi e poveri, occupati e disoccupati, uomini e donne, autoctoni e stranieri, e così via. La situazione attuale nell’Unione europea illustra fin troppo chiaramente queste tensioni sociali e dovrebbe far venire i brividi alla schiena ai vari politici la cui azione di governo influenza in svariati modi le sorti di Eurolandia sia a breve sia a lungo termine.
Sul piano ambientale, questa crisi ha intaccato una moltitudine di risorse naturali (gas, petrolio, materie prime agricole e metalli usati nella produzione industriale) sia a causa della loro ‘finanziarizzazione’ sia a seguito dell’utilizzo insostenibile di queste risorse da parte di un crescente numero di economie ‘avanzate’ o ‘emergenti’ nel nostro pianeta.
La ricerca scientifica sia indipendente
Oggi si apre un nuovo anno accademico negli atenei
svizzeri
I programmi di formazione e di ricerca in scienza economica dovranno pertanto imprimere una virata radicale al pensiero (neoliberista) dominante da ormai
quarant’anni nelle diverse istituzioni accademiche. Per sradicare le cause finanziarie, economiche, sociali e ambientali della crisi attuale, le università nei Paesi occidentali dovranno posare
quattro pietre angolari per la costruzione di un sistema economico che consenta uno sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista.
1) Occorre assicurare la sostenibilità finanziaria del sistema economico nel suo insieme, facendo in modo che le istituzioni finanziarie siano responsabili per qualsiasi prodotto da esse venduto
o contabilizzato nei loro bilanci, vietando loro di mettere fuori bilancio delle posizioni problematiche (che in ogni caso rappresentano un rischio per queste istituzioni e per l’insieme della
società). Questo permetterà di ridurre la fragilità finanziaria del sistema economico, come pure la dimensione e l’interconnessione del settore finanziario, inducendo questo settore a svolgere il
ruolo strumentale che gli è proprio per l’ordinato funzionamento delle attività che producono beni e servizi non-finanziari.
2) Occorre assicurare la sostenibilità economica del regime di crescita, riducendo l’iniquità nella distribuzione del reddito e della ricchezza sia all’interno dei confini nazionali sia tra le
nazioni che partecipano al commercio internazionale. Questo richiederà un cambiamento di ordine radicale nella politica fiscale, che va orientata verso una ridistribuzione del reddito e della
ricchezza affinché l’economia nazionale sia meno esposta a crisi di natura ‘sistemica’, riducendo la povertà e facendo aumentare parallelamente la domanda globale attraverso gli strumenti di cui
possono disporre le autorità fiscali.
3) Occorre assicurare la sostenibilità sociale, limitando l’individualismo competitivo per rafforzare la collaborazione e la coesione sociale, considerando l’insieme dei portatori di interesse,
anche quando questi ultimi non sono sostenuti o difesi dai ‘poteri forti’ all’interno della società.
4) Occorre assicurare la sostenibilità ambientale, accelerando la transizione verso le fonti rinnovabili di energia e l’introduzione di materiali e tecniche per il risparmio energetico in ogni
settore economico (l’agricoltura, l’industria e i servizi).
Singolarmente e nel loro insieme, queste quattro pietre angolari offriranno innumerevoli occasioni di lavoro, che potranno attrarre numerosi studenti verso le Facoltà di economia che avranno
saputo riformare i loro programmi di studio, fornendo agli studenti il bagaglio di capacità e conoscenze che sono necessarie per capire e influenzare i ‘mega-trend’ che si possono già intravedere
con riferimento alla ineluttabile necessità di rendere (nuovamente) compatibile il nostro sistema economico con le leggi della Natura.
Se l’anno accademico che inizia oggi permetterà di gettare le basi di questa costruzione, la scienza economica potrà fornire il proprio contributo per la soluzione di svariati problemi che non si
possono ormai più ignorare e la cui origine risiede in ultima analisi nel pensiero economico dominante.
Sergio Rossi
Ordinario di macroeconomia all’Università di Friburgo
Coordinam