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salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti

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Tita Carloni : alcune sue considerazioni

Ripropongo un'intervista a Tita Carloni apparsa sul Corriere del Ticino nel 2011;

è importante quanto dice, in particolare sulla classe politica dominante (ma spesso anche quella di opposizione si comporta nel medesimo modo, pur partendo da premesse ideologiche differenti ... e tutti finiscono nel può sconcio e banale utilitarismo) e sull'edilizia borghesetra tra Ottocento e prima metà del Novecento, così come su chi mette oggi le mani sulla città: "Oggi mette le mani sul­la città una nuova classe di “operatori eco­nomici” (di più o meno alto o basso livel­lo) che sono interessati a commerciare aree e case ma non ad abitarle e a lavo­rarvi. Si tratta dunque di una cultura di puro mercato e di puro consumo, senza alcun progetto civile": forse alcuni si fermano a lavorare e ad abitarla ma distruggono tutto il retaggio culturale, storico artistico e paesaggistico, come nuovi barbari; anzi come nuovi Ceausescu, visto che i barbari hanno lasciato in piedi moltissimi monumenti di Roma, per secoli. I nuovi Ceausescu vogliono invece sostituire ciò che vi era, per lasciare le loro impronte moderne, per forgiare l'uomo nuovo non comunista come nel caso del dittatore rumeno, ma il consumatore-risorsa umana-senza-memoria-storica.

Vale la pena anche leggere il post dedicato poco tempo fa al prof. Settis e al suo discorso su Vitruvio!

Tiziano

 

INTERVISTA A TITA CARLONI (Matteo Airaghi, Corriere del Ticino, 24.9.2011)
«Il territorio è solo il riflesso della società che lo abita»; «Non è colpa degli architetti se si costruisce male»

Architetto Carloni, partiamo dalle no­te positive dell’attualità: da oggi pren­dono definitivamente avvio i lavori di demolizione dell’ecomostro che da de­cenni deturpava la vetta del Monte Si­ghignola. Per una volta, si investono in­genti capitali pubblici per fare marcia indietro e radere al suolo una struttura indecente; si tratta di un caso destinato a rimanere isolato o forse è il primo se­gnale di un’inversione di tendenza an­che dal punto di vista filosofico?

«Si abbattono i ruderi della funivia del Si­ghignola. Molto bene. Ma si riflette forse sul fatto che la riparazione del danno fat­to da investitori privati incoscienti (ed è quasi un milione) ricada sulle spalle del­l’ente pubblico, cioè su tutti i cittadini? Il solo Comune di Arogno, già in gravi dif­ficoltà finanziarie, deve sborsare 166 mi­la franchi per contribuire alla demolizio­ne. Non vorrei che questa “filosofia” di­ventasse una regola: i privati fanno dan­ni sul territorio e l’ente pubblico paga le riparazioni. Una vera inversione di ten­denza sarebbe se i devastatori venissero fermati prima».

Purtroppo però l’impressione è che, no­nostante l’innegabile crescita della sen­sibilità ecologica e del rispetto per il ter­ritorio, alle nostre latitudini si continui a costruire troppo e male. Colpa dei po­litici con i loro ambigui piani regolato­ri, degli architetti poco coscienziosi o la lobby degli speculatori edilizi ha anco­ra troppo potere in questo Cantone?

«Certo che si continua a fare come pri­ma, forse anche peggio. Un esempio: l’Uovo di Chiasso, oggi chiamato Centro Polaris. È stato approvato da tutti i parti­ti in Municipio e nel Consiglio comuna­le (salvo uno sparuto gruppetto di oppo­sitori messo subito ed energicamente a tacere). Ora si teme che non “lavori”, che i commerci non rendano (l’Euro!), che sarà un disastro per i commercianti di via San Gottardo e di via Bossi. Si è ottenuta l’apertura domenicale in maniera che la gente ci vada per diletto, comperi, s’in­debiti. E la città è stata arricchita di un al­tro ecomostro, addirittura usufruendo di un pezzo di terreno pubblico che il Co­mune di Chiasso, previo accordo del Consiglio comunale, ha messo a dispo­sizione in cambio di un po’ di posteggi. Di chi è la colpa? Del Municipio in cor­pore, del Consiglio comunale, quasi in corpore, di tutti i partiti che vi sono rap­presentati, in qualche parte della popo­lazione (vuoi per l’indifferenza, vuoi per la condivisione dell’iniziativa), degli ar­chitetti disponibili, anzi eccitati dalla ri­chiesta di un progetto stupefacente. Ri­medi? Non lo so. È troppo difficile. Non succederà nulla di positivo fin quando non nasceranno movimenti popolari co­scienti e combattivi sul territorio. E qual­cosa si muove già con energia nel Men­drisiotto, a Massagno, a Gandria, a Brè, in Capriasca, a Castione… Dalle autori­tà non mi aspetto niente».

Oggi ecomostri come quello che ha vio­lentato per anni il Sighignola trovereb­bero probabilmente una forte opposi­zione popolare e sarebbero quindi ir­realizzabili. Il problema sono piuttosto i mega complessi residenziali dai nomi fantasiosi e le migliaia di villette unifa­miliari che, inesorabili, si mangiano le ultime porzioni sfruttabili dei 2.812 km quadrati del nostro Paese. Secondo lei come è possibile porre un argine a que­sto costante “tsunami di cemento” e sal­vare, l’ormai poco, salvabile?

