salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
Pubblico uno scritto del filosofo Rosario Assunto. Un pensatore e un uomo straordinario.
Ho scoperto le sue idee leggendone gli scritti pubblicati nella mitica "Terza pagina" de il Giornale, il quotidiano fondato e diretto per un ventennio da Indro Montanelli. Una Terza pagina che raccolse i contributi dei migliori spiriti liberi europei e mondiali di quei decenni.
Assunto ha avuto un ruolo centrale nella difesa dei giardini storici grazie alla sua elaborazione filosofica dell'idea di giardino e di paesaggio in un periodo storico caratterizzato dalla distruzione quasi sistematica di parchi e di giardini storici in tutt'Italia: è stato il primo teorizzatore italiano dell'estetica del paesaggio.
Un'Italia in cui sia la nobiltà sia la borghesia illuminata ottocentesca e novecentesca (che erano state all'origine della creazione di giardini e parchi straordinari) erano quasi scomparse, in cui non esistevano ancora i movimenti ambientalisti a difesa del verde e ai movimenti di sinistra come a quelli di destra non importava nulla né del territorio né del verde poiché accecati dai miti dell'industrializzazione, del progresso, del PIL.
Nato a Caltanisetta il 28 marzo 1915, laureato in giurisprudenza, Rosario Assunto insegnò per venticinque anni anni Estetica presso l'università di Urbino e per quattro anni Storia della filosofia italiana presso la Facoltà di Magistero di Roma. Nel 1991 gli fu attribuito il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il giardino, promosso dalla Fondazione Benetton; la motivazione recita: «riconoscimento di un merito teorico di immensa portata, il quale non si è mai disgiunto da un lavoro sul campo appassionato, rigoroso e privo di compromessi».
Ho trovato in un sito in internet un estratto ripreso dall'articolo “Cultura degli Alberi e cultura dello spazio”, tratto dal libro “Alberate a Roma”, Istituto Quasar, Roma, 1990. Nel sito questo scritto è stato definito, a ragione, il Manifesto della cultura dell'albero. Una cultura che manca nella nostra società, tra i politici e gli intellettuali, ma per fortuna sempre più presente tra i cittadini comuni.
Tiziano
Cultura degli alberi e cultura dello spazio
di Rosario Assunto
"(…) A questo punto, sarebbe facile voltare il discorso in
politica. Ma non ho alcuna intenzione di farlo. Prima di tutto, perché nessuna parte è senza peccato; poi, e principalmente, perché la politica urbanizzatrice e motorizzatrice, muovesse da destra
o da sinistra o dal centro, era l’epifenomeno di una cultura : giacché la cultura condiziona la politica , e non viceversa come per troppo tempo s’è creduto. Se la politica , ogni politica, a
cominciare dalla metà di questo secolo, impose, o quanto meno consentì, che si abbattessero alberi e si devastassero giardini….quegli abbattimenti, e quelle devastazioni, anzi i programmi che, in
un modo o nell’altro, li resero necessari, avevano pure quella che con termine leibniziano mi piace chiamare la loro ragione sufficiente. E questa ragione sufficiente si identifica nella cultura
dello spazio di cui a questo punto dobbiamo investigare i connotati, accertandone l’opposizione alla cultura che diciamo degli alberi. Cominceremo allora col sottolineare come la cultura dello
spazio sia una cultura orizzontale ed estensiva, mentre la cultura degli alberi è verticale ed intensiva. E non si tratta di due riferimenti, diciamo così, topologici : Nel senso in cui le
nominiamo adesso , verticalità e orizzontalità, in quanto attributi di due culture fra loro in guerra, definiscono due idee dell’uomo e, di conseguenza, due opposte modalità del nostro stare al
mondo, del nostro comportamento nei confronti del mondo.
Diremo, allora, l’uomo verticale e l’uomo orizzontale. Uomo dello spazio, quest’ultimo, mentre il primo possiamo chiamarlo uomo dell’albero. Ma perché uomo dell’albero?
