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salvaguardare il Parco di Villa Argentina (Mendrisio) come bene comune; riflettere sul territorio e sul paesaggio del Mendrisiotto e sulla qualità di vita dei suoi abitanti

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Il riccio di Canavee, di Tita Carloni

Tita Carloni è mancato il 24 novembre 2012 e manca a tante persone che hanno combattuto e combattono per il patrimonio storico-architettonico e naturalistico.

Sul Parco di Villa Argentina abbiamo pubblicato molto ma questo articolo di Tita Carloni, scoperto in questi giorni, è una vera perla.

Vi è un'analisi del rapporto uomo e natura e dell'odierna architettura.

E una valutazione del fuori scala e inopportuno edificio dell'Accademia di architettura inserito in parte anche nel Parco di Villa Argentina.

Tiziano

 

di Tita Carloni

A Mendrisio, presso la scuola del Canavee vive un riccio molto tenero e domestico. Tutte le sere, tra le dieci e mezzo e le undici, puntualissimo, viene a mangiare sotto il balcone della Signora M. che gli dà cereali, biscottini e, una volta la settimana, latte. Sarebbe però meglio dire che sopravvive, unico superstite di una banda che aveva il suo areale terragno da quelle parti insieme con un’altra banda di scoiattoli che, viceversa, se la spassava sulle piante (oggi scomparse) e sulle matasse di edera che ricoprivano antichi muri di cinta. Di tutti quanti è rimasto soltanto il riccio che per recarsi dalla sua ignota tana alla cena quotidiana deve compiere un percorso tortuoso e irto di ostacoli, nascondendosi in una siepe in caso di allarme, attraversando un nuovo grande piazzale di posteggio che a lui deve apparire come una specie di nero e pericolosissimo deserto, scalando faticosamente in salita e in discesa muriccioli e gradini di cemento. Insomma un’impresa ardua, una lotta continua contro i manufatti che gli uomini hanno eretto per loro comodità, dimenticando che non sono i soli a vivere su questo mondo, e togliendo sempre più spazio ai loro consorti animali (consorte viene dal latino e vuol dire «che partecipa alla stessa sorte»).

Ma torniamo al Canavee.

Questi eventi dell’infimo mondo dei ricci sono successi dopo che sui cosiddetti terreni Vanzetta (un avventuriero di passaggio che aveva comprato per speculazione i bei giardini di alcune vecchie proprietà) è sorto un grosso edificio accademico sul cui elegante disegno non si discute ma che quanto a rapporti col territorio, come si dice, non mi pare che eccella.

Intanto il colore: le mattonelle nere di facciata, ottime nella Ruhr, non sono certo in simpatia con la luce mite ed i colori terrosi del Mendrisiotto. E poi il clima: le finestre metalliche a filo di facciata, girevoli su un perno e senza la minima protezione solare, in questi giorni di caldo africano erano una vera consolazione. Sottogronde per le rondini, zero. Fronde ombrose, zero. Per contro spianate di cemento ampie e perfette, posteggi tanti e inesorabili.

L’ultimo riccio superstite (gli altri sono stati schiacciati o sono morti di fame e di sete come i loro amici scoiattoli) appare sempre più, nelle sue notturne peregrinazioni, come un naufrago eroico e disperato. Fin che resisterà.

Se qualcuno mi dovesse accusare di essere soltanto un minuzioso e meditabondo amico degli animali risponderei subito: attenzione, perché gli animali sono tra i primi indicatori della salute di un territorio. Se muoiono loro è sicuramente un brutto segno anche per noi. Presto o tardi non ci scapperemo. Meglio quindi pensarci per tempo, prima di fare la stessa fine.

tratto da AREA, del 5 luglio 2002

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