«Non sono d’accordo. Di fatto non sta na­scendo spontaneamente una “forte op­posizione popolare” per esempio su una prevista casa-torre assurda a Chiasso, o sulla trasformazione del Terminus di Po­jana in appartamenti di vacanza di lusso, o su un previsto intervento distruttivo sul­la riva del lago tra Bissone e Campione, o sull’abbattimento della Romantica che si va progressivamente degradando da so­la senza pluviali e senza protezioni, o sul fantasmagorico Acquapark di Rivera-Bi­ronico che consumerà migliaia di ettoli­tri di acqua preziosa della montagna o su… L’impressione è piuttosto che nell’euforia generale molti trovino un loro tornacon­to. Gli oppositori sono una sparuta e mal sopportata minoranza. Il territorio è sem­pre il riflesso della società che lo abita (o meglio che lo adopera)».

Intanto, nella quasi totale indifferenza, i pochi edifici storici di pregio che an­cora rimangono vengono sacrificati e i nuclei dei villaggi si svuotano con rapi­dità impressionante. Perché anche ver­so l’esterno (vedi le migliaia di turisti che ci fanno visita ogni anno) diamo la pessima immagine di non amare il no­stro territorio se non addirittura di di­sprezzarlo?

«I pochi edifici storici di pregio (penso soprattutto all’architettura borghese de­gli anni a cavallo tra Ottocento e Nove­cento e della prima metà del secolo scor­so) sono praticamente immersi, con i lo­ro giardini, in zone edificabili R5, R6 o R7 con indici assai elevati. Il loro abbatti­mento è legittimato dai piani regolatori. La classe che li ha costruiti e utilizzati, se­condo i propri costumi, cioè la media ed alta borghesia locale è quasi completa­mente estinta sul piano economico e cul­turale. Non parliamo neppure degli an­tichi abitanti dei nuclei dei villaggi con le loro attività, le loro bestie, le loro fatiche e le loro miserie. Oggi mette le mani sul­la città una nuova classe di “operatori eco­nomici” (di più o meno alto o basso livel­lo) che sono interessati a commerciare aree e case ma non ad abitarle e a lavo­rarvi. Si tratta dunque di una cultura di puro mercato e di puro consumo, senza alcun progetto civile».

Lei è la «voce critica dell’architettura ti­cinese » ma è anche uno dei pochi che si batte pubblicamente per il recupero di un’autentica cultura del territorio, come vede il futuro pianificatorio del nostro Paese? Si finirà col tornare ad un’architettura a misura d’uomo o le ra­gioni della speculazione edilizia avran­no definitivamente la meglio?

«Mah? Non lo so. Noi definiamo impro­priamente “architettura a misura d’uo­mo” una certa architettura del passato co­me se quella del presente non fosse fatta da uomini. La misura dell’architettura cambierebbe se gli uomini prima cam­biassero se stessi e diventassero magari un po’ più sobri, più sedentari, più tran­quilli. Se leggessero un po’ più di poesia e di scienza e meno bollettini di borsa. Questo non è in primo luogo un proble­ma affrontabile dagli architetti . Questi possono al massimo cambiare un pochi­no l’architettura non la società. Certo, esi­stono forme possibili di resistenza: l’obie­zione di coscienza architettonica, la cri­tica militante, l’impegno politico e cultu­rale… Ma, cara cittadinanza, anche gli ar­chitetti devono mangiare, pagare l’affitto, le bollette, le tasse. Siate dunque un po’ indulgenti verso di loro quando non so­no ingordi o magari promotori loro stes­si del disastro. Se posso fare un appello direi: ascoltate con maggiore attenzione i piccoli gruppi di opposizione che si muo­vono qua e là sul territorio, capitene le ra­gioni, aiutateli anche con qualche fran­chetto. Sono loro, secondo me, le vere spe­ranze per un territorio migliore».
MATTEO AIRAGHI

TRA PROGETTI E POLITICA

Da molti considerato il padre nobile del­l’architettura ticinese, Tita Carloni è na­to a Rovio nel 1931. Diplomatosi al Po­litecnico federale di Zurigo nel 1954, nel 1956 apre il proprio studio a Luga­no con Luigi Camenisch. Ha poi collabo­rato anche con Luigi Snozzi e Livio Vac­chini (1965-68) e con Mario Botta. Pro­fessore alla scuola di architettura del­l’UNI di Ginevra (1968-91), è stato mem­bro della Commissione cantonale della protezione dei monumenti (1960-67) e della Commissione federale delle bel­le arti (1988-89). Dal 1971 al 1978 è stato deputato del Partito socialista au­tonomo al Gran Consiglio ticinese. Au­tore di numerosi interventi di restauro tra i quali quello della facciata e degli esterni della cattedrale di San Lorenzo a Lugano (2003) si occupa con passio­ne anche di questioni legate alla piani­ficazione del territorio prendendo spes­so posizioni scomode e controcorren­te in tema di cultura architettonica. Abi­le divulgatore e conferenziere, Tita Car­loni è noto per la sua intensa attività pubblicistica come testimonia l’ultima raccolta dei suoi scritti Pathopolis. Ri­flessioni critiche sulla città e il territorio da poco edito da Casagrande.

 

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