Figuralmente, l’albero è, appunto, verticale. Si alza dalla terra verso il cielo. E’ un individuo, sia pure appartenente, come tutti gli individui, ad una specie, ad una famiglia. Come
l’albero ha le sue radici nella profondità della terra, così come l’uomo verticale emerge dalle profondità del passato, suo e di tutti (chi non ricorda Thomas Mann, profondo è il pozzo del
passato ?). E come l’albero dei succhi della terra, così l’uomo verticale si nutrisce della memoria: memoria di sé come individuo e memoria degli altri, degli individui pari a lui. Memoria di
ognuno che a tutti si comunica come parola. Ma anche memoria di tutti: la memoria storica che di sé sostanzia le tradizioni, e plasma l’immagine dei luoghi come luoghi individuati : che non sono
semplici punti nello spazio. Luoghi pur essi verticali: come l’uomo che nella loro immagine si riconosce. E l’albero si alza verso il cielo, nel cielo protende i suoi rami, qualificando il luogo
in cui sorge, non diversamente da come lo qualifica una torre, un campanile. Individualizza lo spazio, nel senso che non possono darsi al mondo due luoghi che siano fra loro identici. Esattamente
come nel famosissimo argomento antiempirista di Leibniz : il quale più volte scrisse non potere esservi al mondo due foglie identiche, nemmeno tra quelle cresciute nello stesso ramo di una
medesima pianta. E nemmeno due gocce di liquido, due schegge di pietra che siano identiche fra loro.
Gli alberi, allora , proprio in quanto sono individui, non possono essere prodotti in serie. L’albero è la negazione dello standard. Lo standard è quantità pura, molteplicità degli identici. Gli alberi, siano essi filari ai bordi di una strada, oppure in coltivazione, persino nel fitto di una selva, sono molteplicità in se stessa diversa, quantità qualificata – e sarebbe meglio dire: qualità moltiplicata. E questa qualità moltiplicata sono gli individui non omologati nello standard o agglomerati nella massa : che sono, lo standard e la massa, i due aspetti, antagonistici ma correlativi, due facce della medesima medaglia, della condizione a cui l’uomo è stato retrocesso da quella che possiamo chiamare la cultura dello spazio, in contrapposizione alla cultura dell’albero.
L’albero, dicevamo, è verticale : affonda le radici nella terra ed apre al cielo i suoi rami. E come l’albero, così l’uomo fedele alla cultura dell’albero: si alimenta del passato della memoria e si protende verso un domani che conservi come futura memoria, questo presente di oggi è il passato che in esso in sé ingloba, Per questo l’uomo verticale non costruisce a scadenza, ma nella propria dimora, in un modo o nell’altro, imprime quel segno di voluta immortalità che è la forma contemplabile finalizzata a se stessa…. e l’albero come tale può essere il simbolo di quella completa identità fra rappresentazione e funzione che la cultura detta dell’albero insegna all’uomo a perseguire nelle proprie opere; mentre la cultura che diciamo dello spazio è una cultura dell’assoluta funzionalità : insegna a distruggere tutto quello che sopravvive alla funzione. Per questo abbiamo detto che la cultura dello spazio è orizzontale. Orizzontale ed estensiva.
Diciamo cultura orizzontale, e con questo intendiamo una cultura
senza memoria e senza finalismi che vadano oltre l’immediatezza del vantaggio presente. Una cultura, diciamo, che non ha radici e non si leva in alto: conosce solo l’attualità che in se stessa
comincia e in se stessa finisce. E l’uomo della cultura orizzontale è uomo smemorato: non già perché abbia perduto la memoria, ma perché se l’è scrollata di dosso come un ingombro che gli
impedisse la speditezza dell’andare: sempre più avanti, sempre più oltre, in un’incessante accumulazione di oggi autofondati e autogiustificativi; che si allineano l’uno dopo l’altro senza
compenetrarsi l’un l’altro e senza immedesimarsi l’uno nell’altro, perché il loro tempo è rettilineo, non si curva mai su se stesso né fa mai ritorno a se stesso. Invece a se stesso fa ritorno e
in se stesso si curva il tempo dell’albero: tempo circolare come circolare è il susseguirsi delle stagioni, che passano l’una nell’altra e sempre a se stesse fanno ritorno, ciascuna portando in
sé la memoria di quella che l’ha preceduta, che a sua volta era stata la memoria della stagione da cui al momento giusto era nata. La stagione del riposo, e poi quella delle gemme, dei fiori, del
fogliame e dei frutti. Ad ogni stagione il suo frutto, la sua erba, il suo ortaggio. Cadono in autunno le foglie, ma poi torneranno.
