salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti
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Pubblico un articolo di Ernesto Galli della Loggia, apparso sul Corriere della Sera del 27 agosto 2012. Solleva temi che calzano a pennello con la realtà ticinese, pur con le debite proporzioni, e indica strade da percorrere. Se adattiamo al Ticino i temi più interessanti possiamo così suddividerli: il federalismo che lascia un'autonomia eccessiva ai Comuni; uno Stato centrale debole e succube dei localismi e delle lobby; lo sviluppo sconsiderato tra gli anni Sessanta e Ottanta - che prosegue a un ritmo vertiginoso ancora oggi - e il turismo legato al patrimonio culturale e al paesaggio, contro la globalizzazione che standardizza e banalizza tutto. Da noi certi politicanti dominanti invocano il Fox Town come richiamo turistico più importante del Cantone: se dovessimo seguire la loro logica dovremmo affermare che il Ticino è una vera miseria! In realtà sono loro e i loro sporchi affari ad essere miserevoli. A Montagnola abbiamo la Casa Rossa con il suo giardino, luoghi in cui Hermann Hesse ha vissuto dal 1931 al 1962 e in cui ha composto alcune delle opere più importanti che gli hanno procurato i premi più prestigiosi, dal Keller al Nobel. Quell'area dovrebbe essere acquistata e trasformata in museo dedicato a Hesse, con i contributi della Confederazione, in primo luogo. Hermann Hesse è un patrimonio dell'umanità da valorizzare, oltre cha da amare per il suo pensiero libero, controcorrente, a difesa di ogni forma vivente. Non so se i Consiglieri federali arrivati in Ticino per il Festival del cinema abbiano trovato il tempo di andare in pellegrinaggio a Montagnola; temo che siano rimasti a Locarno a godersi la mondanità, purtroppo. Tiziano
Il paesaggio preso a schiaffi
Trascorrere qualche giorno in Calabria — dico la Calabria solo come un caso esemplare
(e pur sapendo di dispiacere agli amici che vi conto), dal momento che quanto è successo lì è più o meno successo in mille altre contrade della Penisola — significa essere posti di fronte
ad uno spettacolo a suo modo apocalittico. Ed essere costretti ad interrogarsi su tutta la recente storia del Paese.
Ma oggi forse noi italiani cominciamo finalmente a renderci conto
che distruggendo il nostro Paese tra gli anni 60 e 80 abbiamo perduto anche una gigantesca occasione economica. L'occasione di utilizzare il patrimonio
artistico-culturale da un lato e il paesaggio dall'altro — questi due caratteri unici e universalmente ammirati dell'identità italiana — per cercare di costruire un modello di sviluppo,
se non potenzialmente alternativo a quello industrialista adottato, almeno fortemente complementare. Un modello di sviluppo che avrebbe potuto essere fondato sul turismo, sulla
vacanza di massa e insieme sull'intrattenimento di qualità, sulla fruizione del passato storico-artistico (siti archeologici, musei, centri storici), arricchita da una serie di
manifestazioni dal vasto richiamo (mostre, festival, itinerari tematici, ecc.); un modello capace altresì di mettere a frutto una varietà di scenari senza confronti, un clima propizio e —
perché no? — una tradizione gastronomica strepitosa. È davvero assurdo immaginare che avrebbe potuto essere un modello di successo, geograficamente diffuso, con un alto impiego di
lavoro ma investimenti non eccessivi, e probabilmente in grado di reggere assai meglio di quello industrialista all'irrompere della globalizzazione, dal momento che nessuna Cina avrebbe
mai potuto inventare un prodotto analogo a un prezzo minore? Il punto chiave è stato ed è l'indebolimento del potere centrale: del governo nazionale con i suoi strumenti d'intervento e di controllo. In realtà, infatti, in quasi tutti gli ambiti sopra evocati è perlopiù decisiva la competenza degli enti locali (Comune, Provincia, Regione), tanto più dopo l'infausta modifica «federalista» del titolo V della Costituzione. Lo scempio del paesaggio italiano e di tanti centri urbani, l'abbandono in cui versano numerose istituzioni culturali, l'impossibilità di un ampio e coordinato sviluppo turistico di pregio e di alti numeri, sono il frutto innanzi tutto della pessima qualità delle classi politiche locali, della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale (non per nulla in tutta questa rovina il primato è del Mezzogiorno). Questa è la verità: negli anni della Repubblica il territorio del Paese è sempre di più divenuto merce di scambio con cui sindaci, presidenti di Regione e assessori d'ogni colore si sono assicurati la propria carriera politica (per ottenere non solo voti, ma anche soldi: vedi il permesso alle società elettriche d'installare pale eoliche dovunque). D'altra parte, si sa, sono molte le cose più popolari della cultura: elargire denari a pioggia a bocciofile, circoli sportivi, corali, sagre, feste patronali e compagnia bella, rende in termini di consenso assai più che il restauro di una chiesa. I politici calabresi sanno benissimo che la condizione in cui si trovano i Bronzi di Riace — fino ad oggi nascosti da qualche parte a Reggio, in attesa da anni di un museo che li ospiti — se è un vero e proprio scandalo nazionale, tuttavia non diminuisce di un briciolo la loro popolarità a Crotone o a Vibo Valentia. Solo un intervento risoluto del governo centrale e dello Stato nazionale può a questo punto avviare, se è ancora possibile, un'inversione di tendenza; che però deve essere necessariamente anche di tipo legislativo. Ma per superare i formidabili ostacoli che un'iniziativa siffatta si troverebbe di sicuro davanti, deve farsi sentire alta e forte la voce dell'opinione pubblica, per l'appunto nazionale, se ancora n'esiste una. Non è ammissibile continuare ad assistere alla rovina definitiva dell'Italia, al fallimento di un suo possibile sviluppo diverso, per paura di disturbare il sottogoverno del «federalismo» nostrano all'opera dovunque. |