salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
Proseguiamo con la pubblicazione delle interviste a personalità che ci aiutano ad aprire i nostri orizzonti mentali.
Oggi proponiamo l'intervista al prof. Nicola Emery, professore di filosofia e di estetica all’Accademia di architettura di Mendrisio, Università della Svizzera Italiana; docente di etica ed estetica del territorio presso la Scuola di Governo del territorio SUM-Università di Firenze; membro del Comitato di riferimento dei dottorati di ricerca in progettazione del Politecnico di Milano. È autore di numerose pubblicazioni e per la Christian Marinotti Edizioni ha pubblicato L’architettura difficile: filosofia del costruire (2007) e Distruzione e progetto. L'architettura promessa (2011).
Intervista al prof. Nicola Emery
Beni comuni, Democrazia e Territorio
L’ex rettore della Normale di Pisa Salvatore Settis in un’intervista televisiva ha detto che difendere il paesaggio e il patrimonio culturale equivale a difendere la democrazia poiché ritiene strettamente legati lo sviluppo della personalità umana, i diritti di libertà, il senso generale del bene comune, la democrazia: condivide questa idea?
Condivido l’idea, ma aggiungo anche che evocare il concetto di “bene comune” equivale a richiamare un’idea non piva di problematicità. Certo, anch’io, da anni, ho fatto dell’idea dello “spazio come bene comune”, di memoria platonico-aristotelica, uno dei temi di fondo della mia riflessione su architettura e città. Ma se si vuole evitare il rischio della retorica, occorre anche aggiungere che l’idea stessa di bene comune – così come la sua cura – per noi, dopo il contrattualismo giusnaturalista e la modernità, è qualcosa di difficile da definire e ancor più da raggiungere.
Il bene comune non è più affatto un immediato, né una dimensione semplicemente ancora tramandata, è piuttosto qualcosa che, piaccia o meno, va raggiunto, progettato. Anzi, il bene comune va inteso proprio come un progetto piuttosto che in termini statici o ‘cosalistici’. Dobbiamo essere consapevoli, almeno dopo Rousseau, che vi è una tensione, se non un conflitto, che caratterizza la democrazia, quello che contrappone la ‘volontà di tutti’ alla ‘volontà generale’. Il primo concetto esprime l’idea che ogni individuo è portatore di una volontà particolare, mentre il secondo concetto riassume il fine della politica.
Evidentemente, le volontà particolari come tali tendono a volersi affermare le une a discapito delle altre e da qui nasce il conflitto, che può essere governato solo dalla politica, voglio dire da una mentalità politica, anzi da una maturazione politica condivisa e tesa a riconoscere e a rispettare i beni comuni, e non già immediatamente controllato o soppresso da un governo o dalle istituzioni. Gli stessi ‘beni comuni’– come per esempio lo spazio e il territorio – non vanno semplicemente reificati, ossia ridotti semplicemente a cose, ma vanno pensati alla luce di una mediazione sociale, che è in fondo già politica.
Le comunità che governano i beni comuni interpretandoli e governandoli come ‘proprietà collettive ad accesso regolato e delimitato nei modi studiati dal nobel Elinor Ostrom (e da lei difesi non senza qualche ambiguità, come ho sostenuto in un mio recente saggio[1]) attestano in modo molto chiaro che la mediazione sociale è già da sempre all’azione nella definizione-gestione dei beni. Questa gestione dovrebbe però essere articolata non sacrificando i principi dello stato di diritto, non regredendo a forme particolaristico- comunitarie che tendono a definirsi facendo essenzialmente perno sull’ idea di un confine ben definito fra il proprio e il diverso, e come tali già potenzialmente complici di pratiche, già intrinsecamente sempre violente, di dislocazione dell’altro in un fuori da qui, in un fuori da noi.
A queste considerazioni, ovviamente del tutto incomplete, aggiungo un altro elemento rilevante e molto concreto: la necessità di sviluppare un vero processo educativo, ossia critico- e già Gramsci parlava di ‘educazione politica’ - che coinvolga tutti gli individui, una cultura politica che proponga il Buon Governo come autogoverno , ossia che favorisca la nascita e il consolidarsi di un cittadino caratterizzato da virtù, ossia da consapevolezza critica e autocritica.