Non così la cultura dello spazio: la cultura dello spazio non sopporta diversità di stagioni: E per avere gli stessi frutti, le stesse erbe, i medesimi ortaggi in tutti i dodici mesi
dell’anno, identici sempre nell’aspetto, benché senza profumo e senza sapore, la cultura dello spazio imprigiona gli alberi che non può recidere perché i frutti ne sono comunque necessari: vi
stende sopra una cappa, la chiamano protezione, e li condanna ad una temperatura forzata, ad un persistente sempre uguale umidore. Nasconde il sembiante dell’albero, anzi il sembiante degli
alberi. Li trasforma in palloni di plastica, identici fra loro: geometricamente disposti in una estensione che non è più paesaggio ( il paesaggio era individualità) ma è disindividuata
spazialità; in ogni punto identica a se stessa è l’uniformità, ricoperta pur essa di plastica, di quelli che una volta erano gli orti e i prati: ora sono stati standardizzati, diventati
meccanomorfi come meccanomorfi e standardizzati, sono gli ex-alberi; ordinati in serie ai fini della maggior quantificazione possibile di quelli che una volta erano i frutti, ognuno diverso
dall’altro, ma ora sono prodotti, a guardarli, non sai più se artificiali o naturali. Più artificiali, forse, che naturali. Così come più artificiale che naturale è l’aspetto (ma anche l’odore e
il sapore) degli ortaggi e delle erbe serialmente prodotte, con procedere standardizzato e standardizzante, sotto i tendaggi delle colture protette: che cancellando dalla terra le stagioni hanno
spogliato il mondo della molteplice diversità dei suoi luoghi, del variare delle stagioni, che sempre era lo stesso in quanto identico a se stesso, ma pur sempre era nuovo, in quanto in sé
diverso.
Il tempo si è orizzontalizzato, è diventato pura quantità successiva, spoglia di ogni durata individualizzatrice. Ed in questo tempo orizzontalizzato dallo standard e dalla serialità, gli
alberi-palloni di plastica, ecco, gli alberi hanno dimessa la loro individualità di immagine, allo stesso modo in cui la propria individualità di immagine hanno perduta i campi ed i prati e le
coltivazioni di ortaggi, ormai assimilate alle macchine produttive. E’ la cultura dello spazio che ha soggiogato gli alberi da frutto, tramutandoli in una sorta di macchine produttive. E quando
non c’era bisogno di soggiogarli perché nulla producevano di utile, allora non restava che buttarli giù e sradicarli: poiché potevano addirittura essere pericolosi, ostacolandone il movimento,
agli uomini smanianti di assoggettare a sé quanto più spazio possibile nel più breve tempo possibile….. trionfo della cultura dello spazio sulla cultura dell’albero. Abbattuti gli alberi, e
sbancati i giardini, nei quali gli alberi, assieme agli altri doni del suolo, ed alle acque erano bellamente disposti ( ho ripetuto ancora la definizione di Kant). In vario modo da tutti e
dovunque apologizzato e incrementato, così esigeva l’urbanesimo. E l’urbanesimo è il regno della finitezza che si accumula, che cresce su se stessa, che priva gli uomini di ogni apertura
sull’infinito: su quell’infinito di cui l’albero è simbolo, e che la cultura dello spazio rinnega in nome, appunto, dell’estensione orizzontale come illimitata espansione della finitezza. Ma non
è inconsapevole nostalgia di infinito, quel soffocamento da cui si sentono presi gli uomini sopraffatti dall’urbanesimo che toglie loro il respiro?
Respiro, qui può essere una metafora fisiologia, vuol designare l’esigenza di ricongiungersi all’infinito, della cui privazione patisce la nostra finitezza che l’urbanesimo, figlio della
cultura dello spazio, ha imprigionata in se stessa. Il soffocamento del corpo come segno di un soffocamento dell’anima. E se vogliamo tornare a respirare, restituendo all’anima le ali che portino
nell’infinito, dobbiamo rimetterci a coltivare alberi e ad impiantare giardini".