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salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti

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Segnalazione di alcuni libri (Nicola Emery e Vittorio Gregotti)

Oggi desideriamo segnalare brevemente due libri.

 

Nicola Emery, Distruzione e progetto - L’architettura promessa, Christian Marinotti Edizioni

 

 Associare distruzione e progetto suggerisce una condizione di radicale ambivalenza, segnata in profondità dalla perdita di luoghi e di senso. Come è potuto accadere che l’architettura, invece di contribuire a sostenere il buon vivere, si sia intrecciata con le forme che lo mortificano? Eppure non solo Aristotele e Vitruvio, ma anche autori moderni quali Freud e Marx, Gehlen e Guardini, e prima di loro già Bacone, avevano avvertito questa minaccia. Prudenza, misura, autocontrollo, responsabilità, solidarietà sono state le virtù via via indicate per orientare e incanalare la violenza implicita del fare e impedire così il suo capovolgersi nel contrario, in aggressione alla terra e alla natura. Oggi invece i contrari – il progetto e la distruzione – si congiungono e il mondo diviene sempre più inabitabile: dobbiamo allora arrenderci alla “volontà di potenza” di un’epoca segnata dalla tecnica? E non è invece il momento di esercitare la critica delle insostenibili contraddizioni di un movimento storico-economico teso in modo unilaterale al profitto e alla crescita?

Questo libro propone una rinnovata diagnosi della contemporaneità e illustra una possibile risposta: opporre alla logica della “distruzione creatrice”, fissata in economia da Schumpeter e ricca di epigoni in architettura da Le Corbusier a Buckminster Fuller, da Archigram a Koolhaas, una concezione ermeneutica del progetto, inteso come essenziale curare, recuperare e salvare. I diciotto capitoli del libro costituiscono altrettante tappe di un serrato itinerario tra memoria e futuro, e propongono un suggestivo percorso nell’etica dell’architettura. Guidata da un rigore sistematico, e senza cadere nella melanconia, l’opera di Nicola Emery invita a elaborare il lutto per la perdita-distruzione del territorio e sollecita con passione a resistere e a guardare oltre: rievocando le tracce escatologiche di una tradizione eterodossa di pensatori e artisti, da Benjamin a Schwitters, da Duchamp a Yona Friedmann a Derrida, la teoria dell’architettura è qui risolutamente chiamata a confrontarsi con un altro modo di abitare e di fare, con un altro modo di progettare e di pensare, ricco di visionarietà (dalla quarta di copertina).

 

Del medesimo autore segnaliamo anche il libro Progettare, costruire, curare - Per una deontologia dell'architettura che raccoglie la conferenza che  il prof. Emery pronunciò a Monte Carasso nel 2007  su invito dell'Ordine ticinese degli ingegneri e degli architetti: si tratta di un testo che riteniamo essenziale per l'analisi concernente l'architettura, la qualità di vita, il territorio e la democrazia.

 

 

Di Vittorio Gregotti segnaliamo Tre forme di architettura mancata, Einaudi.


Riprendiamo due passaggi di Gregotti che ci sembrano interessanti:

"Questi tre testi vorrebbero raccontare tre forme di rinuncia con cui l'architettura dei nostri anni si confronta: la rinuncia al disegno di modificazione del presente come progetto di confronto critico con il contesto; la rinuncia alla capacità di vedere piccolo, con precisione tra le cose e quindi la necessità della regola che fonda l'eccezione non ostentata; e infine la rinuncia alla durata dell'opera di architettura come metafora di eternità" (Introduzione, p. 3);

 

"La negazione della relazione architettonica con il terreno e la sua riduzione ad appoggio neutrale senza mediazione alcuna, corrisponde bene alla negazione di ogni relazione con la storia e la geografia.

Si tratta di un principio che fonda l'idea dell'architettura come oggetto isolato e ingigantito a piacere, la cui relazione dimensionale e morfologica è quindi indipendente dal contesto e può, anzi deve, essere tanto stranito o ingrandito tanto da proporre l'estraneità o la grandezza quantitativa, l'enormità dell'oggetto come valori anziché come problemi. Tanto che esse devono persino sostituirsi all'idea di città". (Contro la "bigness", p. 43). 

 

La devastazione del territorio e delle città è anche opera di un'architettura che deve rifondarsi.


 

 

 

 

 

 

 

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