L’arch. Carloni, riferendosi allo sviluppo urbanistico conosciuto dal Mendrisiotto negli anni ’60 e ’70, ha detto che fu difficile rendersi conto di quanto stava avvenendo e di conseguenza tutti furono sopraffatti dall’evoluzione in corso. Oggi, possiamo ancora dire che siamo sopraffatti dalle attuali dinamiche economiche, urbanistiche, sociali? Non si è imparato nulla dagli anni ’60?
Inoltre spesso i politici argomentano che l’attuale pressione sul territorio è dovuta a Comuni che desiderano migliorare la propria situazione finanziaria o a privati che desiderano investire, per esempio, costruendo centri commerciali, centri logistici, centri wellness, eccetera: si può condividere una tale impostazione o si dovrebbe porre il problema in altri termini (ricordando che alla politica è richiesto il governo del territorio)?
La politica si trova in una posizione subalterna rispetto alle dinamiche economiche: è un dato di fatto strutturale. Per questo, il processo avviato negli anni ’60 che ha stravolto il territorio del Ticino prosegue ancora oggi, poiché è ancora nel campo di forze della storia che sia così, anche se non si deve cadere nel determinismo e nel pessimismo impotente.
Detto di passaggio, c'è una frase di Max Horkheimer che mi piace ricordare, anche parlando di progetto del territorio: “La fine dello sfruttamento non è più un’ accelerazione del progresso, bensì il salto oltre il progresso” .
In ogni caso, evidentemente la politica non ha lo statuto che aveva nell’antichità, vale a dire essere un’istanza di governo in grado di orientare e subordinare a sé gli altri ambiti della società: oggi avviene esattamente il contrario, poiché essa è spesso come minimo scavalcata dalle dinamiche economiche, se non da esse semplicemente cannibalizzata e divorata.
Compito di chi possiede cultura politica è di cercare di ridare la giusta dimensione ai vari ambiti, lottando anche culturalmente per relativizzare l’ assolutismo dell’ economico. La teoria critica, la demistificazione del carattere ideologico della forma mentis che si ferma al fatto, all’ esistente, e lo assume come realtà ultima e insuperabile, resta più che mai importante.
Si deve certo resistere alle pressioni economiche che stanno conducendo a distruzioni sempre più irreparabili (penso all’economista Schumpeter e alla sua idea di “distruzione creatrice” , ora piuttosto capovolta come creazione-consumazione distruttiva), come attestano le crisi ambientali, la recente tragedia nucleare in Giappone, la devastazione del territorio.
A questo stadio può esserci uno spiraglio di speranza perché persone e comunità, essendo toccate direttamente nella loro esistenza (fisica e psicologica), si decideranno a resistere all’evoluzione storica descritta sopra, anche se non è per niente detto che avvenga automaticamente un passaggio dalle reazioni a favore del proprio territorio alla difesa dei beni comuni a larga scala, continentale e mondiale.
E’ difficile non essere almeno un po’ pessimisti.
Lewis Mumford scrisse in un saggio che “se le esigenze, le interazioni e le reazioni degli uomini non costituiscono i parametri di giudizio primari, la città, in qualsiasi senso umanamente valido, non si può dire che esista, perché come disse tanto tempo fa Sofocle, la città è la gente”: oggi la città è ancora luogo di relazione e di scambi tra esseri umani o semplice luogo di consumo?
Oggi sembra che la città sia esplosa o appunto che stiamo assistendo alla sua distruzione. Ma in realtà esistono molte città, molti tipi di città, una pluralità di città dentro quel grande spazio metropolitano che ci coinvolge tutti.
Questa molteplicità ha una sua potenzialità, vale a dire quella d’essere un luogo che garantisce apertura, fungendo quindi da antidoto a un comunitarismo chiuso, tendente all’ esclusione.
Lo spazio contemporaneo è luogo di conflitto ma nel contempo, al suo interno, vi possono crescere molteplicità e dialettica. Esso, dal questo punto di vista, si caratterizza, nonostante tutto, per dinamismo culturale. Ma dovrebbe caratterizzarsi anche per un maggior dinamismo sociale, grazie a un più equilibrato accesso alle risorse e a una redistribuzione, semplicemente più umana, più umana dei beni e degli spazi. Molteplicità e dialettica possono tradursi in desideri di nuove sintesi e relazioni, magari nel ricordo trasfigurato di una città futura.
[1] Cfr.N.Emery, Dalle ‘proprietà collettive ‘ all’ io comune, in Archivio Scialoja-Bola.Annali sulla proprietà collettiva, 1.2010, Giuffrè , Milano, pp.1-20.